La scelta di Fitto in Europa si è rivelata felice

La scelta di Fitto in Europa si è rivelata felice. Non è un caso che l’abbiano apprezzata Mattarella e Prodi e che addirittura Ursula von der Leyen

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Quello dello scorso venerdì è stato l’ultimo Consiglio dei ministri di Raffaele Fitto. Sarà l’Europa la sua nuova patria istituzionale. Conosco il personaggio da anni. Prima di lui, molto tempo fa, ho conosciuto il padre, all’epoca presidente democristiano della regione Puglia. Eravamo entrambi amici di Enzo Scotti ed insieme ci è capitato qualche volta di cenare in una trattoria romana di via Marianna Dionigi. Il figlio Raffaele, dopo la morte del genitore avvenuta in un assurdo incidente d’auto, è riuscito, anni dopo, a succedergli in quell’importante ruolo istituzionale. Un traguardo di tutto rispetto, conseguito in giovane età, non in forza di una discendenza dinastica, ma di un’elezione diretta. Fitto nasce a Maglie, nel paese di Aldo Moro, abituato dunque fin da piccolo a respirare l’aroma di una leadership inconfondibile, fatta di qualità culturale, di discrezione e di silenzi che la morte violenta per mano brigatista ha finito per rendere il simbolo più alto della follia di quegli anni.

Fitto cresce dunque in questo ambiente metabolizzando, attraverso un’osservazione costante, alcuni rudimenti della politica che s’incistano in forma così profonda nella condotta politica di un individuo da diventare parte del codice genetico. Sono queste virtù delle origini che lo hanno protetto come una corazza da quel delirio dell’apparire, così diffuso in questa fatua stagione politica. Alla pressione dei giornalisti che in questi ultimi mesi in cui la politica sembrava ruotargli vorticosamente intorno, appariva come un assedio, ha sempre opposto, con un certo garbo elusivo, dinieghi insormontabili, inutilizzabili per un titolo di giornale.

Fitto punta di diamante del Governo

Bisogna riconoscere che Fitto è stato la punta di diamante del governo che ha appena lasciato. Si dirà: troppo facile, il livello medio di questo esecutivo appare cosi improvvisato da fare diventare un ministro di buona qualità ma soprattutto l’attuale premier dei giganti. Fitto conosce infatti l’arte del governare, non solo per essersene nutrito fin da bambino in famiglia, ma per averla soprattutto esercitata sul campo da presidente di regione e anche da ministro. Due cariche che disvelano in un batter d’occhio l’adeguatezza ma ancora di più l’inadeguatezza di un politico, come hanno ampiamente dimostrato questi due anni di governo della destra. Il commissario europeo, per essere franchi fino in fondo, ha mostrato solo un neo negli ultimi tempi: Il voto dato a favore dell’autonomia differenziata. Una sciagura per il Sud, da dove il ministro, come ho appena scritto, proviene. Sono sicuro però che l’imponente ruolo politico che si accinge a svolgere gli offrirà la possibilità di riscattarsi nei confronti di questo difficile territorio.

Rapporto solido con Meloni

Ho lasciato per ultimo il rapporto con Giorgia Meloni. Solido e speciale, che dico, un idillio politico. Non fosse così, Fitto non si sarebbe trovato in mano all’interno di questo governo le deleghe più pesanti, certamente non si sarebbe trovato fisicamente collocato nella sede di palazzo Chigi. La postazione accanto a colei che rappresenta la guida dell’esecutivo in un palazzo in cui gli spazi sono notoriamente angusti, impreziosisce un curriculum politico.

Scelta Fitto apprezzata da Prodi e Mattarella

La scelta di Fitto in Europa si è rivelata felice. Non è un caso che l’abbiano apprezzata Mattarella e Prodi e che addirittura Ursula von der Leyen, pur consapevole di spiazzarsi con alcuni tradizionali partiti europei, ne abbia rivendicato con forza la scelta. La verità è che la Meloni si trova a giocare meglio all’estero che tra le mura amiche, dove un piglio spesso reattivo ed eternamente belligerante le toglie quell’aura d’imparzialità formale tipica di chi guida un governo. Fuori dai nostri confini l’aiutano di sicuro il suo essere donna in un mondo prevalentemente popolato da uomini e un’esibizione non maccheronica delle lingue straniere, specie quella inglese, che in passato siamo stati costretti ad ascoltare con un certo disagio sulla bocca di alcuni suoi predecessori. Se dovessi dunque cercare il luogo dove è scoppiato l’accennato idillio politico, non farei nessun fatica a identificarlo, fuori dall’Italia, nel vecchio Continente. Qui la Meloni ha compiuto la sua scelta più felice. Ha potuto farla osservando compiaciuta i tanti rapporti che Fitto è riuscito negli anni a tessere con quella sua capacità di lavoro paziente e silenzioso, che rappresenta il prodotto del temperamento ma anche di una scuola.

Chissà che col tempo il vicepresidente della Commissione europea non aiuti il presidente del Consiglio a liberarsi da certe scorie del passato che anagraficamente non le appartengono e che appaiono come un fardello pesante non solo in Italia ma soprattutto in Europa, dove in tanti paesi la destra peggiore sembra emergere dall’ombra come un fantasma del passato

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