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Ponte sullo Stretto, parola agli architetti: “in altri Paesi sarebbe stato realizzato da almeno 40 anni”

ponte sullo stretto villa san giovanni cannitello

Il professore dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria Marcello Sestito ritiene che l’eventuale “rinuncia alla realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina rappresenterebbe una sconfitta per tutti i professionisti e progettisti”

L’attenzione degli esperti si concentra ancora intorno al Ponte sullo Stretto. Nella giornata di ieri a Riposto, in provincia di Catania, si è tenuto un dibattito sui possibili risvolti politici, sociali e ambientali che l’opera potrebbe portare sulla Sicilia e la Calabria, nonché per tutto il Meridione d’Italia. Non è stata quindi una battaglia sul “Si” o sul “No”, come avviene invece nelle aule del Parlamento o nel corso dell’attuale campagna elettorale, ma un confronto costruttivo da parte degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori del territorio etneo e delle associazioni Inarch Sicilia, ArchLife e Morfosis. Un dibattito che ha tratto spunto in particolar modo dalla pubblicazione intitolata “Il ponte incontinente” di Marcello Sestito. Ed è stato proprio il professore dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria l’ospite dell’incontro tenutosi a Palazzo Vigo di Torre Archirafi.

“La realizzazione dell’opera di oltre 3 chilometri è una vera scommessa umana che ha visto cimentarsi negli anni e nel concorso di idee del 1969 alcuni degli ingegneri e architetti più importanti d’Italia – riporta l’Agenzia di Stampa Parlamentare – una realizzazione certamente non facile, la cui rinuncia rappresenterebbe una sconfitta per tutti i professionisti e progettisti”. A seguito della raccolta di circa 400 illustrazioni, che lo ha visto impegnato per un ventennio, Sestito ritrova nel collegamento tra Sicilia e Italia una logica Heideggeriana: “il ponte vuole le sponde e le sponde vogliono il ponte. Non si tratta di una questione politica, che spesso ha strumentalizzato l’argomento, ma solo di analizzarne i risvolti economici. Si tratta di superare i dubbi progettuali, ampiamente sviscerati dagli addetti ai lavori, e quelli legati alle possibili infiltrazioni della criminalità organizzata”. Il professore si è detto inoltre convinto che “bisognerebbe accantonare certe perplessità e agire come in altri Paesi, dove sarebbe già stato realizzato da almeno 40 anni”.