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“Termovalorizzatori uguali a inquinamento? Tutto falso”: il Prof siciliano smonta le fake news sul tema

termovalorizzatore Foto Ansa

Interessante approfondimento di Giuseppe Mancini, Professore di Impianti chimici dell’Università di Catania, riguardante i termovalorizzatori

“Sul tema sanitario, si rileva ancora una percezione negativa del recupero energetico della frazione residuale dei rifiuti che purtroppo riguarda larga parte della società. Ciò è solo in parte riconducibile ad uno scarso livello di conoscenza del comune cittadino incapace, per ridotto interesse ma anche per mancanza di strumenti di informazione corretti, di comprendere un argomento di per sé complesso”. Comincia così l’interessante approfondimento di Giuseppe Mancini, Professore di Impianti chimici dell’Università di Catania, sulle pagine del Quotidiano di Sicilia, riguardante i termovalorizzatori. Il titolo dell’articolo è già abbastanza eloquente in merito alla questione: “Termovalorizzatori = inquinamento e diossine? Tutto falso”.

In questa analisi, sorretta dai dati, il Professore fa luce su tutte le battaglie ideologiche che hanno portato a considerare il termovalorizzatore come uno strumento altamente inquinante. Accade in Sicilia, dopo l’annuncio di Musumeci di due nuovi termovalorizzatori; accade in Calabria, con le parole di Occhiuto e le resistenze da Reggio, fautrice di una raccolta differenziata su tutto il territorio che fa acqua da tutte le parti soprattutto per incapacità gestionale e organizzativa; ma accade in generale in Italia, che rispetto a Germania e Francia ha rispettivamente la metà e un terzo degli impianti di smaltimento rifiuti, gran parte concentrati tra Lombardia ed Emilia. E la discussione è salita nuovamente alla ribalta dopo le affermazioni del Sindaco di Roma Gualtieri, che ha affermato di volerne costruire uno nuovo proprio nella capitale, totalmente sommersa dai rifiuti.

Questo tema, rimarca Mancini sul Quotidiano di Sicilia, “necessita di un racconto basato sulle evidenze scientifiche, soprattutto avulso da ogni preconcetto. Quest’ultimo presupposto è ovviamente impossibile – ammette però con amarezza – per la termovalorizzazione, essendo uno tra i temi attuali più politicizzati ed ideologizzati”. L’approccio utilizzato sul tema, rimarca il Professore, è basato “sempre e soltanto sull’utopica alternativa rappresentazione di un mondo perfetto e idilliaco dove il rifiuto non esiste e quindi non occorre preoccuparsi di gestirlo. Ma la Scienza, quella con la S maiuscola, non lavora così. La maggior parte degli effetti osservati in relazione all’esposizione all’emissione di impianti di recupero energetico risultano essere prevalentemente attribuiti a impianti di vecchia tecnologia e non agli impianti più recenti che tengono conto non solo dei limiti di legge ma anche delle BAT (migliori tecnologie disponibili) e delle BREF (documenti di riferimento sulla BAT)”.

In riferimento alle diossine “il limite di legge per un generico impianto industriale – si legge – è 0,1 ngTEQ/m3, mentre quello indicato dalle BAT sull’incenerimento è <0,01-0,06 ngTEQ/m3, ovvero fino al 90% più basse. Alcuni dei più significativi termovalorizzatori in Italia osservano, sempre per le diossine, range tra 0,001 e 0,02 con un valore medio di 0,004. La situazione italiana rilevata da ISPRA in relazione alle emissioni nel 2018 conferma che i trattamenti termici dei rifiuti incidono per meno dell’1% sia per i macroinquinanti che per i principali inquinanti in traccia. Le emissioni di ossidi d’azoto (NOX) sono primariamente ascrivili al trasporto su strada (43%) a fronte di un 0,8% da termovalorizzazione, mentre l’incenerimento dei rifiuti ne produce complessivamente un poco significativo 0,2%”.

Per quanto invece concerne le polveri emesse dalla termovalorizzazione, “se si considera che il rifiuto mediamente termovalorizzato per abitante italiano ammonta a circa 100kg, basta che lo stesso abitante percorra con un veicolo diesel tra 3 e 24 km per emettere lo stesso quantitativo di polveri, mentre se il veicolo è a benzina lo stesso abitante può permettersi di percorrere tra 13 e 390 km l’anno. Dopo queste distanze sarà più inquinante guidare che termovalorizzare”.