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Quando il “Sistema” si oppose alla nomina di Gratteri Ministro della Giustizia del Governo Renzi: i retroscena di Palamara

Nicola Gratteri Foto di Giorgio Benvenuti / Ansa

Il libro “Il Sistema”, in cui l’ex magistrato Luca Palamara si racconta, fa anche riferimento al rifiuto di magistratura e politica alla nomina di Gratteri Ministro della Giustizia del Governo Renzi, che viene messo alle strette alcune indagini

Febbraio 2014. Sta per nascere il Governo Renzi. Quest’ultimo sale al Quirinale dal presidente Napolitano per presentargli la lista dei ministri. Alla giustizia viene scelto Nicola Gratteri, che vorrebbe “carta bianca per ribaltare il sistema“. Quello stesso “Sistema” però, come racconta l’ex magistrato Luca Palamara nel suo libro scritto con il giornalista Sallusti, non vuole Gratteri. Motivo? A detta di Palamara, è fuori dalle correnti e non ne conosce gli equilibri, quelli che legano magistratura e politica e muovono le fila, appunto, del sistema. Si consuma così un vero e proprio rifiuto a nominare Gratteri, con Renzi messo alle strette da alcune indagini nei confronti dei suoi genitori mai uscite fuori prima. E’ il potere che la magistratura esercita contro tutti coloro che provano a sfidare il “Sistema”, come più volte è stato raccontato nel libro di cui abbiamo ripreso già varie parti.

“21 febbraio 2014 – racconta Palamara – giorno in cui Matteo Renzi, disarcionato Enrico Letta, sale al Quirinale da Napolitano per sottoporgli la lista dei ministri del suo governo. E compie il primo, grave e decisivo passo falso, almeno per quanto riguarda la magistratura. Renzi varca la porta dello studio del presidente, le telecamere e i giornalisti fuori ad attenderlo ma inspiegabilmente per oltre due ore lui non esce, un tempo anomalo per quel tipo di formalità. “Tutti con il fiato sospeso perché Napolitano si rifiutava di firmare la nomina proposta da Renzi di Nicola Gratteri a ministro della Giustizia. Come si arrivò lì lo ha raccontato lo stesso Gratteri il 20 febbraio del 2020, durante la trasmissione televisiva diMartedì di Giovanni Floris. Gratteri disse che il giorno prima della formazione del governo lo chiamò Graziano Delrio, maggiorente del Pd renziano, e lo convocò con urgenza a Roma per un incontro con Renzi, che non aveva mai conosciuto. Parlarono per oltre due ore – ‘mi fece ‘un interrogatorio’ dirà scherzando – e alla fine Renzi gli propose di fare il ministro. Lui pose solo una condizione: carta bianca per ribaltare il sistema della giustizia, e Renzi accettò. Ecco, quello è il punto decisivo. La cosa si seppe, perché Roma è sì tanto grande ma certe notizie girano veloci come in un borgo. Poteva un ‘Sistema’ che aveva combattuto e vinto la guerra con Berlusconi e le sue armate farsi mettere i piedi in testa da Matteo Renzi e da un collega, molto bravo ma anche molto autonomo, fuori dalle correnti e per di più intenzionato a fare rivoluzioni? Non era possibile. Si muovono i pezzi da novanta del ‘Sistema’, il Quirinale è preso d’assalto dai procuratori più importanti – lo stesso Pignatone mi confiderà di aver avuto in quelle ore contatti – e dai capicorrente. Napolitano prende atto che la cosa non si poteva fare. Renzi, che come si vedrà non aveva capito che razza di potere ha la magistratura, testardo, sale al Colle con quel nome. Dico questo non in base a supposizioni, ma per i numerosi contatti che ho avuto in quelle ore. Gratteri, che è il più sveglio di tutti, non vedendo la porta di Napolitano aprirsi nei tempi dovuti capisce al volo, come vi ha raccontato da Floris, cosa sta succedendo. Successivamente avrò conferma dai diretti interessati che il mondo della magistratura, tra cui il procuratore Pignatone, ha fatto arrivare al presidente Napolitano un segnale di non gradimento nei confronti di Nicola Gratteri. Ma Gratteri non era un problema solo in quanto Gratteri”.

“Renzi – prosegue Palamara – con quella mossa sfida il sistema delle correnti e dei grandi procuratori, che da sempre vengono consultati preventivamente dal premier incaricato o da chi per lui per dare il gradimento a un nuovo ministro della Giustizia. Dopo aver asfaltato, o almeno pensato di aver asfaltato il Pd, Renzi prova a fare altrettanto con la magistratura: qui ora comando io. E no, non funziona così. Nel nostro mondo non si può entrare a gamba tesa, ti fai solo del male. E lui, non pago del caso Gratteri, poco dopo essersi insediato a Palazzo Chigi mette sul tavolo la questione delle ferie eccessive e della responsabilità dei giudici. E a quel punto si scava la fossa”.

Palamara spiega come il “Sistema” sfida tutti coloro che si mettono contro, citando alcuni esempi. “La stagione della contrapposizione a Berlusconi qualche cosa avrebbe dovuto insegnare a Renzi. Perché prima di lui Enrico Letta e dopo di lui Paolo Gentiloni sono usciti indenni dalla loro presidenza? Perché erano immacolati? Può essere, ma è una risposta semplicistica. Il motivo principale è che non hanno sfidato i magistrati. Renzi invece commette l’errore di pensare che, essendo lui il segretario del Pd, la magistratura, a maggioranza di sinistra, sarebbe stata al suo fianco a prescindere. Non capendo che sì, la magistratura è quella cosa lì, ma i suoi riferimenti non erano i giovani del Giglio magico, i Lotti e le Boschi come i Gratteri o i Cantone, ma il vecchio apparato comunista e postcomunista che lui stava rottamando. Parliamo di gente che al Partito comunista prima e al Pd poi la linea la dettava, non la subiva. Di colleghi che sono inorriditi di fronte al patto del Nazareno tra Renzi e Berlusconi. Insomma, la sinistra giudiziaria, o più correttamente il massimalismo giustizialista, stava perdendo i suoi riferimenti politici e reagì in soccorso di quel mondo politico e culturale che li aveva generati. A tal proposito le parole di Piergiorgio Morosini mi sembrano eloquenti”.

Come, attivamente, venne attaccato Renzi? Uscendo fuori fascicoli di indagini sui suoi genitori che mai erano spuntati prima. “Alla procura di Genova giaceva una denuncia che riguardava due fatture sospette di una loro società dichiarata fallita nel 2014, se non sbaglio una da 20.000 e una da 140.000 euro. Il fascicolo era fermo perché dimenticato insieme a centinaia di altri fallimenti? Perché erano i genitori del sindaco di Firenze, che non dava fastidio a nessuno e, anzi, casomai era meglio tenerselo buono? Sta di fatto che, non necessariamente per colpa di qualcuno, quello giaceva dimenticato in mezzo ad altre centinaia di fascicoli tributari e fallimentari come normalmente avviene negli uffici giudiziari. Quando Renzi diventa premier e tenta di imporre Gratteri, prova a mettere becco sulle nostre ferie, oltre a pensare alla responsabilità civile dei giudici o ancora a flirtare con Berlusconi e fare fuori Bersani, ecco che qualcuno si ricorda dell’esistenza di quel fascicolo e di altri pasticci gestionali che i genitori di Renzi avevano combinato nei primi anni Duemila. Manna dal cielo, come Ruby per Berlusconi. E così un banale fallimento, come ce ne sono migliaia sepolti chissà dove, diventa il caso di Stato. L’inchiesta è assolutamente legittima, ma l’accelerazione degli accertamenti e il dispiego di forze per farli in concomitanza con l’arrivo del figlio a Palazzo Chigi davvero mirano unicamente a dare giustizia ai creditori?”

“Diciamo bene come funzionano le cose, ma giriamola su di me, così evitiamo guai: parliamo non dei coniugi Renzi, ma in generale di un meccanismo che ben conosco e ho visto più volte applicare. Io, Luca Palamara, vado in ufficio e negli armadi ho centinaia di fascicoli che noi chiamiamo ‘comuni’, nel senso che hanno scarso peso specifico, quali per esempio possono essere quelli su fatture sospette. Mi rendo conto che uno di questi riguarda il parente di una persona famosa e potente, vado a prenderlo e inizio a leggere le carte che prima non avevo mai letto, perché, per parlare con onestà, non sempre un magistrato legge tutto. Inizio ad approfondire e delego l’indagine al mio ufficiale di polizia giudiziaria, cioè a un carabiniere o a un finanziere, e decido se avvisare o meno il mio procuratore capo. Ma c’è capo e capo. Ci sono quelli che dicono ‘dammi qua che ci penso io’ e quelli che lasciano fare per non avere rogne. E lo stesso vale per l’ufficiale di polizia giudiziaria, che potrà bussare o no alla porta del suo superiore: ‘Guardi che ho per le mani’. Il quale – come tutti gli attori di questa catena – potrebbe bussare o non bussare alla porta del parente importante, oppure a quella del giornalista amico. Come finisce? Che uno di questi signori, per un verso o per l’altro, diventerà qualcuno”.