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Flavio Briatore, il Billionaire, la ricchezza e l’odio da Covid-19

di Kirieleyson – Parecchi anni fa, trovandomi a New York, un’amica mi chiese di accompagnarla ad un party cui era stata invitata.

La festa era stata organizzata da un notissimo anchor man televisivo nel suo lussuoso attico di Manhattan.

Erano presenti diverse decine di persone, quasi tutti giornalisti, autori e conduttori del mondo della televisione.

La mia amica mi presentò al padrone di casa e a gran parte degli ospiti.

Ciò che mi sorprese fu il fatto che, di buona parte di essi, dopo il nome e l’indicazione di cosa facesse, mi veniva detto anche quanto guadagnasse.  E che tutti sorridessero annuendo, senza minimamenti schermirsi.

Conobbi così il Peter che guadagnava 300.000 $ l’anno, il Paul e la Jane che avevano un compenso di 400.000 $ e così via.

A seguito della mia meraviglia, la mia amica mi spiegò che quelli, più guadagnavano è più erano propensi a rendere pubblico il loro status.

Quello che allora mi sembrò una delle tante – e per noi eccentriche – caratteristiche degli americani, successivamente mi apparve per quella che in effetti è: un normale risvolto della cultura protestante degli anglosassoni, secondo cui chi è ricco non deve nascondere o sminuire la sua ricchezza, perché è la ricompensa sociale di ciò che è riuscito a fare.

Così come l’opinione pubblica ammira quella gente e la considera come un punto di riferimento.

Non è un caso che sono stati gli americani, svariati decenni fa,  ad inventare le classifiche degli uomini più ricchi.

In Europa, forse perché abituati, da secoli e fin da piccoli,  a sentire “beati i poveri”, “i primi saranno gli ultimi e gli ultimi i primi” e successivamente “la proprietà privata è un furto” la gente, nella sua generalità, non ha acquisito l’abitudine di sbandierare il proprio reddito, ove lo stesso risulti essere anche soltanto un po’ sopra la media.

Inoltre, tanta gente, anzichè spendere pensieri e parole di plauso nei confronti di chi è riuscito a raggiungere una elevata posizione reddituale e patrimoniale, o semplicemente è riuscito ad affermarsi socialmente grazie al proprio lavoro, troppo spesso preferisce mormorare “chissà cosa ci sta dietro” o “vai a vedere come c’è riuscito”, giungendo infine a godere allorquando a quello qualcosa comincia ad andar male.

Tutto ciò è particolarmente diffuso in provincia ed in genere tra quella gente che trova più semplice collocare all’esterno del proprio personale contesto le cause di una non gratificante posizione socio economica, anzichè ricercarle in essi stessi.

In un siffatto contesto si evidenzia l’odio per tutto ciò che è prerogativa esclusiva dei “ricchi”.

Ma non desidero disquisire su questo fenomeno sociale, perché non è questo lo scopo della presente riflessione.

Tanto meno mi sento di esprimere giudizi.

Ciò che mi chiedo è perché, da più parti ci si accanisca, oggi più che mai, contro una persona come Flavio Briatore che, non è di certo il re della simpatia, ma che, tuttavia, dà lavoro a migliaia di persone nel mondo, essendo riuscito a raggiungere il successo partendo da una normalissima famiglia delle Langhe, per il solo fatto che tutte le sue attività sono dedicate soltanto ai ricchi, arrivando persino a gioire della sua malattia e della chiusura del Billionaire?

La riflessione che propongo a costoro è questa: forse alla Ferrari, che costruisce auto solo per ricconi, o a Prada o Gucci, le cui borse costano quanto lo stipendio di un dirigente di azienda, c’è da augurare loro di chiudere sol perché i loro prodotti sono dedicati soltanto ai ricchi?