Mancato arresto di Provenzano nel ’95: parla l’ex colonnello Michele Riccio

L’ex colonnello Michele Riccio depone al processo d’appello contro Mori e Obinu. “Avrei potuto arrestare il boss Bernardo Provenzano nel ‘95”

provenzanoGrandi e gravi dichiarazioni, quelle rilasciate dall’ex colonnello Michele Riccio durante il processo d’appello contro l’ex comandante del Ros dei Carabinieri, Mario Mori, ed il colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento a Cosa Nostra.

Riccio, principale testimone nel processo, ha tracciato un quadro che collegherebbe le stragi degli anni di piombo (anni ’70) alle stragi mafiose dei primi anni Novanta, messe in atto, sempre secondo quanto riportato dall’ex colonnello, dalle stesse forze.

Michele Riccio, inoltre, in riferimento alla latitanza del boss Bernardo Provenzano, durante la quale aveva infiltrato Luigi Ilardo in Cosa Nostra per cercare di arrestare quello che è stato uno dei “capi” più temibili dell’organizzazione criminale, ha dichiarato che “tra il 31 ottobre 1995 e l’aprile del 1996, Bernardo Provenzano gravitava a Mezzojuso”. Era convinto di questo Riccio, sulla base di quanto a lui riferito dal confidente Ilardo, ma nel momento in cui l’ex colonnello, dopo la stesura di una relazione di servizio consegnata al generale Mori, chiese di proseguire l’attività, il blitz per bloccare il boss non venne poi ordinato. “Fosse stato per me – altre dichiarazioni di Riccio riportate anche su La Gazzetta del Sud – avrei organizzato un’irruzione entro 15 giorni”.

L’ex colonnello Michele Riccio, che depone di fronte ai pg Roberto Scarpinato e Luigi Patronaggio come indagato di reato connesso, dopo l’assoluzione dei due ex Ros nel 2013, ha anche aggiunto che sia Mori che Obinu, oltre al generale Antonio Subranni, che era a conoscenza delle dichiarazioni fatte a Riccio da Ilardo, attesero di procedere nella cattura di Provenzano spinti da interessi politici.

“Quando Ilardo divenne oggetto di lettere anonime – parole di Ricciopoi accusato di un omicidio ed infine Mori mi diceva di stare attento perchè (Ilardo, poi ucciso) rischiava di essere arrestato, capii che il fine era screditare il confidente”.

“Ilardo – prosegue la ricostruzione di Michele Ricciomi raccontava che Provenzano non temeva il pentimento di soggetti come Giovanni Brusca, ma quello di capi storici, come i Santapaola e gli Ercolano di Catania e i Madonia di Palermo, perché erano a conoscenza degli accordi indicibili che Cosa nostra da sempre stringeva con pezzi dello Stato”.