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Le indagini dell’ispettore FELICINO – N.26

felicinoPiù volte Felicino aveva pensato di smettere, “è l’ora che la finisca”, si ripeteva, ma niente, per lui, la lettura mattutina dei quotidiani rappresentava un’azione imprescindibile, un vizio di routine che non sapeva motivare se non con un “mi piace l’odore della carta”, in realtà era mosso dal desiderio di scovare la notizia, specialmente quando riguardava la sicurezza sul lavoro, il dio al cui altare officiava le sue giornate e i suoi pensieri.

Qualcosa, però, quella mattina lo colpì. Erano due articoli pubblicati sul più diffuso quotidiano nazionale. In entrambi si parlava di sicurezza sul lavoro e più nello specifico, direttamente o indirettamente, degli incidenti mortali in miniera. Uno commemorava il 57° anniversario del disastro di Marcinelle in cui persero la vita 262 persone e l’altro annunciava l’assegnazione del “Minatore d’oro” alle uniche due minatrici italiane in attività nella galleria Montesinni nel cuore del Sulcis. Questa onorificenza era stata istituita da diversi anni dal comune reggino di Motta San Giovanni, in memoria degli oltre 500 minatori Mottesi, una mattanza, morti di silicosi e per infortuni nelle miniere e gallerie. Due dei morti di Marcinelle erano di Motta. Felicino rifletteva su questi due eventi e più in generale sui sacrifici che molte famiglie italiane, nel secolo scorso, hanno fatto solo per sopravvivere.

Quelle simili opportunità che oggi cercano molti extracomunitari quando sbarcando in Italia, le cercavano i nostri compatrioti nelle miniere del Belgio o nelle fabbriche Tedesche e sempre soltanto per garantire un minimo benessere di sopravvivenza alle loro famiglie rimaste nei paesi d’origine. Ha come una stizza di rabbia Felicino nel rimuginare questi fatti, nel mentre che esce dall’ufficio per recarsi nel cimitero comunale dove la sera prima c’era stato un grave infortunio per l’uso di un’attrezzatura non idonea nella posa di una lapide tombale.

Arrivato sul posto trova tutto transennato e sotto sequestro, quindi può notare in prossimità dei resti della lapide, una specie di ponte su cavalletto, impiegato dal muratore per salire fino all’altezza dove doveva montare la lastra sepolcrale. Con l’accuratezza di sempre, Felicino effettua i rilievi necessari ed interroga il manovale che il giorno prima aiutava il muratore infortunato, ricostruendo l’intera dinamica dell’incidente. Praticamente, l’infortunato, durante la posa in opera di una lapide tombale in uno dei loculi alti del padiglione cimiteriale, era salito su un’asse di legno, che fungeva da pedana, poggiata tra una scala a pioli addossata a una parete e un cavalletto artigianale. Nello spingere la lapide per allocarla nella giusta posizione era caduto, da circa tre metri di altezza, all’indietro nel vuoto riportando un forte trauma cranico.

Ultimati i rilievi, l’ispettore si avvicina al titolare dell’impresa esecutrice i lavori, che era nei paraggi, e gli chiede notizie dell’infortunato. “Ispettore, vengo ora dall’ospedale, è ancora in prognosi riservata. Sono disperato, mi creda, è stata una fatalità; aveva quasi finito il lavoro”. “Ma quale fatalità”, rispose Felicino in modo brusco e guardandolo negli occhi come se lo volesse fulminarlo, “l’infortunio non si sarebbe verificato che lei avesse fornito l’attrezzatura necessaria per effettuare il lavoro in quota”. Il Datore di lavoro, a quell’uscita inaspettata e decisa dell’ispettore, rimase inebetito e non ebbe il coraggio di pronunciare parola; abbassò gli occhi a terra e attese rassegnato come davanti a un plotone di esecuzione. Felicino aprì la borsa, tirò fuori il blocco dei verbali e ne staccò uno. Quindi incominciò a scrivere la contestazione a carico del datore di lavoro e, nel mentre che scriveva come sua abitudine, ripeteva a voce alta “Il ponte su cavalletto realizzato non rispondeva ai requisiti specifici indicati al punto 2.2.2. dell’allegato XVIII del D.Lgs 81/08, violando così l’art. 139 dello stesso decreto legislativo”. Alla fine, nel consegnare il verbale fece presente che la sanzione era di natura penale e consisteva nell’arresto sino a due mesi o nell’ammenda da 548 a 2.192 euro e che inoltre avrebbe inviato alla Procura della Repubblica una specifica relazione tecnica, per un’eventuale procedimento penale per lesioni colpose.

A cura di Studio SGRO

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