Doppia preferenza di genere: perché può essere inutile, quasi dannosa

Rosario CrocettaPochi giorni fa, all’Assemblea Regionale Siciliana, è stata approvata la norma che introduce la cosiddetta “doppia preferenza di genere“. Una scelta che fa discutere, che ha trovato da parte della maggioranza guidata dal Governatore Rosario Crocetta l’appoggio del Pdl e la netta opposizione del Movimento 5 Stelle. Quella che leggerete nelle prossime righe è un’opinione personale, che potete o meno giudicare favorevolmente. Ma, dopo alcuni confronti, chi vi scrive si è reso conto che non è affatto un pensiero isolato. Come ogni opinione personale è però, giustamente, opinabile.

  • Cos’è la doppia preferenza di genere?

La norma non è farina del sacco di Crocetta, ma è una disposizione nazionale (la legge 215 del 2012), che vorrebbe garantire, in sede di formazione dei Consigli Comunali, un’adeguata presenza femminile. Come funziona la doppia preferenza di genere? Al momento del voto, con la scheda in mano, si possono votare due candidati al Consiglio, un uomo e una donna. Attenzione: la doppia preferenza va espressa nella stessa scheda e, ancor più importante, l’annullamento di una delle due non preclude l’altra. La Sicilia è la seconda regione ad adottare questo provvedimento, dopo la Campania. Possiamo andare a votare un uomo oppure una donna e, già che ci siamo, anche un candidato del sesso opposto. Ma, sostanzialmente, non è obbligatorio.

  • Cosa comporta la doppia preferenza?

Nelle intenzioni dei suoi ideatori, la preferenza di genere dovrebbe come detto favorire l’ingresso delle donne all’interno dei consigli comunali. Nella sostanza la percentuale di quote rosa è tutt’altro che garantita. Anzi, paradossalmente, invece di favorire la cultura della parità e la formazione di una classe politica equilibrata e onesta, mina entrambi questi aspetti. La doppia preferenza rischia di vanificare democrazia, parità dei sessi e meritocrazia. Perché? È presto detto.

Benzina sul fuoco del voto di scambio — Sarà facile, forse fin troppo facile, orientare il voto con le “accoppiate”. Non siamo all’ippodromo, ma nell’urna elettorale, e sicuramente ci sarà chi “suggerirà” ai piccoli e stolti cittadini cose del tipo: “vota me, e già che ci sei vota anche lei/lui”. In Sicilia è un metodo che conosciamo troppo bene, il voto all’amico, al parente, al pupazzo di turno che promette e mai mantiene, i cui fili sono tirati e le parole messe in bocca da altri. E così al posto di uno, in consiglio comunale ne avremo ben due. Due piccioni con una fava, come si suol dire. Ma non a nostro beneficio.

Parità dei sessi inesistente — Come abbiamo già detto la garanzia è nulla, perché si può anche omettere la seconda preferenza o vanificarla. Non è un obbligo, è solo un suggerimento, che cambierà poco o nulla nella mentalità di molti siciliani che ancora hanno idee da medioevo e servono solo come bravi soldatini al servizio del potere (mafioso e politico). Al contrario, questa gente si sentirà magari obbligata a votare una donna, e ovviamente non lo farà. E c’è di più. Perché così si certifica il fatto che le donne non sono alla pari degli uomini, hanno bisogno di un provvedimento ad hoc perché accedano alle maggiori cariche dello Stato. Certo, è vero, gli uomini sono attualmente la maggioranza. Ma negli ultimi tempi abbiamo già conosciuto una controtendenza inevitabile.

Meritocrazia che va a farsi benedire — Ma le donne hanno davvero bisogno dell’aiutino per entrare in politica? Vogliono entrarci più numericamente per diritto calato dall’alto o perché se lo meritano? Pensate davvero che nelle liste verranno privilegiate le donne che hanno davvero qualcosa da dire? No, affatto. I partiti faranno quello che fanno già con i candidati uomini: infarciranno le liste di gente che porta voti, ma che in effetti è solo un pupazzo (vedi sopra). Le donne che in politica ad oggi sono riuscite a dire qualcosa, sia a livello locale che nazionale, se lo sono meritato. Tralasciate le “troie” di Battiato, ce ne sono di donne “con le palle”, come si suol dire. Ma così, con questo sistema, i loro pregi saranno oltremodo sminuiti. Allora sì che le “troie” invaderanno davvero la politica italiana, un esercito di sgallettate che hanno un unico scopo: catalizzare voti.

  • In Conclusione

Le donne non possono volere davvero questo genere di spintarella. È pericolosa, sbagliata nei modi e nelle finalità, e sminuisce il loro reale valore. Una donna non può voler entrare in politica perché “le tocca”, ma lo vuole perché se lo merita. Non si può curare una malattia con un’altra malattia. Non si può risolvere il problema delle “quote rosa” imponendole. È la cultura quella che manca, è la discutibile onestà intellettuale di una casta che sì, possiamo definire chiusa e maschilista. Ma così risolviamo il problema? No, niente affatto. Così imponiamo – o tentiamo di imporre – anti-democraticamente e anti-meritocraticamente qualcosa che dovrebbe partire dal basso, che dovrebbe diventare la regola socialmente accettata.

Le donne in politica devono entrare in maggior misura, su questo non vi è alcun dubbio. Non possono che essere fonte positiva. Ma devono riuscirci tramite solide basi: grazie ai loro successi, ai loro pregi, ai meriti, alle qualità personali, al comune consenso. Come qualsiasi politico dovrebbe fare, uomo o donna. Non certo perché bisogna fornire loro una percentuale di garanzia all’interno dei pubblici uffici. A questo punto si certificherebbe che tra tutti gli uomini non c’è uguaglianza. Il prossimo passo quale sarebbe? Quote per i cinesi, i musulmani, i gay? Cerchiamo di rendere tutti civilmente uguali sottolineando quanto siamo – in una visione vagamente distorta – socialmente diversi? Invece di creare una società corretta ed equa verso tutti, indipendentemente dal genere, dalla religione, dai gusti sessuali, continuiamo a provare a curare i sintomi senza agire sulla causa del male: la pericolosa e cronica mancanza di cultura sociale.