Reggina, calcio e politica: un tuffo nel passato. Da Firenze e Torino a Catanzaro, quando i Sindaci si sono spesi in prima persona (con successo)

Da Mallamo a Reggio nel 1986 fino ai casi vincenti di Firenze, Torino e Catanzaro: il problema non è l’intervento della politica, ma la qualità delle scelte e il rispetto dei ruoli

Il dibattito che si è aperto a Reggio Calabria intorno al futuro della Reggina parte da un punto chiaro: il neo sindaco Francesco Cannizzaro si è impegnato in prima persona per provare a garantire alla squadra amaranto un futuro più solido, ambizioso e finalmente all’altezza della storia del club e della passione della città. L’obiettivo è garantire alla Reggina una proprietà importante, capace di dare stabilità economica, programmazione sportiva e prospettive di successo.

Da qui nasce una domanda che torna spesso ogni volta che la politica incrocia il calcio: è giusto che un sindaco si occupi della squadra della propria città? La risposta, se si guarda alla storia del calcio italiano, non può essere ideologica. Il punto non è se la politica debba o non debba interessarsi al calcio. Il punto vero è come lo fa, cosa sceglie, con quali criteri interviene e soprattutto se, dopo aver favorito una soluzione seria, sa tornare al proprio ruolo istituzionale senza invadere il campo della società.

È questa la differenza sostanziale. La politica può essere utile quando crea le condizioni per una scelta forte, trasparente, credibile, orientata al bene della città. Diventa invece un problema quando pretende di comportarsi come un dirigente sportivo, quando entra nelle dinamiche tecniche, quando utilizza il club come palcoscenico personale o quando non riesce a distinguere il ruolo istituzionale dalla gestione quotidiana di una società di calcio.

Reggina, il precedente Brunetti e la lezione del 2023

A Reggio Calabria il precedente più recente è quello del 2023. Dopo l’esclusione della Reggina, il Comune fu chiamato a indicare la nuova realtà da proporre per la ripartenza. L’allora sindaco facente funzioni Paolo Brunetti scelse il progetto riconducibile alla Fenice Amaranto, con Nino Ballarino tra i protagonisti, preferendolo alla proposta di Stefano Bandecchi.

Già quella scelta, alla prova dei fatti, si è rivelata sbagliata. Non soltanto per gli esiti sportivi e societari successivi, ma anche per il metodo e per la percezione che una parte significativa dell’ambiente amaranto ebbe fin dall’inizio. La politica, in quel momento, aveva la possibilità di selezionare la soluzione più forte, più strutturata, più ricca di esperienza e di solidità. La scelta cadde invece su un progetto che non è riuscito a restituire alla Reggina la dimensione che la piazza pretendeva.

L’errore, però, non fu soltanto nella scelta. Fu anche nel modo in cui la politica entrò successivamente nella vita della società. Un sindaco può e deve assumersi la responsabilità di favorire una soluzione quando una squadra cittadina rischia di scomparire. Ma non può trasformarsi in dirigente, non può vivere le partite come se fosse parte dell’organigramma, non può occupare spazi che appartengono alla società, alla dirigenza, allo staff tecnico e alla squadra.

Le interviste a fine partita in zona mista, la presenza eccessivamente esposta, l’impressione di una politica troppo interna alle dinamiche societarie, insieme al contorno di amici e parenti, hanno prodotto un cortocircuito. È lì che l’intervento istituzionale perde autorevolezza e diventa invasione di campo.

La linea che Cannizzaro seguirà, come già annunciato, è diversa: intervenire per indirizzare, favorire una proprietà solida, aprire contatti, stimolare soluzioni importanti, ma poi tornare al ruolo naturale di sindaco e di tifoso. Senza interferenze nella gestione tecnica, senza presenze ingombranti, senza confondere Palazzo San Giorgio con la sede sociale del club. È questo il punto centrale: la politica può dare una mano, ma deve sapere quando fermarsi.

La Reggina lo ha già vissuto: Mallamo, gli imprenditori reggini e la nascita dell’era Foti

Chi oggi si indigna per il coinvolgimento del sindaco nel futuro della Reggina dovrebbe ricordare che a Reggio Calabria un precedente storico esiste già. Ed è uno dei più importanti della storia amaranto. Nel 1986, in un momento delicatissimo, fu il sindaco Giuseppe Mallamo a stimolare il tessuto imprenditoriale cittadino, a richiamare la città alle proprie responsabilità, a sollecitare un’assunzione collettiva di impegno intorno alla squadra.

Da quella mobilitazione nacque la società che, con il tempo, avrebbe portato la Reggina verso una delle stagioni più luminose della sua storia. In quel gruppo si affacciò anche Lillo Foti, destinato poi a diventare il presidente della grande scalata amaranto: dalla provincia calcistica alla Serie A, dalle trasferte di periferia agli stadi più importanti d’Italia, da una squadra da salvare a un modello sportivo capace di dare orgoglio a un’intera città.

Quella non fu “politica nel calcio” nel senso deteriore del termine. Fu politica nel senso più alto: capacità di convocare le energie migliori della comunità, di unire imprenditori, tifosi, istituzioni e città intorno a un bene identitario. La Reggina, a Reggio, non è mai stata soltanto una squadra. È stata spesso un pezzo di rappresentazione collettiva, uno strumento di riscatto, un linguaggio comune.

Non va dimenticato neppure il clima politico-istituzionale che accompagnò gli anni più belli della Reggina in Serie A, con l’appoggio e la vicinanza di figure come Italo Falcomatà e Giuseppe Scopelliti. Anche in quel caso la politica non fu alternativa al calcio, ma cornice istituzionale, sostegno, accompagnamento di un progetto che aveva nella società e nella proprietà il proprio centro decisionale.

Firenze, Domenici e Della Valle: il sindaco che fece rinascere la Fiorentina

Il caso più emblematico in Italia resta quello di Firenze. Nel 2002, dopo il fallimento della vecchia Fiorentina, il sindaco Leonardo Domenici ebbe un ruolo decisivo nella rinascita del calcio viola. La città rischiava di perdere non soltanto una squadra, ma un pezzo della propria identità sportiva e popolare.

Domenici si mosse da sindaco, non da presidente. Lavorò per evitare che Firenze restasse senza calcio di livello, si intestò il percorso di ricostruzione istituzionale e favorì l’arrivo di una proprietà forte. La nuova società fu fondata e venne poi rilevata da Diego Della Valle, imprenditore di livello nazionale e internazionale, capace di restituire immediatamente credibilità al progetto.

Il risultato fu straordinario. La Fiorentina ripartì dalla Serie C2, ma in pochi anni tornò nel calcio che contava. Il club riconquistò la Serie A, l’Europa, la stabilità, il prestigio. Quella scelta dimostrò che l’intervento di un sindaco, quando è orientato a individuare una proprietà seria e quando non pretende di sostituirsi alla società, può rappresentare una svolta storica.

Firenze è un precedente fondamentale perché mostra la parte migliore del rapporto tra istituzioni e calcio. Il sindaco non comprò la Fiorentina, non fece il direttore sportivo, non impose formazioni, non occupò la scena sportiva. Fece ciò che un sindaco deve fare: difese un patrimonio cittadino e favorì l’incontro tra una grande piazza e un imprenditore capace di sostenerla.

In una vecchia intervista a Radio Bruno di due anni fa, così parlava l’ex Sindaco toscano Leonardo Domenici: “non conoscevo personalmente Della Valle, ma quando ho saputo che mi aveva cercato ci siamo messi in contatto e, assieme a due legali fiorentini, l’ho raggiunto a Cannes, dove abbiamo siglato un preaccordo”: l’alternativa, ha raccontato l’ex sindaco, era Preziosi, “ma non mi convinceva molto, forse perché aveva avuto esperienze in altre squadre”.

Torino, Chiamparino e Cairo: la politica come ponte verso una nuova proprietà

Altro caso significativo è quello del Torino. Nel 2005, dopo il crac granata, anche il sindaco Sergio Chiamparino si mosse in prima persona. Il Torino era una società dalla storia enorme, con un peso simbolico che andava ben oltre il calcio. Lasciare che quel patrimonio finisse nel caos sarebbe stato un danno per tutta la città.

In quel contesto emerse la figura di Urbano Cairo. L’imprenditore, editore e manager, entrò in scena dopo i contatti con Chiamparino e con il mondo del calcio istituzionale. Anche in questo caso, il ruolo del sindaco fu quello di ponte: non gestione del club, ma creazione delle condizioni perché una proprietà credibile potesse prendere in mano una società ferita.

Il Torino con Cairo ha vissuto stagioni complesse, come spesso accade nel calcio, ma il dato storico resta: il club fu salvato, stabilizzato, riportato in una dimensione professionistica solida. Dopo il fallimento, la società granata non sparì, non smarrì la propria identità, non finì in mani improvvisate. Questo è il punto decisivo.

Chiamparino non venne accusato di “mettere la politica nel calcio” perché aveva compreso il limite del proprio ruolo. Si spese per trovare una soluzione, poi lasciò che la proprietà facesse la proprietà. È esattamente il modello che dovrebbe valere ovunque: la politica interviene nei momenti di emergenza, ma non diventa parte della gestione sportiva.

Catanzaro, Abramo e Floriano Noto: la scelta che ha riportato i giallorossi in alto

Il precedente più vicino a Reggio, geograficamente e simbolicamente, è quello del Catanzaro. Nel 2017, in una fase delicata per il club giallorosso, l’allora sindaco Sergio Abramo si spese in prima persona per favorire una soluzione solida. Non fu un bando comunale come in altre città, ma una mediazione politica e istituzionale per evitare che la squadra scivolasse in una nuova crisi.

La soluzione individuata fu quella della famiglia Noto, con Floriano Noto alla guida. Un imprenditore forte, radicato nel territorio, con capacità economica e visione aziendale. Esattamente ciò che serve a una squadra che vuole uscire dalla precarietà e costruire un percorso serio.

I risultati hanno dato ragione a quella scelta. Con Floriano Noto il Catanzaro è cresciuto anno dopo anno, ha consolidato la società, ha costruito una struttura riconoscibile e ha conquistato nel 2023 una promozione in Serie B attesa da 17 anni. Non una promozione casuale, ma una cavalcata dominante, con numeri da record e una programmazione sportiva finalmente all’altezza della piazza. Senza dimenticare la Serie A sfiorata qualche giorno fa, con una vittoria straordinaria a Monza resa ininfluente solo dal regolamento playoff.

Il Catanzaro è forse il caso più utile per Reggio Calabria. Perché dimostra che anche al Sud, anche in una piazza passionale, anche in un contesto spesso complicato, una scelta giusta può cambiare tutto. La politica, in quel caso, non ha distrutto il calcio. Lo ha aiutato a trovare una proprietà forte. Poi il merito è stato della società, dei dirigenti, degli allenatori, dei calciatori, dei tifosi. Ma il primo snodo fu politico-istituzionale.

Il punto non è la politica nel calcio, ma il confine tra indirizzo e invasione

Il confine è tutto qui: una cosa è l’indirizzo istituzionale, un’altra è l’invasione gestionale. Un sindaco ha il dovere di occuparsi dei beni identitari della città, e una squadra di calcio, soprattutto in piazze come Reggio Calabria, Firenze, Torino o Catanzaro, è un bene identitario. Non è una semplice società privata come tutte le altre. È passione collettiva, economia, immagine, coesione sociale, memoria e futuro.

Per questo un sindaco può telefonare, mediare, ascoltare imprenditori, chiedere garanzie, favorire soluzioni, pretendere serietà. Può farlo, anzi in certi momenti deve farlo. Ma non può confondere questo ruolo con quello di presidente, amministratore delegato, direttore generale o uomo-spogliatoio. Il sindaco deve scegliere il metodo, non la formazione. Deve favorire la proprietà, non sostituirsi alla proprietà. Deve difendere la città, non occupare la società. Deve chiedere solidità, non visibilità. Deve intervenire nei momenti decisivi, poi fare un passo indietro.