La vicenda legata a Matt Rizzetta e alla sfumata acquisizione della Reggina ha acceso inevitabilmente il dibattito tra i tifosi amaranto, ancora (per pochi giorni) ignari rispetto alla nuova proprietà che guiderà il club ad una stagione di successi. Intanto, però, la vicenda di Rizzetta va letta con lucidità e non con l’entusiasmo ingenuo di chi, dopo anni di sofferenze, è disposto ad aggrapparsi a qualunque nome nuovo pur di immaginare una svolta. Dopo fallimenti sportivi, esclusioni, gestioni traumatiche e ripartenze forzate, Reggio Calabria non poteva più permettersi di consegnare il proprio futuro a un profilo che, invece di portare chiarezza, solidità e sobrietà, si è presentato con un insieme di segnali contraddittori. Il punto non è soltanto chiedersi se Rizzetta avesse o meno le risorse per entrare nella Reggina. Il vero tema è capire se il suo modo di muoversi fosse compatibile con la fase storica del club. Una società precipitata in Serie D, con una tifoseria ferita e una città stanca di promesse, non ha bisogno di slogan, storie social, messaggi allusivi e narrazioni personali. Ha bisogno di un progetto industriale trasparente, di una struttura dirigenziale credibile, di investimenti verificabili e di un piano sportivo immediatamente orientato alla risalita. Da questo punto di vista, l’eventuale arrivo di Matt Rizzetta alla Reggina non appariva come una svolta rassicurante, ma come un’altra scommessa carica di incognite, costruita più attorno al personaggio che attorno alla squadra.
Le ambiguità della trattativa e il problema della serietà percepita
Una trattativa per una società come la Reggina dovrebbe essere gestita con discrezione, rispetto istituzionale e massima chiarezza verso la piazza, soprattutto quando si parla di una tifoseria che negli ultimi anni è stata costretta a subire promesse mancate, illusioni societarie e ferite sportive ancora aperte. Invece, l’impressione trasmessa dal caso Rizzetta è stata quella di un percorso opaco, sospeso tra indiscrezioni, mezze conferme, accordi di riservatezza, rilanci mediatici e segnali pubblici lasciati filtrare in modo teatrale smentendo quegli stessi accordi di riservatezza. Il calcio, soprattutto in una città come Reggio Calabria, vive anche di emozione, ma proprio per questo chi vuole acquistare un club così identitario deve evitare ogni ambiguità. Il tifoso amaranto ha già conosciuto troppe volte la differenza tra parole e fatti. Ha visto passare presidenti celebrati come salvatori e poi rivelatisi incapaci di garantire stabilità. Ha assistito a promesse di rinascita finite in carte bollate, ricorsi, penalizzazioni, esclusioni e ripartenze dal basso. Per questo l’approccio attribuito a Rizzetta non poteva convincere fino in fondo: prima ancora di firmare, prima ancora di presentare un piano, prima ancora di spiegare come riportare la Reggina fuori dalla Serie D, la scena sembrava già occupata dal personaggio. E quando il personaggio precede il progetto, una piazza matura deve iniziare a preoccuparsi.
Multiproprietà, Campobasso e Reggina: un nodo che non si poteva ignorare
Uno dei punti più delicati riguarda la multiproprietà nel calcio italiano. Rizzetta è legato al Campobasso, club professionistico, e contemporaneamente è stato accostato alla Reggina. Anche se la Reggina si trova tra i dilettanti, il problema non può essere liquidato con superficialità, perché se l’obiettivo dichiarato di un club come la Reggina è tornare immediatamente nel calcio professionistico, allora il tema della compatibilità proprietaria non è secondario, ma centrale. La normativa federale italiana ha già indicato una direzione precisa: limitare e superare le situazioni in cui lo stesso soggetto eserciti controllo o influenza su più club professionistici, proprio per evitare conflitti di interesse, condizionamenti e rapporti proprietari intrecciati tra società che potrebbero ritrovarsi nello stesso sistema competitivo. Per la Reggina, questo avrebbe significato partire già con un potenziale problema sul tavolo. Una società che deve ricostruire la propria credibilità non può permettersi di nascere dentro un equivoco regolamentare, né può affidarsi a un proprietario che, mentre controlla o guida un altro club, guarda anche a Reggio Calabria come nuova opportunità. Il rischio sarebbe stato quello di costruire un progetto a tempo, condizionato da norme future, priorità incrociate e possibili dismissioni obbligate. Una Reggina ambiziosa deve avere una proprietà totalmente concentrata sulla Reggina, non un investitore diviso tra Campobasso, altre operazioni sportive e nuovi scenari mediatici.
L’interesse contemporaneo per Reggina e Napoli
Il quadro diventa ancora più ambiguo se si considera il contemporaneo accostamento di Matt Rizzetta al Napoli. Essere presidente del Campobasso, essere coinvolto nel Napoli Basket, dialogare per la Reggina e nello stesso periodo essere associato a ipotesi riguardanti il Napoli calcio restituisce l’immagine di un imprenditore interessato più alla costruzione di una galassia personale che alla dedizione totale verso una singola piazza. Per la Reggina, questo è un punto fondamentale, perché Reggio Calabria non può essere una tappa di passaggio, una pedina in una strategia più ampia, un tassello narrativo da inserire in una storia di “sport business” all’americana. La Reggina è una ferita aperta, una passione popolare, un patrimonio collettivo che ha bisogno di centralità assoluta. Se un imprenditore manifesta attenzione verso più club nello stesso momento, la domanda diventa inevitabile: dove sarebbe finita davvero la Reggina nelle sue priorità? Sarebbe stata il cuore del progetto o soltanto un altro asset? Sarebbe stata una missione sportiva o un’operazione di immagine? Sarebbe stata una responsabilità storica o un’occasione di mercato? Queste domande bastano già a spiegare perché Matt Rizzetta non sarebbe stata una buona soluzione per la Reggina, perché una società in ricostruzione non può permettersi una proprietà distratta, multipla, incerta o impegnata contemporaneamente su troppi tavoli.
Social network, folklore e frittole: comunicazione o leggerezza?
Uno degli aspetti più discutibili è stato l’utilizzo dei social network. Le storie pubbliche con riferimenti a Reggio Calabria, simboli locali e perfino immagini delle frittole, mentre la trattativa non risultava affatto chiusa, hanno dato una sensazione di leggerezza e scarsa misura. Lo stesso Sindaco Cannizzaro aveva parlato di “storie bizzarre e strane” sui social. Certamente Rizzetta non ha denotato professionalità e serietà. In una fase delicata in cui la Reggina aveva bisogno di rispetto, silenzio operativo e garanzie, quel tipo di comunicazione è apparso come un tentativo di seduzione folkloristica, quasi come se bastasse evocare un piatto tipico, un’immagine identitaria o un riferimento popolare per creare empatia con una città complessa, orgogliosa e profondamente segnata dalle ultime vicende calcistiche. Reggio Calabria non è un set fotografico, non è una scenografia esotica per storie Instagram, non è una piazza da conquistare con citazioni locali prese in prestito. È una città che ha pagato sulla propria pelle il prezzo di gestioni improvvisate, presidenti salvifici, narrazioni gonfiate e sogni venduti troppo in fretta. In questo senso, le foto delle frittole e i richiami folkloristici non hanno trasmesso vicinanza, ma superficialità. Hanno dato l’idea di un corteggiamento più estetico che sostanziale, più social che societario, più egocentrico che istituzionale.
Frasi egocentriche e personalismo: quando il protagonista diventa il presidente, non il club
Nel calcio moderno la comunicazione conta, ma non può sostituire la sostanza. Nel caso di Matt Rizzetta, il rischio percepito era proprio questo: un eccesso di centralità personale, una narrazione costruita intorno all’imprenditore più che intorno alla squadra. La Reggina non ha bisogno di un presidente-personaggio. Ha bisogno di un presidente che sappia scomparire dietro il club, che metta davanti la maglia, la storia, il Granillo, il Sant’Agata, il settore giovanile, la sostenibilità economica e la competenza sportiva. Le frasi molto egocentriche, i riferimenti alle vacanze “ma io vacanze non ne faccio mai“, gli attestati d’amore per la Reggina “sin da bambino” quando certamente neanche sapeva cosa fosse la Reggina (!), le posture da protagonista e la tendenza a trasformare ogni passaggio in un racconto di sé sono elementi che, in una piazza reduce da traumi, avrebbero dovuto suggerire prudenza. Il vero tifoso amaranto non vuole essere spettatore della favola imprenditoriale di qualcun altro. Vuole vedere la Reggina vincere, uscire dalla Serie D, ritrovare dignità e tornare a essere una società normale, seria, presente, solvibile, rispettosa. Vuole meno storytelling e più bonifici, meno promesse e più organigrammi, meno social e più campo. Quando il marchio personale dell’investitore diventa più visibile del progetto sportivo, il pericolo è evidente: la squadra rischia di diventare uno strumento narrativo, non il fine ultimo dell’investimento.
Risultati sportivi non esaltanti: il Campobasso non basta a garantire la Reggina
I sostenitori di Rizzetta potrebbero indicare il percorso del Campobasso come prova di credibilità, ma anche qui serve equilibrio. Il Campobasso ha avuto momenti positivi e una risalita importante dalla serie D alla serie C, ma non rappresenta un modello così dominante da giustificare l’idea che lo stesso schema potesse automaticamente funzionare a Reggio Calabria. Tantomeno basterebbe, a Reggio Calabria La Reggina non è il Campobasso. Ha un peso storico diverso, una pressione diversa, un pubblico diverso, aspettative diverse e una ferita recente molto più profonda. Gestire un club amaranto significa muoversi dentro una dimensione emotiva e sportiva enorme per la categoria. In Serie D, la Reggina non può permettersi stagioni interlocutorie, esperimenti, narrazioni lunghe o progetti attendisti. Deve vincere. Subito. Anzi, stravincere. Subito. E poi presentarsi alla serie C immediatamente con ambizioni vincenti, non con penalizzazioni e inibizioni come ha fatto Rizzetta in Molise. E qui emerge il punto: i risultati sportivi collegati al mondo Rizzetta non appaiono tali da garantire una promozione rapida, inevitabile, quasi automatica. Non siamo davanti a un profilo che arriva dopo aver costruito una macchina calcistica schiacciasassi. Siamo davanti a un imprenditore stranieri con pochi anni di storia in Italia, un legame strettissimo con Tacopina, e poche azioni concrete per presentarsi a Reggio Calabria come soluzione definitiva. La Reggina in Serie D ha bisogno di certezze tecniche immediate: direttore sportivo, allenatore, budget, scouting, gestione del dilettantismo, conoscenza del territorio, capacità di affrontare campi difficili e società affamate. Non bastano i format internazionali, le produzioni mediatiche o il linguaggio da sport entertainment.
Il paragone con Gallo e Saladini: ferite ancora aperte
A Reggio Calabria certi segnali non possono essere ignorati perché la memoria recente è dolorosa. La figura dell’investitore che arriva tra entusiasmo, promesse e grandi prospettive ricorda inevitabilmente alcune dinamiche già viste con Luca Gallo e Felice Saladini, pur in contesti e con responsabilità diverse. Il riferimento a Gallo riguarda soprattutto la dimensione dell’uomo solo al comando, della narrazione salvifica e della fragilità emersa dopo l’entusiasmo iniziale. Il riferimento a Saladini richiama invece la narrazione patinata dietro il vuoto totale di contenuti, fino al dramma dell’esclusione. In entrambi i casi, la Reggina si è ritrovata a pagare un prezzo enorme, non solo in termini di categoria, ma anche in termini di fiducia collettiva. Paragonare Rizzetta a quelle figure non significa affermare identità di condotte o responsabilità. Significa però riconoscere una sensazione diffusa: Reggio Calabria ha sviluppato anticorpi verso i profili che arrivano con parole importanti, visibilità personale e strutture non immediatamente leggibili. Dopo Gallo e Saladini, e a maggior ragione dopo gli ultimi tre anni disastrosi nei Dilettanti, la piazza ha il diritto di diffidare di ogni progetto che non sia cristallino, verificabile e completamente dedicato alla Reggina. In questa prospettiva, Rizzetta sarebbe apparso ad alcuni ancora meno rispettoso, perché il ricorso a folklore, social e messaggi allusivi durante una trattativa non conclusa avrebbe toccato una sensibilità già esasperata. La Reggina non ha bisogno di essere sedotta. Ha bisogno di essere rispettata.
Il legame con Tacopina e l’ombra delle macerie lasciate nel calcio italiano
Un altro elemento politicamente e calcisticamente pesante è il legame, già accennato, con Joe Tacopina, figura che nel calcio italiano ha attraversato esperienze molto discusse tra Bologna, Venezia e soprattutto Ferrara. La vicenda della SPAL è diventata un monito durissimo per tante piazze: promesse importanti, aspettative alte, narrazione ambiziosa e poi crisi, mancata iscrizione e ripartenza dolorosa. Per una città come Reggio Calabria, reduce da fallimenti e umiliazioni istituzionali, qualsiasi collegamento con figure percepite come divisive o associate a gestioni traumatiche deve essere valutato con estrema attenzione. Tacopina, nel racconto di molte tifoserie italiane, rappresenta l’archetipo del dirigente straniero capace di accendere speranze, usare grande retorica e lasciare dietro di sé situazioni pesanti. Anche qui, il punto non è trasformare un rapporto personale o professionale in una condanna automatica. Il punto è politico, reputazionale e ambientale. La Reggina non poteva permettersi un’altra stagione sotto il segno dell’incertezza, né un ingresso proprietario accompagnato da nomi che evocano fallimenti, contestazioni e macerie calcistiche. Dopo ciò che è accaduto alla SPAL, il mondo amaranto avrebbe dovuto pretendere massima distanza da qualunque modello gestionale percepito come avventuroso. La Reggina ha già dato. Non può più essere laboratorio per esperimenti americani, storytelling finanziari o progetti dal fascino internazionale ma dalla tenuta locale incerta. La Reggina non può vivere altre stagioni con l’incertezza rispetto ai pagamenti di fine mese, al rispetto delle norme federali, alla serietà gestionale e organizzativa.
Perché con Rizzetta la Reggina avrebbe rischiato di marcire in Serie D
La domanda decisiva è semplice: Matt Rizzetta avrebbe riportato subito la Reggina tra i professionisti? La risposta, alla luce dei dubbi emersi, non poteva essere rassicurante. Il rischio concreto era che la Reggina continuasse a marcire in Serie D, intrappolata in un progetto più mediatico che sportivo, più interessato alla narrazione della rinascita che alla costruzione brutale e concreta di una squadra vincente. La Serie D non perdona. Non basta avere un nome internazionale. Non basta parlare di investimenti. Non basta evocare modelli americani. Servono conoscenza della categoria, fame, struttura dirigenziale, scelta dei giocatori giusti, capacità di gestire pressioni enormi e soprattutto una proprietà presente, concentrata e totalmente coinvolta. Con un proprietario già impegnato altrove, interessato ad altri scenari e circondato da ambiguità comunicative, la Reggina avrebbe potuto ritrovarsi in una posizione pericolosa: abbastanza visibile da illudersi, non abbastanza solida da vincere. Sarebbe stato lo scenario peggiore, perché in Serie D ogni anno perso è un pezzo di identità che si consuma, un pezzo di pubblico che si allontana, un pezzo di credibilità che evapora. E a Reggio Calabria lo sappiamo bene dopo tre anni umilianti. La Reggina non può permettersi un progetto che abbia bisogno di tempo indefinito. Deve risalire subito. Deve farlo con una proprietà limpida. Deve farlo con persone che conoscano la categoria e rispettino la città. Deve farlo senza dipendere dall’umore social di un investitore.
Il rischio di un nuovo fallimento a breve termine
Il timore più grande non era soltanto sportivo, ma societario. Una Reggina affidata a un profilo percepito come ambiguo avrebbe rischiato di ricadere nello stesso schema già vissuto: entusiasmo iniziale, comunicazione potente, promesse di rilancio, prime difficoltà, tensioni, disimpegno, nuova crisi. Nel calcio italiano, soprattutto nelle categorie inferiori, la distanza tra ambizione e collasso può essere brevissima. Basta sbagliare programmazione, sottovalutare i costi, perdere il controllo dei rapporti locali, mancare la promozione, ritrovarsi con una piazza esasperata e un progetto non più sostenibile. La Reggina ha già conosciuto questo film. Non può permettersi di rivederlo. Ecco perché l’ipotesi Rizzetta appariva pericolosa: non perché ogni investitore straniero sia sbagliato, ma perché questo specifico quadro conteneva troppe ombre. Multiproprietà, interessi paralleli, Napoli, Campobasso, social, folklore, egocentrismo, risultati sportivi non travolgenti, legami controversi e una trattativa mai davvero limpida agli occhi della piazza. Quando gli indizi di fragilità sono così tanti, una società reduce da anni traumatici deve scegliere la prudenza. Meglio un progetto più serio. Meglio una proprietà più radicata nel mondo del calcio e nel territorio italiano. Meglio un presidente che parli dopo aver firmato, non prima attraverso storie Instagram.
Ballarino, Cannizzaro e la scelta di una strada più solida
In questo quadro va riconosciuto l’ottimo comportamento di Nino Ballarino, che, almeno stavolta, in un momento delicatissimo ha scelto di valutare non la soluzione più rumorosa ma quella migliore per il futuro della Reggina. Il suo silenzio, criticato da una parte della piazza, può essere letto oggi anche in un altro modo: come la volontà di non farsi trascinare dentro una narrazione social, di non consegnare la società alla prima proposta capace di accendere entusiasmo e di prendersi invece il tempo necessario per capire quale strada potesse garantire più forza, più stabilità e più credibilità. Accanto a lui si è mosso anche il neo sindaco Francesco Cannizzaro, che ha inserito la Reggina tra i dossier centrali della nuova fase amministrativa della città come promesso in campagna elettorale, e che in questa partita sta svolgendo un ruolo importante di garanzia istituzionale, attenzione politica e raccordo con le esigenze del territorio. Dopo lo scatto decisivo avvenuto ieri mattina nella Capitale, lo scenario che sta nascendo a Roma attorno a un gruppo imprenditoriale molto più forte, enormemente più forte rispetto a Matt Rizzetta, appare come una strada diversa e, per molti versi, più coerente con ciò di cui la Reggina ha bisogno adesso: non un’operazione personale, non un profilo diviso tra più club, non una campagna social travestita da progetto sportivo, ma una soluzione con spalle più larghe, relazioni più pesanti e capacità finanziaria superiore.
La Reggina ha bisogno di normalità, non di un altro salvatore
La parola chiave per il futuro amaranto dovrebbe essere normalità. La Reggina non ha bisogno dell’ennesimo salvatore, dell’ennesimo uomo della provvidenza, dell’ennesimo imprenditore che promette di trasformare la storia del club. Ha bisogno di una società sana, di conti in ordine, di una struttura competente, di una guida sobria e di un progetto sportivo chiaro. Per questo Matt Rizzetta non sarebbe stata una buona soluzione per il futuro della Reggina. Non dava l’idea di un approdo sicuro, ma di un’altra scommessa. Non sembrava garantire centralità assoluta al club, ma inserirlo in un mosaico di interessi. Non appariva come una rottura netta con il passato recente, ma come un possibile ritorno a dinamiche già viste: personalismo, promesse, ambiguità, entusiasmo iniziale e rischio di disillusione. La Reggina deve uscire dalla Serie D con una proprietà che non abbia ombre regolamentari, non abbia distrazioni, non abbia bisogno di usare la città come palcoscenico e non trasformi l’identità reggina in materiale da social network. Dopo Gallo, dopo Saladini, dopo l’esclusione dalla Serie B e dopo l’umiliazione di una ripartenza che da tre anni non funziona, la piazza amaranto merita rispetto. E il rispetto, in questo momento, passa anche dal dire no a profili che non convincono, valorizzando invece chi, come Ballarino e Cannizzaro, hanno individuato una soluzione più forte, più seria e più adatta alla storia della Reggina. Perché la Reggina non deve più innamorarsi delle promesse. Deve pretendere prove.



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