La storia recente della Reggina è una ferita aperta per Reggio Calabria. Non si tratta soltanto di risultati sportivi mancati, di campionati non vinti o di domeniche amare. Si tratta di qualcosa di più profondo, di più doloroso, di più identitario. La Reggina non è mai stata una squadra qualsiasi per la città: è stata per oltre un secolo il principale elemento di orgoglio, appartenenza, bandiera, racconto collettivo, memoria popolare. Vederla trascinata per quattro anni nelle paludi della Serie D, senza una prospettiva credibile, senza una programmazione degna della sua storia e senza una proprietà all’altezza del suo blasone, è stato uno scempio sportivo, sociale e politico.
Negli ultimi tre anni, Reggio Calabria ha assistito alla pagina in assoluto più amara della propria storia calcistica. La Reggina, club che ha conosciuto la Serie A, il grande calcio, gli stadi pieni e l’attenzione nazionale, è stata costretta a vivere stagioni umilianti nei dilettanti. Ogni estate si è ripartiti con promesse, slogan, annunci e illusioni. Ogni primavera, però, la realtà ha presentato il conto: fallimenti sportivi, sconfitte cocenti, obiettivi mancati e una tifoseria tradita.
Il punto centrale non è soltanto la sconfitta in campo. Nel calcio si può perdere, si può sbagliare, si può ricostruire. Il problema è quando l’errore diventa sistema, quando la mediocrità viene spacciata per progetto, quando il dilettantismo gestionale pretende di rappresentare una piazza che ha respirato il calcio vero. La Reggina è stata ridotta a una dimensione che non le appartiene, e questo è avvenuto mentre una parte della città chiedeva chiarezza, ambizione e verità.
Il peccato originale: la scelta di Ballarino e il nodo politico
Il peccato originale di questa vicenda resta la scelta iniziale. In un momento delicatissimo per il futuro del club, la politica cittadina aveva davanti a sé un bivio: favorire una soluzione forte, ambiziosa, economicamente strutturata e legata anche a imprenditori reggini, oppure consegnare la nuova Reggina a un progetto apparso fin dall’inizio fragile, opaco nella sua prospettiva e inadeguato rispetto al peso della piazza.
La scelta cadde sulla Fenice Amaranto di Nino Ballarino. Una decisione che non ha mai convinto l’ambiente amaranto. Da un lato c’era una cordata di ben altro spessore, con Stefano Bandecchi e numerosi imprenditori reggini pronti a immaginare un rilancio poderoso del club. Dall’altro, una realtà molto più modesta, proveniente da Catania, che avrebbe dovuto guidare la rinascita di una società con oltre un secolo di storia.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. La Reggina non è rinata, non è stata rilanciata, non è tornata nel calcio professionistico, smentendo clamorosamente quel business plan sventolato dall’Amministrazione Comunale come la motivazione della scelta. La Reggina, invece, è rimasta impantanata. E quando una scelta politica produce tre anni di dilettantismo, tre anni di delusioni e tre anni di fratture con la tifoseria, non si può parlare di semplice errore tecnico. Si deve parlare di responsabilità politica. La domanda che molti tifosi si sono posti è sempre la stessa: perché preferire un profilo ritenuto insufficiente rispetto a una cordata molto più forte? Perché consegnare il destino della Reggina a una soluzione che appariva debole già in partenza? Perché ignorare il grido di una città che chiedeva ambizione, solidità e rispetto?
Reggina e Dante Alighieri: l’intreccio tra calcio, politica e Università
Il capitolo più inquietante di questa storia riguarda il rapporto tra Reggina, politica e Università per Stranieri Dante Alighieri. È qui che la vicenda sportiva esce dal rettangolo verde e diventa questione cittadina. Dietro la scelta della Fenice Amaranto è emerso negli anni un profondo intreccio di interessi legato al mondo della formazione universitaria e alla stessa Dante Alighieri. L’arrivo di eCampus come main sponsor della Fenice Amaranto rese ancora più forte il sospetto che la partita della Reggina non fosse soltanto calcistica. L’università telematica, di cui Ballarino ha una filiale locale, era già interessata alla Dante Alighieri, ed ha infatti affiancato subito nel percorso del nuovo club, alimentando le perplessità di chi fin dall’inizio aveva denunciato un possibile collegamento tra il destino della squadra e quello dell’ateneo reggino.
Questo è il punto politico più grave: la Reggina non può essere usata come moneta di scambio, come strumento di potere, come leva per altri obiettivi. La squadra appartiene sentimentalmente alla città, alla sua gente, ai suoi tifosi, alla sua memoria. Chi amministra la cosa pubblica ha il dovere di proteggere questo patrimonio, non di inserirlo dentro logiche opache o dentro equilibri che nulla hanno a che vedere con il calcio. Quando il futuro della Reggina è stato condizionato da interessi esterni al campo, il danno non è stato soltanto sportivo. È morale. È istituzionale. È una ferita alla fiducia dei cittadini nelle istituzioni e alla dignità di una tifoseria che meritava trasparenza dai rappresentanti istituzionali, non verità soltanto da retroscena giornalistici raccontati da StrettoWeb.
Tre Serie D umilianti: il fallimento sportivo della gestione Ballarino
La gestione di Ballarino, affiancato dai vari dirigenti quali Giuseppe Praticò e Pippo Bonanno, sarà ricordata soprattutto per un dato: la permanenza della Reggina nei dilettanti. Tre stagioni in Serie D per una piazza come Reggio Calabria rappresentano un’umiliazione storica. Non una parentesi, non un incidente di percorso, non una breve caduta prima della risalita. Tre anni significano sistema, incapacità, assenza di progettualità. Ogni stagione è stata accompagnata da proclami, attese e narrazioni rassicuranti. Ma il campo ha raccontato altro. Ha raccontato una squadra spesso non all’altezza delle ambizioni dichiarate, una programmazione insufficiente, un ambiente logorato, una tifoseria sempre più stanca e una società incapace di imprimere la svolta necessaria.
La Serie D non si vince con le parole. Non si vince con il nome della piazza, con le conferenze stampa o con le dichiarazioni di circostanza. Si vince con organizzazione, investimenti, competenza, dirigenti capaci, calciatori forti, settore tecnico serio e presenza societaria. In questi anni, invece, la Reggina ha dato troppo spesso l’immagine di un club che sopravviveva più che costruire. Le sconfitte cocenti, i campionati sfumati, le occasioni mancate e l’impossibilità di tornare immediatamente nel calcio professionistico hanno generato una frattura profonda. Il tifoso amaranto non pretendeva miracoli, ma pretendeva serietà. Non chiedeva la Serie A in pochi mesi, ma chiedeva una rotta. Non pretendeva illusioni, ma rispetto.
Una gestione di famiglia: amici, compari e incarichi contestati
Uno degli aspetti più contestati della gestione è stata la sensazione di una Reggina trasformata in un affare ristretto, quasi domestico, dove la logica dell’appartenenza sembrava prevalere sulla competenza. La critica più dura emersa in città riguarda proprio questo: una gestione percepita come “di famiglia”, con amici, compari, figli e nipoti inseriti tra dirigenza, squadra principale e settore giovanile. In una piazza come Reggio Calabria, questo approccio è devastante. La Reggina non può diventare il luogo in cui sistemare persone vicine, né può essere trattata come un contenitore privato. Un club storico ha bisogno di professionalità, curriculum, visione e responsabilità. Ha bisogno di dirigenti capaci di reggere la pressione di una piazza importante, di costruire rapporti istituzionali solidi, di garantire trasparenza e di parlare con i tifosi senza arroganza.
La gestione familiare e amicale, quando entra nel calcio, produce quasi sempre lo stesso effetto: abbassa il livello, allontana le competenze, genera sospetti, divide l’ambiente e crea un clima tossico. E la Reggina, in questi anni, ha pagato esattamente questo prezzo. La società è apparsa distante dal cuore della città, incapace di ricucire, spesso chiusa in una narrazione autoreferenziale che non reggeva più davanti ai risultati. Il danno più grande non è stato soltanto non vincere. Il danno più grande è stato far perdere entusiasmo, fiducia e orgoglio a una tifoseria che aveva già sofferto troppo negli anni precedenti.
Mala politica e calcio: quando la città paga le scelte sbagliate
La vicenda della Reggina dimostra quanto possa essere pericoloso l’intreccio tra mala politica e calcio. Quando la politica interviene non per garantire trasparenza e interesse pubblico, ma per orientare scelte funzionali ad altri equilibri, il danno lo pagano sempre i cittadini. E nel caso della Reggina, lo hanno pagato i tifosi, la città, l’immagine di Reggio Calabria e la storia amaranto. La politica può e deve occuparsi del calcio quando il calcio rappresenta un bene identitario, economico e sociale. Può favorire investitori seri, può creare condizioni infrastrutturali, può garantire legalità, può difendere il patrimonio sportivo cittadino. Ma non può scegliere i peggiori per logiche di convenienza. Non può trasformare la squadra in un’estensione del potere. Non può confondere l’interesse pubblico con gli interessi di parte.
La Reggina è diventata il simbolo di ciò che accade quando si sbaglia metodo. Una città con una passione enorme è stata costretta a guardare il proprio club annaspare nei dilettanti mentre altrove si programmava, si cresceva, si costruiva. E ogni domenica amara ha ricordato a tutti che le scelte sbagliate non restano nei palazzi: arrivano sugli spalti, negli spogliatoi, nei campi di provincia, nella rabbia dei tifosi.
La svolta Cannizzaro: rimettere la Reggina al centro
Adesso, però, qualcosa sembra muoversi. L’elezione di Francesco Cannizzaro a sindaco di Reggio Calabria ha aperto una fase nuova anche per la Reggina. Il neo primo cittadino ha ereditato una situazione pesantissima, figlia di anni di errori, ambiguità e fallimenti. E proprio sulla vicenda amaranto si misura uno dei primi segnali di discontinuità. La novità è nel metodo. Cannizzaro non sta utilizzando la Reggina come strumento di potere, né come terreno per sistemare amici o costruire rendite politiche. La sua azione, per come si sta delineando, punta a liberare il club da un ostaggio politico e gestionale, riportandolo nelle mani di una proprietà molto forte, molto autorevole e capace di garantire futuro.
Questo è il modo più sano di fare politica: non occupare il calcio, ma creare le condizioni perché il calcio torni a camminare con le proprie gambe. Non imporre compari, ma cercare investitori. Non usare la squadra per altri fini, ma restituirla alla città. Non sostituirsi alla società, ma pretendere che la società sia all’altezza del nome che rappresenta. La Reggina ha bisogno di libertà, non di tutela interessata. Ha bisogno di una proprietà vera, non di gestioni improvvisate. Ha bisogno di un progetto industriale, sportivo e identitario, non di altre promesse vuote.
Lo scatto decisivo a Roma e il passaggio di proprietà
Il passaggio decisivo è arrivato a Roma, dove ieri mattina si è consumata l’accelerazione più importante verso il cambio di proprietà. Dopo settimane di voci, chiacchiere e nuove illusioni, adesso si fa davvero sul serio. L’accordo è ormai definito e la formalizzazione potrebbe arrivare nel giro di pochi giorni. Per la Reggina è la fine di un incubo. Non una semplice cessione societaria, ma una liberazione. Perché il cambio di proprietà non rappresenta soltanto il passaggio da un nome a un altro. Rappresenta la possibilità di chiudere una fase umiliante e aprirne una completamente diversa, finalmente degna della storia amaranto.
La città attende la conferma ufficiale. I tifosi aspettano la conferenza stampa di presentazione, che potrebbe diventare il primo vero momento di riconciliazione dopo anni di rabbia e sfiducia. Sarà fondamentale conoscere volti, programmi, risorse, obiettivi e tempi. Ma la sensazione è che questa volta la prospettiva sia radicalmente diversa rispetto al passato. Reggio Calabria non chiede favole. Chiede serietà. Una nuova proprietà che venga annunciata in una sede autorevole e istituzionale, non con improbabili storie su Instagram. Una nuova proprietà che arrivi per durare a lungo e per restare, non con ambiguità legate ad investimenti in mille altre realtà. Chiede una proprietà che parli poco e faccia molto. Chiede una Reggina competitiva, rispettata, organizzata, ambiziosa. Chiede di uscire dalla Serie D immediatamente, subito, già il primo anno, possibilmente passeggiando ovunque ed esaltando la piazza, e di non tornarci mai più.
Una proprietà fortissima per il futuro amaranto
La prospettiva di una proprietà fortissima cambia completamente lo scenario. La Reggina non ha bisogno di esperimenti, non ha bisogno di avventurieri, non ha bisogno di figure modeste che scoprano strada facendo cosa significhi guidare una piazza del genere. Ha bisogno di solidità economica, credibilità nazionale, competenze calcistiche, capacità manageriale e rispetto profondo per Reggio Calabria. Una proprietà forte può fare ciò che in questi anni è mancato: costruire una società vera. Significa scegliere dirigenti di livello, liberare completamente il Sant’Agata da tutti coloro che in questi anni ci hanno sguazzato (e che di Ballarino hanno anche approfittato), investire nel settore tecnico, programmare la risalita, valorizzare il centro sportivo, rilanciare il settore giovanile senza logiche parentali, ricostruire il rapporto con la tifoseria e restituire al Granillo la sua centralità.
La Reggina non può e non deve accontentarsi di vincere un campionato di Serie D. Deve tornare a pensare in grande, passo dopo passo, con realismo ma senza complessi di inferiorità. La storia amaranto impone ambizione. Reggio Calabria ha dimostrato per decenni di poter vivere il grande calcio con passione, maturità e numeri importanti. Una proprietà forte può trasformare questa energia in progetto. Se la svolta sarà confermata ufficialmente, i tifosi potranno guardare avanti con fiducia. Non per credere all’ennesima promessa, ma perché questa volta il contesto è molto diverso: una politica che accompagna senza appropriarsi, una città pronta a ripartire, una tifoseria che non ha mai smesso di amare e una società che finalmente darà una guida all’altezza.
Reggina, la fine dell’ostaggio e l’inizio della rinascita
La Reggina deve essere liberata definitivamente dall’ostaggio della mala politica. Deve tornare a essere ciò che è sempre stata: patrimonio della città, simbolo popolare, orgoglio collettivo. Gli ultimi tre anni hanno insegnato che non basta salvare un titolo, non basta iscrivere una squadra, non basta indossare una maglia amaranto. Bisogna onorarla. La stagione che si apre può essere quella della rinascita. Ma la rinascita vera richiede memoria. Reggio Calabria non deve dimenticare chi ha sbagliato, chi ha scelto male, chi ha difeso l’indifendibile, chi ha raccontato illusioni mentre la squadra affondava nei dilettanti. Solo ricordando gli errori si può evitare di ripeterli.
Il compito di Cannizzaro, in questa fase, è rimettere le cose al loro posto. E il segnale più forte è proprio questo: la politica buona non mette le mani sulla squadra, ma la libera. Non cerca tornaconti, ma soluzioni. Non costruisce clientele, ma apre strade. Non promette appartenenze, ma pretende serietà. Ed è proprio quello che Cannizzaro sta facendo, con enormi virtù, in questi giorni decisivi per il futuro. La Reggina merita una proprietà forte, una società pulita, una dirigenza competente e un futuro importante. Lo meritano i tifosi che hanno seguito la squadra anche nei giorni più bui. Lo merita il Granillo, che non può essere teatro di rassegnazione. Lo merita Reggio Calabria, città che ha già pagato troppo per scelte sbagliate e gestioni inadeguate.
Adesso la speranza è concreta. La conferma ufficiale del passaggio di proprietà potrà segnare l’inizio di una nuova epoca. Dopo tre anni di scempio, la Reggina può finalmente rialzare la testa. E questa svolta sarà costruita su solidità, trasparenza e ambizione, così i tifosi potranno davvero stare tranquilli: il futuro amaranto può tornare a essere grande, non solo per i prossimi anni, ma per i prossimi decenni.





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