Trump è pazzo come Putin era malato terminale di cancro: dilaga il giornalismo dell’ignoranza

L'incapacità delle élite mediatiche di leggere la realtà, la fine del regime degli Ayatollah e la solitudine di un'Europa che ha smesso di pesare nel grande scacchiere della storia

Esiste una forma di pigrizia intellettuale che, col passare degli anni, è tracimata dai tinelli della provincia più periferica e arretrata per farsi dogma nelle redazioni dei grandi quotidiani e negli studi televisivi della prima serata. È la tentazione, irresistibile per chi non possiede gli strumenti della geopolitica e della storia, di ridurre il complessivo al patologico. Dire, o anche solo ipotizzare, che il Presidente in carica degli Stati Uniti d’America Donald Trump sia pazzo non è una diagnosi psichiatrica, bensì la confessione di un fallimento: è l’ammissione di chi non capisce cosa stia accadendo e, terrorizzato dal dover studiare, preferisce etichettare come follia ciò che è, in realtà, una strategia lucida, brutale e profondamente americana. Storicamente americana. Tipicamente americana.

Se per un cittadino comune la semplificazione è un peccato veniale, per un giornalista essa diventa un crimine contro l’opinione pubblica, un atto di disinformazione che anestetizza il pensiero critico e trasforma l’informazione in un asilo infantile.

Il fantasma del cancro di Putin e il fallimento epistemologico del giornalismo italiano

Quello che oggi accade con l’inquilino della Casa Bianca è il riflesso speculare di quanto abbiamo vissuto nel 2022. All’epoca, le colonne del Corriere della Sera e i salotti mediatici assicuravano con certezza: Vladimir Putin – che aveva appena lanciato l’attacco all’Ucraina – era un malato terminale, un uomo divorato dal cancro e dalla depressione, isolato nel suo Paese e sull’orlo di un golpe ordito dagli oligarchi. Il principale quotidiano istituzionale del nostro Paese descriveva pure come gli oligarchi si stavano organizzando per eliminarlo, tra l’altro con toni carichi d’entusiasmo.

Era il giornalismo dell’ignoranza che cercava di spiegare l’aggressione all’Ucraina come il colpo di coda di un moribondo. A oltre quattro anni di distanza, la realtà ha presentato il conto: Putin è vivo, vegeto e saldamente al potere, mentre a sparire, cadendo dai balconi o finendo avvelenati, sono stati i suoi oppositori, da Naval’nyj a Prigožin. Lungi da noi difendere il despota del Cremlino, è solo l’evidenza dei fatti che fornisce la verità sul passato e consente di capire meglio il presente. Nel mondo del giornalismo italiano, le grandi firme hanno già fallito quattro anni fa: per non contestualizzare le mosse dell’avversario entro le sue logiche di potere, hanno preferito inventare favole cliniche. Oggi, la stessa ignoranza si riversa nei commenti su Trump, trasformando un leader eletto democraticamente dalla più antica democrazia liberale del mondo in una caricatura psicotica. Eppure la realtà è molto diversa.

La deriva dei salotti televisivi tra Tommaso Labate e Bianca Berlinguer

Il paradosso della nostra era è che, mentre si urla al ritorno del fascismo o alle limitazioni della libertà di stampa, si assiste in realtà alla deriva opposta: un’anarchia dell’insulto dove la responsabilità del microfono è evaporata. Quando in prima serata su Rete 4 Tommaso Labate parla di Trump dandone per scontata la pazzia, non sta facendo informazione, sta sabotando le relazioni diplomatiche del Paese con il nostro principale alleato. In altri tempi, una simile leggerezza avrebbe scatenato un caso diplomatico internazionale. Ancora più emblematico è il caso di Bianca Berlinguer, che martedì sera è passata nel volgere di poche ore dal lanciare strali apocalittici sulla distruzione della civiltà iraniana a opera di un Trump bombardiere, all’accusare lo stesso Presidente di “essersi tirato indietro” non appena è stata siglata la tregua mediata dal Pakistan. È la cecità dell’ideologia di sinistra: se Trump minaccia è un pazzo sanguinario, se ottiene l’apertura dello Stretto di Hormuz senza sparare un colpo è un vigliacco. E in ogni caso, qualsiasi cosa accada, lui sbaglia tutto a prescindere. Non c’è analisi, solo un pregiudizio che ignora come la minaccia del potere sia spesso lo strumento più efficace della diplomazia muscolare. E a maggior ragione nel caso di Donald Trump, è anche piuttosto prevedibile in quanto lui ha sempre agito in questo modo sin dai tempi di Kim Jong-un tra 2016 e 2017. Molti lo hanno dimenticato, ma anche all’epoca il mondo sembrava sull’orlo del conflitto nucleare. Il risultato? Lo storico incontro tra i Presidenti di USA e Corea del Nord nel 2018 a Singapore con la firma dell’accordo non solo sulla pace, ma anche sulla completa denuclearizzazione della penisola coreana.

incontro trump Kim Jong-un

Psicosi collettive e la realtà dei dazi che premia l’economia italiana

La narrazione distorta dei media italiani si nutre di psicosi. Nei giorni scorsi abbiamo assistito a clamorosi lanci di terrore mediatico su un presunto uso di bombe nucleari in Iran da parte degli Stati Uniti d’America, ipotesi mai sfiorata dalla Casa Bianca, sulla falsariga di quanto accade da mesi sulla ridicola idea di un terzo mandato per Trump, mentre a Washington già si consuma la sfida per la successione tra Rubio e Vance. È la stessa sindrome che ha generato il panico su razionamenti e chiusure in Italia, fandonie mai entrate nell’agenda del governo di Giorgia Meloni. Ricordiamo tutti la catastrofe annunciata un anno fa, proprio di questi tempi, per i dazi americani: le imprese italiane avrebbero dovuto soccombere sotto il peso del protezionismo trumpiano con tanto di licenziamenti di massa, ristori e sussidi pubblici per tamponare la crisi. Ebbene, pochi giorni fa i dati ufficiali Mimit e Banca d’Italia hanno certificato che dopo un anno le esportazioni italiane negli USA sono cresciute addirittura del 7%, perché il nostro export di lusso non teme le tariffe, ma anzi ne beneficia in un mercato americano rinvigorito. Su StrettoWeb lo scrivevamo un anno fa. Adesso la storia, implacabile, ha smontato la propaganda allarmista, dimostrando che la realtà è molto più complessa dei titoli terroristici dei giornali progressisti.

Le voci nel deserto: Rampini, Biloslavo e Rossi Hawkin

In questo deserto di competenze, brilla la luce di pochi eletti che hanno avuto il coraggio di studiare l’America anziché giudicarla dai salotti di Roma o Milano. Parlo di Federico Rampini, capace di leggere le dinamiche profonde della società statunitense oltre la crosta del politicamente corretto; di Fausto Biloslavo, che la guerra l’ha vista dal fango delle trincee e non dai monitor della redazione; di Maria Luisa Rossi Hawkin, corrispondente storica che conosce i corridoi del potere americano meglio di chiunque altro. Sono voci che non urlano, ma analizzano. Spiegano che il sostegno a Israele e la lotta al regime degli ayatollah non sono capricci di un folle, ma la necessità di un avamposto di libertà in un Medio Oriente altrimenti dominato dal buio. Questi esperti ci ricordano che Israele è l’unica democrazia liberale della regione, un baluardo di civiltà che l’Occidente ha il dovere morale di difendere.

La guerra in Iran e il ritardo colpevole di un Occidente ipocrita

La lotta contro il regime di Teheran arriva con 47 anni di colpevole ritardo. Abbiamo permesso che un manipolo di fanatici trasformasse una civiltà millenaria in un focolaio globale di terrorismo, opprimendo 100 milioni di persone che oggi chiedono a gran voce la libertà e minacciando le nostre democrazie occidentali con una rete terroristica che è entrata più volte nelle nostre grandi città con attentati sanguinari di proporzioni catastrofiche. È singolare che, mentre il popolo iraniano e i Paesi arabi del Golfo sostengono oggi la necessità di eradicare il tumore degli ayatollah per non restare confinati all’Età della Pietra (sono proprio loro a chiedere a USA e Israele di continuare la guerra fino alla liberazione totale dell’Iran!), la sinistra europea simpatizzi quasi per i carcerieri in nome di un pacifismo di facciata. Trump e Netanyahu stanno facendo il lavoro sporco che l’Europa non ha avuto il coraggio di affrontare. E su questo, la destra italiana sconta oggi una storica incapacità comunicativa, lasciando il campo alla propaganda di chi, erede del centralismo comunicativo del PCI, sa speculare sulle paure popolari senza avere l’onere del governo. E’ palese, infatti, che la sinistra italiana di oggi abbia raccolto al meglio l’eredità del partito comunista italiano che per oltre 40 anni, durante la prima repubblica, ha sempre e solo fatto opposizione e si è specializzato nella propaganda tipica di chi non ha responsabilità di governo.

Poi, quando la sinistra ha governato a più riprese dagli anni ’90 ad oggi, è stata il più fedele e scodinzolante cagnolino americano (comprese guerre e bombardamenti tramite le nostre basi).

Coerenza internazionale e il prezzo della libertà tra benzina e condizionatori

Certo, le ripercussioni economiche ci sono e nessuno le nega. Ma non dipendono dal governo italiano. È grottesco sentire oggi i leader del Movimento 5 Stelle e del PD stracciarsi le vesti per il rincaro dei carburanti. Sono gli stessi che, appena quattro anni fa, ci chiedevano di scegliere tra “la pace o i condizionatori“, giustificando inflazione al 12% e prezzi folli pur di contrastare la Russia. Oggi l’inflazione in Italia è ferma all’1,5%, la più bassa d’Europa, e il governo ha tagliato le accise rendendo il pieno meno caro che altrove.

benzina europa oggi

Eppure, per la sinistra, la libertà del popolo iraniano e dei commerci internazionali non vale il prezzo di un caffè in più. La coerenza di Giorgia Meloni, che pur dall’opposizione sostenne l’Ucraina e oggi mantiene saldo il legame con gli USA indipendentemente da chi sieda alla Casa Bianca (è sempre stata coerente anche quando il Presidente americano era Biden, nonostante lui sì che fosse certamente meno lucido di Trump), è la vera garanzia di una nazione con la schiena dritta. L’Italia e gli Stati Uniti sono alleati storici nel baluardo dell’Alleanza Atlantica, un legame che per la sinistra sembra valere solo quando i bombardamenti portano la firma di Obama o Clinton che pure coinvolsero l’Italia ai tempi di D’Alema e Napolitano in modo molto più diretto e consenziente nei casi delle vicine Libia e Serbia. Ma lì nessuno parlava di Obamapazzo” o Clintonpazzo“… (anzi, a Obama hanno dato persino il Nobel per la pace mentre Clinton viene celebrato come una divinità nonostante il macabro coinvolgimento nel caso Epstein).

Epstein clinton

Il tramonto dell’Europa e la lucidità del disegno americano

Mentre il giornalismo nostrano si interroga sulla sanità mentale di Trump, l’Europa scompare dai radar. Siamo diventati marginali, isolati, parassiti che pretendono protezione dagli USA senza voler investire nella propria difesa. Il vero pazzo non è Trump, che agisce per l’interesse nazionale americano come hanno fatto tutti i suoi predecessori (incluso Obama, che definì gli europei “free riders” avviando 15 anni fa quel percorso di disimpegno americano dal Vecchio Continente, che proseguirà anche dopo Trump), ma l’Europa che si è ridotta a spettatrice mentre persino il Pakistan media i conflitti globali. Trump non è un’anomalia, è la manifestazione di un’America che ha smesso di fare sconti a chi specula sulla sua generosità. Ha rovesciato regimi in Venezuela senza spargimenti di sangue, ha siglato gli Accordi di Abramo in Medio Oriente, ha già fatto la storia dell’umanità e oggi sta provando a determinare il collasso di una teocrazia sanguinaria che non ha più una guida suprema, ma solo un erede fantasma che nessuno ha contezza esista davvero.

La storia come tribunale finale: la democrazia non è un pranzo di gala

Si dice spesso che la democrazia non si possa esportare. Eppure, l’Italia ha ottenuto la sua libertà grazie alle bombe americane che non colpivano il popolo, ma il regime che lo schiavizzava. Ci sono voluti due anni di sangue per liberare la nostra penisola; pretendere adesso che in Iran tutto si risolva in poco più di un mese è segno di una miopia storica imperdonabile. Soprattutto da parte degli italiani che hanno vissuto l’esperienza della Liberazione. Se domani la Persia tornasse a essere una nazione libera e amica dell’Occidente, associata alle democrazie in nome dei valori comuni, dei diritti individuali, delle libertà personali, allora sì che Trump verrebbe ricordato come un portatore di pace, nonostante gli anatemi dei vari giornalisti comunisti che popolano (sigh!) le reti Mediaset, trasformate in un covo di opposizione ideologica. In questo momento di svolta epocale, la storia non chiederà conto delle urla di Labate o dei dubbi della Berlinguer, ma della capacità dei grandi leader di distinguere il bene dal male e di agire di conseguenza, collocandosi dalla parte giusta della storia. Il resto è solo rumore di fondo di un mondo che evolve nella complessità.