“Il diritto internazionale non esiste”: potrei fare un collage con i volti sconvolti dei miei interlocutori che in questi giorni reagiscono con smorfie esterrefatte alla mia affermazione che in realtà è di una banalità assoluta. Perché il diritto internazionale l’ho studiato nel mio percorso universitario di scienze politiche e giornalismo, e i professori nel primo giorno di lezione si affrettavano a premettere proprio che “il diritto internazionale” non esiste in quanto tale. Si tratta, invece, di un concetto fluido che poggia le sue basi sulle relazioni internazionali. Ma tra “diritto” e “relazioni” c’è un abisso. In questi giorni, nell’Europa piegata all’ignoranza del perbenismo e del politicamente corretto, tutti sbraitano il “mancato rispetto del diritto internazionale” da parte di Stati Uniti e Israele per l’attacco militare al regime sanguinario degli Ayatollah in Iran. E invece, Trump e Netanyahu non hanno mancato di rispetto a nulla: non c’era nessuna legge che glielo impedisse, non c’è nessun tribunale che può giudicarli, non c’è nessuna forza di polizia che può eseguire il fantomatico “mancato rispetto” di una legge che comunque non c’è.
Ed è qualcosa che si impara a 18 anni nel primo trimestre di università.
Semmai ci fosse un “diritto internazionale”, esclusivamente di natura morale ed etica, l’unico attore in questione a non rispettarlo sarebbe l’Iran che da quasi 50 anni è governato da un regime violento e sanguinario che nega ogni libertà individuale e tutti i diritti umani a cento milioni di persone. E nessuna legge internazionale, nessun tribunale internazionale, nessuna polizia internazionale gli ha impedito di farlo. Proprio perché l’unico diritto che esiste è quello Nazionale.
Non parlo a caso di legge, tribunale e polizia: l’unico diritto che può esistere in una società, è quello disciplinato da un’autorità che fa le leggi (parlamento), un’autorità che decide chi non le ha rispettate (magistratura), un’autorità che esegue le sanzioni (polizia). Nulla di tutto questo esiste a livello internazionale. Non esiste, non è mai esistito e non potrà mai esistere in futuro, almeno finché non avremo un governo globale, una magistratura globale, una polizia globale. Finché, insomma, non saremmo un unico Stato, con un’unica bandiera. E magari con un unico cibo, con uniche tradizioni, costumi, festività, con un unico colore della pelle, con un’unica religione. Immaginate, che tristezza che sarebbe un mondo così piatto e omologato, genuflesso ad una dittatura universale?
L’insanabile paradosso della sovranità e il fallimento del comando giuridico
La ragione filosofica per cui il diritto internazionale non può esistere risiede nel concetto stesso di sovranità statale. Come insegnava Thomas Hobbes, “i patti senza la spada non sono che parole”, e nel sistema internazionale non esiste alcuna spada che non appartenga a uno specifico Stato. Se il diritto nazionale funziona perché esiste un potere superiore che impone la legge ai cittadini, nel sistema globale vige il principio del superiorem non recognoscens: ogni Stato sovrano non riconosce alcuna autorità al di sopra di sé. Il giurista John Austin definiva la legge come un comando emanato da un sovrano e sostenuto dalla minaccia di una punizione; nel momento in cui una “norma” internazionale dipende dalla volontà negoziale dello Stato che dovrebbe subirla, essa cessa di essere diritto e diventa mera scelta politica. I trattati internazionali non sono leggi, ma contratti di convenienza che le nazioni firmano finché ne traggono vantaggio e stracciano non appena il calcolo dei costi supera quello dei benefici. Invocare una legalità mondiale significa dunque nutrire una finzione retorica che maschera l’assenza di un vero ordinamento giuridico coeso.
Insomma, sostenere che il diritto internazionale sia una realtà tangibile non è solo un errore tecnico, ma una forma di clericalismo laico che ignora la natura intrinsecamente anarchica delle relazioni tra Stati. In un mondo privo di un Leviatano globale, ovvero di un’autorità superiore dotata del monopolio della forza, la norma giuridica evapora, lasciando spazio esclusivamente ai rapporti di forza e agli interessi nazionali. Mentre una certa parte politica si straccia le vesti gridando allo scandalo per le azioni unilaterali di Donald Trump contro l’Iran nel 2026, si omette volontariamente di ricordare che la legge, per essere tale, necessita di una sanzione certa e di un apparato coercitivo super partes, elementi che nel panorama mondiale brillano per la loro totale e strutturale assenza.
L’architettura del diritto
L’architettura di ciò che definiamo comunemente diritto non è un’astrazione filosofica campata in aria, ma una struttura ingegneristica precisa che poggia su tre pilastri interdipendenti e inscindibili: la capacità di creare la norma, quella di giudicarne la violazione e quella di imporla con la forza. In assenza di questa triade fondamentale, il diritto smette di essere tale per trasformarsi in consiglio, auspicio o, nel peggiore dei casi, in uno strumento di propaganda geopolitica. Negli Stati sovrani, questo meccanismo è oliato dal monopolio della forza legittima, ma nel panorama mondiale non esiste nulla di simile. Chi oggi sbraita contro le azioni di Donald Trump o di altri leader definendole “illegali” compie un errore logico madornale, poiché attribuisce al sistema internazionale una natura giuridica che esso, strutturalmente, non possiede e non potrà mai possedere finché esisteranno nazioni indipendenti.
La triade del potere come condizione necessaria dell’ordine giuridico
Per comprendere perché il diritto internazionale sia un miraggio, occorre analizzare come funziona il diritto reale all’interno di una nazione. Il primo pilastro è il potere legislativo, rappresentato da un Parlamento che emana leggi erga omnes, ovvero valide per tutti i consociati indipendentemente dal loro consenso individuale. Il secondo è il potere giudiziario, una Magistratura i cui tribunali hanno una giurisdizione obbligatoria: se commetti un reato, non puoi scegliere di non farti processare. Il terzo, e più importante, è il potere esecutivo, ovvero una Polizia che mette in pratica le decisioni dei giudici usando, se necessario, la coercizione fisica. Questa triade trasforma la parola scritta in realtà effettuale. Senza un poliziotto che ti arresta e un carcere che ti attende, il codice penale sarebbe solo un libro di letteratura distopica. Il diritto, dunque, non è “giustizia”, ma è forza regolamentata da un’autorità centrale che sovrasta i singoli.
L’anarchia internazionale e l’assenza di un legislatore mondiale
Nel teatro globale, questa triade è totalmente assente, sostituita da un’anarchia di fondo dove ogni attore è legge a se stesso. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite non è un Parlamento mondiale, poiché le sue risoluzioni non sono vincolanti e non hanno valore di legge per gli Stati sovrani. Ogni nazione decide autonomamente a quali trattati aderire, agendo come un individuo che decide quali leggi rispettare e quali ignorare a proprio piacimento. In questo contesto, non esiste una volontà generale superiore, ma solo una somma di egoismi nazionali. Quando la sinistra occidentale invoca il rispetto delle norme internazionali, finge di ignorare che la fonte di tali norme è il consenso volontario, il quale può essere revocato in qualsiasi momento. Senza un legislatore supremo che imponga la norma dall’alto, ci troviamo di fronte a semplici accordi tra gentiluomini che durano finché dura la convenienza reciproca.
Il moralismo selettivo della sinistra e la storia delle invasioni etiche
Risulta particolarmente stucchevole osservare oggi l’indignazione di quei settori progressisti che gridano alla violazione della legalità internazionale a maggior ragione nel giorno in cui pilastri di libertà e democrazia mondiali come Stati Uniti e Israele attaccano la più sanguinaria dittatura globale, dopo aver costruito per decenni la propria egemonia geopolitica proprio sul calpestamento sistematico di quel fantomatico diritto. La memoria corta della sinistra intellettuale sembra aver rimosso i bombardamenti su Belgrado nel 1999, un’operazione condotta dalla NATO senza alcun mandato del Consiglio di Sicurezza ONU. In quell’occasione, leader come Bill Clinton e, in Italia, figure come Massimo D’Alema (allora premier) e il futuro Presidente Giorgio Napolitano (allora ministro dell’Interno), non esitarono a invocare la “guerra umanitaria” per bypassare le norme scritte, creando un precedente di eccezionalismo bellico che oggi fingono di ignorare, con un coinvolgimento diretto dell’Italia e l’utilizzo delle basi militari americane senza neanche darne informazione al parlamento. La violazione della sovranità della Jugoslavia fu la dimostrazione plastica che, quando è la sinistra a guidare i Paesi dell’asse atlantico, il diritto internazionale diventa un fastidioso orpello burocratico da gettare nel cestino in nome di una presunta superiorità morale. Questo approccio ha trasformato la geopolitica in un tribunale inquisitorio dove i capi d’accusa vengono scritti dai vincitori dopo aver già deciso la sentenza.
Dalla Libia all’Iran la parabola di un’ipocrisia senza confini
Il caso della Libia nel 2011 rappresenta forse l’apice di questa schizofrenia diplomatica, dove il concetto di Responsibility to Protect è stato utilizzato come grimaldello per un brutale regime change. Sotto l’amministrazione di Barack Obama, e con il beneplacito delle sinistre europee (il solito Napolitano era Presidente della Repubblica e diede l’ok italiano all’iniziativa militare contro Gheddafi), una risoluzione ONU nata per proteggere i civili è stata trasformata in una licenza di bombardare, portando al collasso un intero Stato e dimostrando che il diritto internazionale è solo un vestito linguistico per la forza bruta. Oggi, accusare Trump di illegalità per aver colpito l’Iran significa ignorare che egli non ha fatto altro che rimuovere la maschera ipocrita utilizzata dai suoi predecessori. Se non esiste un tribunale mondiale in grado di processare un Presidente americano, un leader cinese o uno russo, allora parlare di “reato internazionale” è una contraddizione logica. Trump agisce nella consapevolezza realista che l’unica legge valida tra le nazioni è quella del più forte, un’onestà brutale che scandalizza chi ha preferito per anni bombardare in nome della pace e invadere in nome della democrazia.
La realtà del diritto come strumento di propaganda e arma diplomatica
In ultima analisi, ciò che viene spacciato per diritto internazionale è in realtà una forma di propaganda sofisticata che serve a stabilizzare lo status quo a favore delle potenze dominanti. Come suggerito dal filosofo Carl Schmitt, chi invoca l’umanità sta cercando di ingannare, poiché il concetto di “umanità” non è un soggetto giuridico, ma un’astrazione utilizzata per privare il nemico della sua legittimità politica. Il diritto internazionale è dunque una profezia che si auto-adempie solo per i deboli: se un piccolo Stato viola un trattato, subisce sanzioni; se lo fa una superpotenza, il trattato semplicemente cessa di esistere o viene reinterpretato dai giuristi di corte. Non esiste un codice, non esiste una polizia globale e non esiste una magistratura indipendente con poteri coercitivi reali. Esistono solo relazioni internazionali caratterizzate da frizioni, alleanze e conflitti. E’ sempre stato così, è così ancora oggi e sarà così anche in futuro. Accettare questa realtà significa smettere di credere alle favole giuridiche e riconoscere che l’ordine mondiale non è figlio di un’aula di tribunale, ma del precario equilibrio tra le armate di chi ha il potere di scrivere la storia.
Il caso della Spagna e lo strappo di Sanchez all’alleanza atlantica
L’ennesima ipocrisia della sinistra di oggi in Europa si registra nell’esaltazione del premier spagnolo Sanchez, che ha negato allo storico alleato americano l’utilizzo delle basi militari per l’attacco ai terroristi iraniani. Come reazione, Trump ha dichiarato di voler interrompere ogni relazione commerciale con la Spagna: apriti cielo. Non si capisce perchè un premier di sinistra può essere libero di assumere le sue decisioni e uno di destra no. Non si capisce in base a quale coerenza, la Spagna può negare l’utilizzo delle proprie basi agli USA e gli USA non possono decidere di non voler commerciare più con loro. Non si capisce, insomma, quale linea di libertà e democrazia segua la sinistra: immaginate se un leader di destra di un qualsiasi Paese europeo avesse negato le basi militari americane ad un’amministrazione di sinistra (Biden, Obama, Clinton)? Avrebbero urlato al fascismo e al pericolo di rottura dell’alleanza atlantica. Se invece l’America è governata dalla destra, non solo la sinistra europea ha legittimità di essere anti-americana ma si scandalizza pure se l’America reagisce in termini commerciali.
Tutto assurdo: è il rovesciamento della realtà! Che arriva fino alla narrazione mediatica, secondo cui Trump avrebbe “attaccato” la Spagna negando i commerci, quando in realtà Trump reagisce con libere e legittime scelte economiche allo strappo della Spagna che ha impedito ad un suo alleato di utilizzare basi nella lotta mondiale al terrorismo, senza alcuna valida ragione. E poi si arrabbiano quando diciamo che sono complici dei terroristi e “più fondamentalisti di Hamas”…
Trump e Netanyahu liberatori del popolo, come Roosvelt e Churchill 80 anni fa
Piuttosto, chiediamoci se e quali azioni militari portano oppressione e quali portano libertà. Gli anti-Trump della sinistra italiana hanno rispolverato il mantra tipico dell’antiamericanismo, in quanto non si potrebbe “esportare la democrazia”. Dicono che non funziona, che non ha mai funzionato, che non è così che funziona il mondo. Ebbene, proprio noi italiani non dovremmo parlare in questo modo avendo vissuto l’esperienza del fascismo e della liberazione arrivata solo ed esclusivamente grazie ai bombardamenti degli Alleati, cioè gli anglo-americani. È l’esempio migliore di quanto si possa “esportare la democrazia”: se oggi abbiamo libertà e diritti, è proprio grazie agli americani, senza il cui intervento oggi l’Europa sarebbe ancora sotto lo scacco degli eredi di Hitler e Mussolini. E allora, oltre ogni vergognosa retorica ideologica, per capire quale sia la parte giusta della storia basta rivolgersi alle opinioni pubbliche locali: vale per l’Ucraina, vale per il Venezuela, vale per l’Iran. Nelle ultime settimane, tra Sud America e Medio Oriente centinaia di milioni di persone esultano e festeggiano perché vedono un barlume di libertà, una luce di speranza, dopo decenni di oppressione sanguinaria. Ringraziano Trump e Netanyahu esattamente come italiani e tedeschi fecero con Roosvelt e Churchill per la sconfitta del nazifascismo. E mentre Trump e Netanyahu passano alla storia come liberatori coraggiosi e visionari, in Italia e in Europa c’è chi li critica soltanto perché non sono iscritti al Pd…




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