Meloni non si dimetterà se al Referendum vince il No, ma cosa succederà a Schlein se vince il Sì?

Perché mai il Presidente del Consiglio dovrebbe dimettersi? La domanda da porre piuttosto è un'altra: se vincesse il Sì, che ne sarebbe del futuro di Elly Schlein? Gli scenari

Cosa succede a Elly Schlein se dovesse vincere ilal Referendum sulla Giustizia? E’ una domanda da porre, che però nessuno si chiede. Tutti a domandarsi (e a domandare alla diretta interessata), invece, se Giorgia Meloni si dimetterà in caso di vittoria del No. Come se la aspettassero al passo, come se rappresentasse un atto dovuto e scontato quale conseguenza di un qualcosa. Ma perché mai il Presidente del Consiglio dovrebbe dimettersi? Nel suo programma di Governo c’era anche la Riforma sulla Giustizia e se è stata eletta è anche perché il popolo si aspetta che la riformi davvero. Quindi, difatti, e al di là dell’esito, la leader di Fratelli d’Italia si è mossa verso questa soluzione, dando conferma e continuità a quanto aveva promesso in campagna elettorale.

Se dovesse vincere il No, dunque, non è di certo per colpa sua. Anche perché non è il Referendum sulle dimissioni di Giorgia Meloni, ma il Referendum sulla Giustizia. Non è personalizzato, non è da personalizzare e la Premier si è tenuta ben lontana dal farlo, evitando sin da subito di ricalcare le orme di Matteo Renzi, il quale qualche anno fa si “intestò” pregi e difetti, punti di forza e lacune di un Referendum per il quale mise le mani avanti, costretto a dimettersi dopo la sconfitta.

Per questo, e soprattutto per questo, non ha senso che Giorgia Meloni si dimetta. Quella della Giustizia è una delle tantissime pagine aperte – sicuramente tra le più importanti – del suo programma elettorale, ma non è l’unica e non può ridursi tutto a questo. Tra l’altro, una vittoria del No non scalfirebbe la sua leadership all’interno del CentroDestra, non creerebbe scompiglio e confusione negli altri partiti della coalizione, perché sono tutti ben consapevoli delle condizioni di cui sopra. Ma soprattutto sono, va ribadito, tutti uniti e compatti verso il Sì, senza individualismi e personalismi.

E dall’altro lato? Ecco, a Sinistra la situazione è ben diversa ed è questo il motivo per cui – anziché pensare al futuro politico di Meloni – ci sarebbe da chiedersi: cosa ne sarà di Schlein in caso di vittoria del Sì? Perché a Destra, lo abbiamo detto, c’è assoluta compattezza. A Sinistra invece no, per nulla. E non c’è perché a Sinistra c’è chi voterà nel merito della riforma, senza guardare al colore politico. Gente che non condivide gli ideali di Meloni e della Destra, ma che voterà Sì perché ritiene giusto votare Sì. Da Pina Picierno a Marco Minniti, da Danilo Toninelli a Giuliano Pisapia, sono diversi e non si tratta di nomi secondari, ma di elementi di spicco della Sinistra italiana del presente e del passato, in alcuni casi neanche troppo centrista.

E questo cosa significa? Significa che la Sinistra non è compatta e che in caso di Sì potrebbero aprirsi delle fronde interne volte a far scricchiolare la figura di Elly Schlein in capo al PD nazionale. La segretaria dem, sin dal suo insediamento, di battaglie ne ha vinte davvero poche. Ha contribuito ad alimentare il successo – e la compattezza – di Meloni e del CentroDestra; ha intrapreso lotte che hanno allontanato l’elettorato del CentroSinistra, spostandosi verso una posizione più radicale; ha mostrato fragilità e disgregazione nella coalizione al netto di un campo largo che in realtà non è mai esistito. E, se dovesse perdere anche una delle battaglie più importanti, quella sulla Giustizia, beh, a quel punto non è da escludere che la sua avventura (fallimentare) possa anche terminare in anticipo.