Lazio da urlo, la rivincita di Lotito e Gattuso: Ringhio meglio di Eriksson e Inzaghi. E che peccato lo stillicidio dell’ambiente

Otto vittorie e un pareggio nelle prime nove giornate, 25 punti su 27 e la migliore partenza della storia biancoceleste. Il presidente risponde alle contestazioni con un mercato intelligente, Gattuso ribalta i giudizi dopo il fallimento con l'Italia e l'eliminazione contro il Mantova

Otto vittorie, un pareggio, nessuna sconfitta. Venticinque punti sui ventisette disponibili, ventidue gol segnati e appena sette subiti. E soprattutto un primato che pesa più di qualsiasi considerazione: mai la Lazio aveva cominciato così bene un campionato di Serie A. Meglio della squadra dello Scudetto di Sven-Göran Eriksson, meglio della Lazio capace di sognare il titolo con Simone Inzaghi, meglio persino delle partenze delle formazioni campioni d’Italia. Il 6-2 rifilato ieri sera al Sassuolo, con una superiorità tale da permettersi persino il lusso di sbagliare due rigori, ha aggiornato numeri già straordinari e proiettato momentaneamente i biancocelesti in testa alla classifica da soli. Ma dietro questa partenza clamorosa c’è una storia ancora più interessante dei risultati: la doppia rivincita di Claudio Lotito e Gennaro Gattuso, due protagonisti che hanno attraversato un’estate complicatissima, circondati da scetticismo, contestazioni e critiche, e che oggi si ritrovano a guidare una delle sorprese più belle del calcio italiano. Una rivincita che, inevitabilmente, apre anche una riflessione sull’ambiente laziale e su quanto una parte della tifoseria rischi di perdersi, continuando a disertare lo stadio proprio mentre la propria squadra sta scrivendo una pagina di storia.

Gattuso meglio di Eriksson e Inzaghi: i numeri di una Lazio mai vista

Per comprendere davvero la portata di quanto sta facendo la Lazio basta confrontare il suo rendimento con quello delle grandi squadre del passato. Dopo nove giornate, la formazione di Gattuso ha conquistato 25 punti, frutto di otto successi e un pareggio. Nella stagione 2017-2018 la Lazio di Simone Inzaghi, protagonista di una partenza eccellente, si era fermata a 22 punti nello stesso numero di partite. Persino la Lazio di Eriksson, quella che avrebbe conquistato lo storico Scudetto del 2000, aveva iniziato il campionato con un rendimento inferiore. E il confronto assume un significato ancora maggiore se esteso alla squadra campione d’Italia del 1974, guidata da Tommaso Maestrelli, tenendo naturalmente conto del diverso sistema di punteggio dell’epoca. La Lega Serie A ha già riconosciuto ufficialmente il primato biancoceleste nell’era dei tre punti a vittoria. Non è soltanto una questione statistica: questa Lazio vince, convince, segna tanto, subisce poco e soprattutto dimostra una capacità di interpretare le partite che sarebbe stato difficile immaginare soltanto due mesi fa. I sei gol realizzati contro il Sassuolo rappresentano l’ennesima dimostrazione di una squadra capace di colpire con tanti protagonisti diversi. Dopo nove giornate sono già dodici i calciatori biancocelesti andati a segno, altro dato eccezionale che racconta quanto Gattuso abbia saputo costruire un collettivo nel quale il risultato non dipende esclusivamente dalle giocate di un singolo campione.

La rivincita di Lotito: pochi soldi, tante critiche e un mercato di competenze

Se c’è un personaggio che oggi può guardare ai risultati della Lazio con particolare soddisfazione, quello è senza dubbio Claudio Lotito. Il presidente ha trascorso mesi difficili, tra contestazioni sempre più accese, accuse di investire troppo poco, malumori per la gestione societaria e una frattura con una parte significativa della tifoseria. L’estate del mercato a saldo zero sembrava destinata ad alimentare ulteriormente il pessimismo. Cessioni importanti, vincoli economici stringenti e la sensazione diffusa che la Lazio non potesse competere con le società più ambiziose del campionato. Eppure, proprio in quelle condizioni, Lotito e il direttore sportivo Angelo Fabiani hanno costruito una squadra che oggi sta smentendo molte delle previsioni. La risposta alle critiche sugli investimenti non è arrivata attraverso spese faraoniche, ma attraverso scelte tecniche funzionali, formule finanziarie sostenibili nell’immediato e una precisa idea di squadra. Gli arrivi di Josip Sutalo, Andrea Pinamonti e Albert Gudmundsson hanno rafforzato settori fondamentali, mentre l’operazione Davide Frattesi si sta rivelando particolarmente importante per gli equilibri e la qualità del centrocampo. Un mercato condizionato dai vincoli di saldo zero, costruito soprattutto attraverso prestiti, riscatti e opportunità, che non significa assenza di costi o impegni futuri, ma dimostra come la qualità delle decisioni possa incidere almeno quanto la quantità del denaro speso.

Naturalmente, nove giornate non bastano a cancellare tutte le questioni sollevate nel tempo dai tifosi nei confronti della società. Le critiche alla gestione economica, alle ambizioni sportive, alla comunicazione e al rapporto tra proprietà e ambiente possono mantenere una loro legittimità indipendentemente dalla classifica. Sarebbe però altrettanto sbagliato non riconoscere i meriti di questa costruzione tecnica. Lotito ha avuto il coraggio di affidarsi a un allenatore che non godeva di grande entusiasmo e di accompagnarlo con un gruppo di calciatori scelti per le esigenze del suo calcio. Frattesi garantisce inserimenti, intensità e personalità, Pinamonti offre riferimenti offensivi, Sutalo aggiunge soluzioni difensive e Gudmundsson amplia le possibilità tecniche della squadra. Senza dimenticare le certezze, a partire da Zaccagni o Noslin, o la freschezza dei giovani, con Floriani al suo primo gol in Serie A. Dietro i risultati ci sono anche il lavoro di Fabiani e quello dell’intero staff, perché le stagioni non si costruiscono con un solo uomo. Ma al presidente spetta la responsabilità delle decisioni finali, comprese quelle impopolari. E se è giusto attribuirgli le responsabilità quando qualcosa non funziona, deve essere altrettanto naturale riconoscergli i meriti quando le scelte producono risultati così evidenti. Il calcio, del resto, non si giudica soltanto attraverso i bilanci delle campagne acquisti, ma soprattutto attraverso ciò che accade in campo.

La rivincita di Gattuso: dall’incubo Italia e Mantova alla migliore partenza della storia

L’altra grande storia di questa Lazio è quella di Gennaro Gattuso. Il tecnico calabrese era arrivato sulla panchina biancoceleste senza essere accompagnato da un entusiasmo travolgente. Pesavano la deludente esperienza alla guida della Nazionale italiana, le difficoltà incontrate in alcune precedenti avventure da allenatore e un’opinione pubblica non completamente convinta delle sue qualità tattiche. Per molti rappresentava una scelta discutibile, certamente non il nome capace di riaccendere automaticamente le ambizioni della Lazio. Poi, alla prima partita ufficiale, era arrivato un colpo durissimo: l’eliminazione dalla Coppa Italia per mano del Mantova, formazione di Serie B, capace di vincere 2-0 all’Olimpico il 16 agosto. Una sconfitta pesantissima, consumata davanti a uno stadio quasi deserto, che aveva immediatamente alimentato critiche e perplessità. Gattuso non aveva cercato alibi, assumendosi le proprie responsabilità e riconoscendo la necessità di lavorare. Da quel momento, però, è cambiato tutto. In campionato la Lazio ha cominciato a vincere con una continuità impressionante, mostrando intensità, organizzazione, aggressività e una mentalità che rispecchia il carattere del suo allenatore. Ringhio sta dimostrando sul campo di essere molto più di un semplice motivatore, costruendo una squadra riconoscibile, equilibrata e capace di interpretare con efficacia situazioni differenti.

Forse, paradossalmente, Gattuso sta beneficiando anche di una situazione ambientale particolare. La pressione intorno alla Lazio non è mai stata quella delle grandi favorite per lo Scudetto e, in questa stagione, il distacco tra una parte della tifoseria e la società ha contribuito a creare un contesto anomalo. Il tecnico lavora in un ambiente certamente complicato, ma con aspettative sportive iniziali relativamente contenute. Nessuno, ragionevolmente, gli ha chiesto di vincere il campionato. Nessuno pretende che questa Lazio diventi immediatamente una candidata al titolo. L’obiettivo è quello di costruire qualcosa di credibile, rilanciare una squadra reduce da un periodo difficile e provare a riportarla nelle competizioni europee. Adesso, però, la realtà racconta molto di più. Gattuso ha portato i biancocelesti a guardare tutti dall’alto, almeno in attesa del futuro, e lo ha fatto senza proclami. Non sappiamo quanto durerà, né sarebbe serio trasformare nove giornate in una previsione di Scudetto. Ma proprio l’assenza di obblighi di vittoria potrebbe consentire alla Lazio di continuare a giocare con leggerezza, senza il peso delle aspettative che accompagna le grandi favorite. E se questo rendimento dovesse proseguire, una qualificazione alla prossima Champions League diventerebbe un traguardo assolutamente concreto, forse il risultato più importante al quale guardare con realismo in questa fase della stagione.

E il 22 dicembre c’è già una finale: la Lazio può vincere la Supercoppa italiana

C’è poi un altro elemento che rende ancora più particolare questo momento. La Lazio non sta soltanto vivendo una partenza straordinaria in campionato, ma ha già davanti a sé l’opportunità di conquistare un trofeo. Martedì 22 dicembre affronterà l’Inter a San Siro nella finale della Supercoppa italiana. Una partita secca, una coppa da assegnare, un’occasione concreta per trasformare l’entusiasmo di questi mesi in un successo da inserire nella storia del club. I biancocelesti hanno conquistato il diritto di disputare la finale grazie al percorso della scorsa stagione in Coppa Italia, chiusa da finalisti, mentre l’Inter arriva all’appuntamento da campione d’Italia e vincitrice della coppa nazionale. Il valore della sfida è evidente: Gattuso potrebbe regalare alla Lazio un trofeo a pochi mesi dal suo arrivo e aggiungere un altro capitolo alla propria rivincita personale. Naturalmente l’Inter rappresenterà un avversario di altissimo livello e una finale non può essere considerata vinta in anticipo, ma è altrettanto evidente che l’attuale Lazio abbia tutte le ragioni per presentarsi all’appuntamento con fiducia. Il 22 dicembre sarà dunque un altro passaggio importante per valutare la crescita della squadra, indipendentemente da quello che accadrà nelle prossime giornate di campionato.

Lo stadio disertato e il grande paradosso della tifoseria laziale

Ed è proprio davanti a questi risultati che nasce una domanda spontanea, forse scomoda ma inevitabile: non è un gran peccato che una parte della tifoseria della Lazio si stia perdendo uno dei momenti più belli della storia recente del club? La protesta contro Lotito prosegue da mesi e ha prodotto conseguenze evidenti sugli spalti dell’Olimpico. Gli abbonamenti, che nella stagione precedente erano stati quasi 30mila, si sono ridotti a poche migliaia, mentre la scelta dei gruppi organizzati di disertare le partite casalinghe ha trasformato più volte lo stadio in un ambiente surreale. Una contestazione che nasce da ragioni precise, maturate nel tempo, e che non può essere liquidata semplicemente come un capriccio. Il diritto di protestare è sacrosanto, così come è legittimo giudicare negativamente la gestione di una società anche quando la squadra ottiene risultati importanti. Ma esiste anche un’altra prospettiva, che merita di essere considerata senza pregiudizi: il calcio è fatto di emozioni, di domeniche allo stadio, di vittorie da condividere, di momenti che non tornano. E questa Lazio, piaccia o meno il suo presidente, sta regalando qualcosa di veramente speciale. Perdere l’occasione di viverlo dal vivo, soltanto per proseguire una battaglia contro la proprietà, è una scelta che merita almeno una riflessione.

Il quadro del pubblico, del resto, non è composto esclusivamente dagli ultras e dai gruppi organizzati. Esistono le famiglie, i bambini, gli appassionati che vivono il calcio al di fuori delle dinamiche delle curve e tanti sostenitori che possono essere in disaccordo con Lotito senza per questo rinunciare a seguire la propria squadra. I primi segnali di ripresa delle presenze occasionali raccontano la possibilità di un ritorno graduale di una parte del pubblico, pur in un contesto nel quale le presenze complessive restano lontanissime dai livelli abituali. Lotito e Gattuso si godono il momento. E la Lazio meriterebbe di viverlo tutta insieme

La storia della Lazio 2026-2027, almeno fino a questo momento, è una lezione su quanto rapidamente possano cambiare giudizi e prospettive nel calcio. Due mesi fa Lotito era un presidente sempre più contestato, il mercato veniva giudicato insufficiente e Gattuso sembrava aver cominciato nel peggiore dei modi la sua nuova avventura. Oggi gli stessi protagonisti possono osservare una classifica straordinaria, un record storico e una finale di Supercoppa da disputare prima di Natale. Non significa che tutte le critiche fossero sbagliate e neppure che i problemi della Lazio siano improvvisamente scomparsi. Significa, più semplicemente, che i risultati obbligano a riconoscere i meriti di chi ha costruito questa squadra e di chi la sta allenando. Lotito ha risposto alle contestazioni con scelte tecniche che, finora, stanno funzionando. Gattuso ha risposto ai dubbi con il lavoro, restituendo credibilità alla propria carriera di allenatore e dimostrando di poter guidare un gruppo competitivo ad alti livelli. La Lazio non ha l’obbligo di vincere lo Scudetto e non deve essere caricata di aspettative sproporzionate, ma può legittimamente guardare alla Champions League e provare a conquistare la Supercoppa italiana. Intanto, però, si sta già prendendo qualcosa di prezioso: il diritto di sognare. Sarebbe bello che questo momento potesse essere vissuto da tutto l’ambiente biancoceleste, anche da chi continua a contestare il presidente. Perché le proprietà passano, gli allenatori cambiano e le polemiche si dimenticano, ma le stagioni capaci di entrare nella storia di un club restano. E la partenza migliore di sempre della Lazio, qualunque sarà il suo epilogo, è già una di quelle pagine che nessuno potrà cancellare.