Il controllo sistematico del territorio da parte delle cosche non è una novità per la cronaca calabrese, ma l’ordinanza del GIP di Reggio Calabria relativamente alla maxi inchiesta culminata in 79 arresti all’alba di oggi, porta alla luce un episodio dalle tinte quasi grottesche, che spiega molto bene le ferree e talvolta farraginose “regole” della ‘ndrangheta. L’episodio, che costituisce una delle principali ipotesi accusatorie mosse nei confronti di alcuni indagati, si svolge a Taurianova, nella Piana di Gioia Tauro, ed è legato ai lavori di ristrutturazione della palestra comunale. Le indagini ricostruiscono il presunto obbligo per l’imprenditore Giuseppe Daniele Saraceno, detto Pino, ritenuto vicino agli ambienti reggini, di versare una cospicua tangente per poter operare tranquillamente in un feudo criminale diverso dal proprio. Questo meccanismo, noto nel gergo come il pagamento del “fiore“, ha generato un clamoroso e pericoloso cortocircuito comunicativo tra diverse consorterie.
Il cortocircuito criminale tra cosche rivali
Il presunto “pasticcio” si verifica quando l’imprenditore Giuseppe Daniele Saraceno, consapevole di dover pagare l’estorsione mafiosa, attiva parallelamente due diversi canali di intermediazione per mettersi in regola. Da una parte si affida al mediatore Vincenzo Messina, il quale si rivolge a esponenti legati storicamente al clan Zagari; dall’altra interviene il presunto regista occulto Gaetano Chirico, che attraverso altri contatti manda un’ambasciata alla famiglia rivale degli Asciutto. Agli occhi dei cronisti giudiziari, questo dettaglio assume una rilevanza storica notevole: i due clan menzionati si erano infatti sanguinosamente fronteggiati nei primi anni Novanta durante la feroce “faida di Taurianova“. Le intercettazioni ambientali catturano il reale terrore di Gaetano Chirico nel momento in cui realizza la sovrapposizione degli accordi, temendo che la scoperta del doppio gioco da parte dei boss locali possa riaccendere antichi rancori e far scoppiare una nuova guerra di mafia. La preoccupazione maggiore del presunto faccendiere non è l’illecito in sé, ma il mantenimento di un delicato equilibrio diplomatico tra cosche armate.
Le varianti in corso d’opera come bancomat illecito
Come si recuperano, dunque, i dodicimila euro necessari a placare le pretese dei due schieramenti senza intaccare i profitti dell’azienda? La risposta, intercettata dalle microspie degli inquirenti, svela un drammatico malcostume radicato nel settore degli appalti pubblici. L’imprenditore G.S. rassicura il proprio interlocutore affermando di aver già trovato la soluzione contabile: la richiesta all’ente appaltante di una fittizia variante in corso d’opera. Questa procedura, nata nel codice degli appalti per fronteggiare imprevisti tecnici durante i lavori, verrebbe qui utilizzata come un vero e proprio “bancomat” illegale. L’ipotesi investigativa suggerisce che l’aumento dei costi a carico della collettività serva esclusivamente per creare la provvista in nero necessaria a soddisfare le richieste estorsive. Si tratterebbe, in attesa dei successivi gradi di giudizio, della prova concreta di come i costi della corruzione e del pizzo vengano sistematicamente scaricati sulle spalle dei contribuenti e dei bilanci statali.





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