Intervista a cuore aperto ad Antonio Caridi: dal dramma del carcere all’assoluzione piena nel processo Gotha, “ho trovato più umanità a Rebibbia che al Senato”

L'ex senatore di Forza Italia si racconta a StrettoWeb dopo dieci anni di calvario giudiziario: "La politica è stata il mio male, in cella ho trovato più umanità che in Senato. Ma la passione resta intatta"

La decisione della Corte d’Appello di Reggio Calabria del 25 maggio scorso ha messo la parola fine a uno dei capitoli più dolorosi e dibattuti della recente cronaca giudiziaria calabrese. Antonio Caridi, ex senatore ed ex vice segretario regionale di Forza Italia, ha ottenuto l’assoluzione piena nel maxi processo Gotha, vedendo confermata in secondo grado la formula liberatoria già espressa in primo grado. Ai microfoni di StrettoWeb, l’ex parlamentare si è confessato a lungo, dimostrando la tempra di un uomo tutto d’un pezzo. Caridi ha dichiarato senza esitazione di non pentirsi di nulla, di non aver sbagliato nulla nel suo percorso e che farebbe tutto esattamente come prima. Questa granitica certezza deriva dalla profonda e interiore consapevolezza, mantenuta viva in ogni singolo giorno di questo calvario giudiziario durato dieci anni, di essere totalmente innocente, come confermato dallo Stato tramite le decisioni finali della Magistratura.

Il suo commento sulla conclusione della vicenda non lascia spazio a rancori personali nei confronti dei magistrati. Al contrario, l’ex senatore evidenzia come il verdetto dimostri che, alla fine, il sistema giudiziario italiano possiede gli strumenti per fare emergere la verità e funzionare correttamente. Il rammarico più grande resta tuttavia legato ai tempi della giustizia. Rimanere appesi a un filo per un intero decennio, con la propria vita personale, professionale e politica completamente distrutta o congelata, rappresenta un prezzo inaccettabile che nessun cittadino dovrebbe pagare in uno Stato di diritto.

Il drammatico giorno dell’arresto e la solitudine nel carcere di Rebibbia

Uno dei momenti più toccanti e intimi dell’intervista a StrettoWeb riguarda il racconto del giorno in cui l’ex parlamentare ha deciso di consegnarsi spontaneamente alle autorità. Svelando aneddoti e particolari inediti su quella drammatica giornata, Caridi ha descritto le sensazioni provate nel varcare la soglia del carcere di Rebibbia, passando direttamente dagli scranni del Senato alla realtà della detenzione. L’impatto con l’isolamento e con le restrizioni della libertà è stato durissimo, ma lo scoglio più difficile da superare è stato il deserto umano che si è creato improvvisamente attorno alla sua figura a partire dal 2016.

L’ex vice segretario ha espresso un profondo e amaro rammarico per il comportamento di molti che riteneva vicini. Dall’oggi al domani, l’uomo politico che fino al giorno prima muoveva consensi sul territorio è stato tagliato fuori dal circuito pubblico e dimenticato da una folla di ex alleati, conoscenti e presunti amici, che hanno preferito far perdere le proprie tracce piuttosto che manifestare solidarietà o attendere l’esito dei processi.

L’atto d’accusa contro l’ipocrisia politica all’interno di Forza Italia

L’analisi di Antonio Caridi si fa particolarmente sferzante quando si tocca il tasto del suo vecchio partito. L’ex senatore mette a nudo l’ipocrisia della classe dirigente di Forza Italia, sottolineando un cortocircuito comunicativo e morale evidente. Risulta paradossale, secondo l’ex parlamentare, notare come i vertici e gli esponenti del partito ancora oggi esultino pubblicamente per le storiche assoluzioni di leader come Silvio Berlusconi o Marcello Dell’Utri, una vicinanza che Caridi giudica spesso finalizzata a compiacere la famiglia Berlusconi, mentre per la sua vicenda giudiziaria sia calato un silenzio assoluto e tombale per dieci anni.

All’epoca dell’arresto Caridi rivestiva il ruolo di vice segretario regionale del partito in Calabria. In virtù della sua storia, della sua militanza e dei voti portati alla causa, l’ex senatore rivendica il fatto che avrebbe meritato un rispetto politico e umano ben diverso da parte della sua stessa comunità. L’essere stato abbandonato a se stesso, mentre il partito sbandierava un garantismo a geometrie variabili, resta una delle ferite politiche più difficili da rimarginare.

Il giustizialismo in Senato e il voto d’arresto senza leggere le carte

Nel ricostruire le tappe della sua vicenda, Antonio Caridi punta il dito contro il sistema politico, dichiarandosi oggi più che mai convinto che la politica sia stata il suo vero male. “Per colpire la mia città, per colpire Reggio, hanno colpito me” dice senza mezzi termini. L’ex senatore ricorda con indignazione il giorno in cui la giunta competente del Senato votò a favore della sua carcerazione preventiva. Secondo la sua testimonianza, la quasi totalità dei 157 senatori che si espressero a favore del suo arresto lo fece senza aver mai aperto o consultato i fascicoli dell’inchiesta, muovendosi esclusivamente per calcolo politico ed elettorale. Al contrario, quei pochissimi eletti che ebbero il rigore morale di studiare approfonditamente le carte, compresi alcuni esponenti del Partito Democratico, scelsero di votare contro l’arresto, riconoscendo l’inconsistenza delle tesi d’accusa.

Il voto fatale che aprì le porte del carcere fu decretato dall’asse composto da Pd, Movimento 5 Stelle e Lega, tutti appiattiti sull’onda populista di una stagione dominata dal giustizialismo più sfrenato. Caridi ricorda il momento dell’ingresso nell’aula di Palazzo Madama, quando i colleghi gli urlavano contro l’epiteto di “mafioso“, insulti pesantissimi e totalmente falsi. La vera vergogna, sottolinea l’ex parlamentare, è che oggi, a distanza di dieci anni e di fronte a un’assoluzione piena emessa in nome del popolo italiano, nessuno di quei senatori che lo linciarono mediaticamente e politicamente si sia fatto vivo per chiedergli scusa.

Più umanità dietro le sbarre che nei palazzi del potere romano

Un paradosso doloroso emerge dal confronto che l’ex senatore fa tra i due mondi che hanno segnato la sua storia recente. Caridi dichiara apertamente che, nel corso della sua detenzione, ha trovato molta più umanità e autenticità tra le mura del carcere di Rebibbia rispetto a quanta ne abbia mai incontrata tra i corridoi del Senato della Repubblica. Si tratta di una riflessione amara, espressa con autentico dispiacere da un uomo che dichiara di amare profondamente la politica e di averla sempre considerata una vocazione nobile. “Il carcere – ha detto Caridiè un altro Stato. Lì dentro non c’è lo Stato, c’è l’abbandono. I carcerati non sono considerati esseri umani, e per me che sono e sono sempre stato fortemente cattolico, è stato il dolore più grande. Ma tra detenuti ho trovato molta solidarietà“.

L’esperienza carceraria ha mostrato a Caridi la solidarietà spontanea tra gli ultimi, un contrasto stridente con il cinismo e il calcolo spietato dei palazzi del potere romano, dove i rapporti umani vengono sacrificati sull’altare del consenso immediato e della convenienza di fazione.

L’orgoglio del Modello Reggio e i risultati come Assessore all’Ambiente

L’intervista diventa anche l’occasione per rivendicare con orgoglio il lavoro svolto sul territorio calabrese prima della tempesta giudiziaria. Antonio Caridi difende a spada tratta i risultati amministrativi conseguiti durante la celebre stagione del Modello Reggio. In particolare, l’ex senatore ricorda il proprio operato in qualità di Assessore all’Ambiente del Comune di Reggio Calabria, un ruolo interpretato sul campo e lontano dalle scrivanie.

La sua era una politica fatta di contatto quotidiano con la cittadinanza, caratterizzata da un impegno h24 finalizzato esclusivamente all’interesse della città e alla risoluzione dei problemi concreti della comunità. Quel legame viscerale con la propria terra d’origine e con i risultati tangibili lasciati sul campo rappresenta il nucleo duro della sua dignità pubblica, un patrimonio di credibilità che le accuse della procura non sono riuscite a scalfire. Caridi ricorda con altrettanto orgoglio che la stagione da Assessore Regionale, sempre con Scopelliti governatore, prima dell’elezione al Senato.

Le prospettive sul futuro politico e il legame sospeso con Francesco Cannizzaro

Guardando al futuro, l’ex parlamentare non chiude del tutto le porte a un ritorno all’attività pubblica. Con un emblematico “non si sa mai“, Caridi ammette che la passione per la politica attiva è ancora forte e che a soli 56 anni si considera un uomo nel pieno delle forze e non certo “da buttare“. Sebbene precisi che fino ad oggi nessuno lo abbia chiamato o ricontattato dopo la sentenza, lo scenario rimane aperto.

Il finale dell’intervista regala una battuta dal forte sapore politico. Il 25 maggio, giorno della sua definitiva assoluzione, ha coinciso temporalmente con l’elezione di Francesco Cannizzaro a nuovo Sindaco di Reggio Calabria. I due erano stati in passato strettissimi collaboratori e sul territorio reggino, ma Caridi svela un dettaglio importante: i due non si vedono e non hanno contatti proprio dal lontano 2016, ma resta la stima e la speranza che per la città si possa aprire una stagione di rinascita.

E così nel corso di questa intervista, l’ex senatore testimonia di avere ancora un grande amore per la propria città e una fervente passione politica.