“Vale la pena dirlo subito, per evitare polemiche: si è espresso il popolo ed è sovrano. Lo accettiamo. È evidente che qualcosa non ha funzionato“. Lo dichiara il ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo in una intervista a La Stampa in merito al referendum. Il ministro ritiene che “questa riforma fosse una scelta di civiltà, urgente per il Paese” ma ammette che “forse l’errore è stato non semplificare abbastanza” e che sia stata sopravvalutata “la capacità di convincere gli elettori restando sul piano tecnico” ed osserva che “in Italia c’è una grande difficoltà ad accettare il cambiamento con serenità” e che sono prevalsi “sospetto e resistenza” ad opera di un partito trasversale del no che ha trasformato una riforma tecnica in una “difesa della Costituzione” dipingendo chi voleva cambiare sette articoli come qualcuno che volesse “scassarla“.
Pur sottolineando che per Forza Italia si tratta di una sconfitta sentita perché “avremmo voluto dedicare la vittoria al presidente Berlusconi” a cui ha lavorato per gran parte della sua vita politica, chiarisce che “non confonderei questo risultato con il consenso dell’esecutivo” e assicura che il percorso del governo non cambia nonostante “dichiarazioni strampalate da parte di chi si improvvisa leader politico”. E avverte che da questo momento “ora sarà un Vietnam“, indicando nella legge elettorale il primo banco di prova per capire se esistano ancora margini di convergenza in Parlamento.
L’esponente azzurro stigmatizza le dichiarazioni di chi parla di avviso di sfratto definendole “dichiarazioni strampalate da parte di chi si improvvisa leader politico” e conclude avvertendo che “i segnali non sono incoraggianti, ho sentito toni molto aggressivi, Maurizio Landini, il sindacalista assurto a ruolo politico, e Giuseppe Conte, l’avvocato d’affari trasformato in avvocato del popolo, che parlano già di avviso di sfratto”.






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