La giornata di martedì 17 febbraio resterà impressa nelle cronache di Messina e Reggio Calabria non solo per i danni di una tempesta che, alla prova dei fatti, si è rivelata un ordinario sussulto meteorologico dell’inverno, ma per il ritorno prepotente di un fantasma che speravamo di aver esorcizzato: il delirio della paura istituzionalizzata. Eppure il messaggio dei fatti sarebbe dovuto essere l’opposto, come già evidenziato da StrettoWeb nella stessa giornata di martedì: per fortuna le scuole sono rimaste aperte, le lezioni si sono svolte regolarmente, decine di migliaia di studenti hanno popolato le aule tra spiegazioni, interrogazioni e socialità e… non è successo nulla di grave! Non ci sono stati feriti, non ci sono state tragedie, la protezione civile non ha dovuto recuperare naufraghi tra i banchi. Eppure, una frangia della popolazione ha vissuto questo martedì come un affronto personale, un attentato alla sicurezza della prole, a maggior ragione dopo gli editoriali di StrettoWeb, scatenando un cortocircuito mediatico che ricalca pedissequamente le peggiori derive della stagione pandemica.
L’eredità degli ‘mpanicati e la mutazione del virus del timore
Non è un fenomeno nuovo quello a cui abbiamo assistito nelle ultime ore sulle sponde dello Stretto. Chi ha memoria corta farebbe bene a rispolverare i dizionari del recente passato, quando proprio su queste colonne sdoganammo mediaticamente il termine gergale degli ‘mpanicati. Quella categoria antropologica, figlia della psicofobia sociale, che durante la pandemia di Covid-19 vedeva nel vicino di casa senza mascherina un untore da denuncia penale e nelle uscite all’’aria aperta una tomba scavata in anticipo. Oggi quegli stessi ‘mpanicati hanno mutato pelle ma non sostanza genetica: si sono trasformati nelle cosiddette “mammine pancine” del maltempo. È una mutazione del medesimo ceppo di insicurezza cronica, una forma di feticismo della paura che pretende di fermare il mondo ogni volta che il cielo si rannuvola, quasi che il diritto all’istruzione fosse un bene di lusso sacrificabile al primo refolo di vento.
La fenomenologia delle mammine pancine tra Facebook e realtà sociale
È necessario fare chiarezza sul termine che tanto ha scandalizzato i benpensanti dell’ultima ora. In tante/i, infatti, si sono sentiti offesi dai nostri articoli. Eppure, definire qualcuno “mammina pancina” non è un’ingiuria gratuita, ma la citazione dotta di un fenomeno sociologico nato all’interno di gruppi Facebook dove l’auto-definizione era proprio questa. Gruppi nati per condividere consigli sull’accudimento che sono presto degenerati nel grottesco: consulti medici su flatulenze neonatali e ansie paralizzanti per ogni minima deviazione dalla temperatura perfetta della pappa. Questo approccio è diventato oggi una categoria editoriale e culturale. Il “pancismo” non è una questione di genere, poiché abbiamo scoperto negli ultimi due giorni l’esistenza di papini pancini, zietti pancini e nonnetti pancini, tutti accomunati dall’idea che il mondo esterno sia un luogo ostile da cui proteggere i figli tenendoli sotto una campana di vetro. È un’ideologia retrograda che nega alle nuove generazioni le necessarie esperienze di vita e trasforma la genitorialità in un esercizio di paranoia costante.
La scuola come rifugio sicuro contro la retorica della fragilità
Il paradosso di chi invoca la chiusura delle scuole a ogni allerta meteo risiede nell’ignoranza profonda sulla natura stessa dell’edificio scolastico. Storicamente, la scuola è il luogo più sicuro della comunità: è il punto di raccolta in caso di terremoti, è il presidio che garantisce continuità sociale anche durante i conflitti, è la fortezza della cultura contro l’analfabetismo. Pensare che mandare un bambino a scuola durante una giornata di pioggia sia un pericolo mortale è una distorsione cognitiva degna dei peggiori regimi di iper-protezione. Il vero pericolo, il danno incalcolabile, è semmai quello di tenere i figli chiusi in casa, alimentando in loro l’idea che ogni avversità della natura debba tradursi in una resa. Abbiamo già visto i danni devastanti della Dad, che ha isolato una generazione e distrutto le basi della socialità: proporre oggi chiusure preventive per una tempesta che non ha causato alcun disagio reale a chi era regolarmente in classe, è una scelta scellerata che mina alla base il senso del dovere.
Il distacco dalla realtà produttiva e la fine dei sussidi assistenzialisti
Sorge spontaneo il dubbio che chi grida allo scandalo per le scuole aperte appartenga a quella fetta di popolazione totalmente scollegata dal mondo produttivo. Chi lavora, chi produce, chi ha responsabilità professionali sa bene che la società non può fermarsi a comando. Evidentemente, i nostalgici della chiusura forzata sono spesso persone che non hanno il problema di giustificare un’assenza dal lavoro o che, forse, rimpiangono quell’epoca di sussidi a pioggia e del reddito di cittadinanza che fortunatamente il governo Meloni ha cancellato. Senza il paracadute dell’assistenzialismo, il lavoro torna a essere un dovere, così come la scuola. È questione di merito e di cultura. È fin troppo facile fare i rivoluzionari del divano quando non si ha una carriera da difendere o un’azienda da mandare avanti nonostante le intemperie. Ma l’aspetto più grave di tutti è che queste persone vorrebbero imporre il loro “mammismo” a tutti, dimenticando che se le scuole fossero state chiuse, avrebbero danneggiato anche chi, con senso civico e spirito di normalità, ha regolarmente mandato i propri figli a istruirsi e dato seguito alla propria vita professionale, produttiva e quotidiana.
Lo schiaffo dei turisti stranieri al provincialismo della paura
Mentre le “mammine pancine” si indignavano dietro una tastiera, la realtà di Reggio Calabria offriva una lezione magistrale di civiltà. A dimostrazione che la vita continua anche nei giorni di maltempo, nella splendida cornice di Piazza De Nava durante il pomeriggio dello stesso martedì, si sono svolte regolarmente le celebrazioni del Carnevale. C’erano bambini in maschera che ridevano nonostante il vento, c’erano genitori “normodotati” che passeggiavano e, soprattutto, c’erano i turisti. I viaggiatori atterrati con i voli Ryanair dalla Germania, dalla Spagna, dalla Polonia e dall’Inghilterra non si sono minimamente posti il problema del maltempo: per loro, cittadini di nazioni dove le avversità meteo sono la norma e non l’eccezione, una giornata di vento è solo un’occasione per mettersi una giacca più pesante e continuare a scoprire il mondo. Questo contrasto mette a nudo il provincialismo asfittico di una parte della popolazione locale. Se questi reggini e messinesi “pancini” vivessero a Londra o Berlino, dovrebbero probabilmente restare barricati in casa per trecento giorni l’anno, in un isolamento sociale che somiglierebbe più a una prigionia volontaria che a una protezione.
L’illusione del controllo totale e la necessità di tornare alla vita
Il delirio di chi si è sentito offeso dai nostri editoriali risiede nell’illusoria convinzione di poter controllare ogni variabile della vita dei propri figli. Impedire che si bagnino le scarpe oggi significa preparare degli adulti che annegheranno in un bicchiere d’acqua domani. La nostra contestazione non è verso l’amore materno o paterno, ma verso l’ideologia della paura che trasforma l’educazione in una gabbia. Non c’è nulla di eroico nel tenere un figlio a casa da scuola perché fuori piove; c’è solo la certificazione di una debolezza culturale che ci rende l’ultima ruota del carro in un’Europa che viaggia a un’altra velocità.
Come scriviamo da anni su StrettoWeb in occasione delle ricorrenti polemiche sulle scuole chiuse, il problema non è il maltempo, non è la scuola, non è nemmeno la sicurezza. Il problema è una cultura della paura che si è radicata nella nostra società e che oggi prende forma nelle “mammine pancine“. Un fenomeno che va oltre il semplice caso isolato, che permea la nostra vita sociale e politica, e che rischia di paralizzare l’intero Paese. Non possiamo permettere che la paura diventi la nostra guida, che l’ansia paralizzi ogni aspetto della nostra vita quotidiana. La cultura della protezione eccessiva non solo è dannosa, ma è pericolosa: genera una generazione incapace di affrontare la realtà, di vivere serenamente. Le “mammine pancine” non sono altro che il simbolo di una società che ha paura della vita stessa. Un problema sociale che sarebbe enorme anche se rimanesse legato esclusivamente alla sfera psichiatrica di chi ne è affetto. Ma diventa molto peggio quando questo disagio psichico rischia di essere imposto per legge all’intera comunità. Ecco perché le posizioni di StrettoWeb fanno discutere: in un mondo al rovescio, proviamo a difendere la normalità.
Ecco perchè le scuole aperte di martedì scorso sono state una vittoria della ragione sulla nevrosi, un segnale che, nonostante tutto, esiste ancora una comunità sana che non si lascia intimidire da una nuvola o dal parere di un gruppo Facebook. La socialità, l’istruzione e il lavoro sono i pilastri su cui poggia il nostro futuro: lasciarli in mano alle “pancine” significherebbe condannarci all’estinzione culturale.





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