Scuole aperte con forte maltempo, eppure non è morto alcuno! Una giornata di normalità in barba alle mammine pancine

Oggi a Messina e Reggio Calabria infuria il maltempo più estremo: pioggia, grandine, vento impetuoso e mareggiate. Ci sono anche danni: alberi abbattuti e strade allagate. Eppure le scuole sono regolarmente aperte, senza morti, senza feriti, senza disagi, senza tragedie. E' un esempio che testimonia quanto sia assurdo chiudere le scuole per l'allerta meteo

Non ci sono morti e neanche feriti a causa del maltempo che dalla scorsa notte sta flagellando ininterrottamente Messina, Reggio Calabria e tutti i comuni limitrofi, eppure decine di migliaia di studenti sono regolarmente in classe in tutti gli istituti scolastici delle città dello Stretto e delle relative province. Il territorio si trova nel pieno di una tempesta che, secondo i canoni dell’isterismo moderno, avrebbe dovuto suggerire la sigillatura di ogni portone e il ritiro della popolazione nei bunker. Il vento urla tra i palazzi con raffiche superiori ai 120km/h, tanti alberi sono sradicati e abbattuti; la grandine bombarda le strade con una violenza che non si vedeva da tempo; la pioggia cade incessante provocando allagamenti e il mare, in burrasca, aggredisce il litorale con onde imponenti. Eppure, accade l’incredibile: le scuole sono regolarmente aperte. Gli insegnanti spiegano, gli studenti ascoltano, il personale lavora. E la vera notizia, quella che dovrebbe far riflettere l’intero Paese, è che non sta morendo nessuno. Non ci sono catastrofi, non ci sono tragedie, solo il normale svolgimento di una giornata affrontata con la normalità di sempre. Questo martedì diventa così un manifesto politico e sociale contro la cultura del panico e la paralisi preventiva.

In città ci sono danni: alberi caduti, strade chiuse. Ma questo non compromette la regolarità dei trasporti e soprattutto le lezioni in classe. Gli alberi cadono spesso e volentieri anche senza maltempo, le strade vengono chiuse per i motivi più disparati nella quotidianità delle giornate di sole. I fatti di oggi dimostrano che non c’è alcun motivo di chiudere le scuole se c’è il maltempo.

Il miracolo della normalità contro il bluff dell’emergenza

L’esempio di oggi a Messina e a Reggio Calabria è la prova vivente che la chiusura delle scuole per l’allerta meteo è, nella maggior parte dei casi, un castello di carte costruito sulla suggestione. Vedere i ragazzi varcare la soglia delle aule mentre fuori infuria la tempesta è un atto di resistenza civile contro una società che ha smarrito il senso della realtà. La pioggia e il vento sono fenomeni naturali con cui l’uomo convive da millenni, ma oggi in Italia sembrano diventati mostri imbattibili capaci di fermare la pubblica istruzione. Dopo il disastro della dad per una pandemia dovuta ad un virus che nei bambini si manifestava esclusivamente in forma asintomatica, siamo passati all’ossessivo panico da allerta meteo, tutto a spese di una generazione devastata. Il fatto che invece oggi tutto stia procedendo regolarmente dimostra che le scuole non sono trappole mortali, ma al contrario presidi sicuri. Chiudere gli istituti per “allerta meteo” non è quasi mai una scelta dettata dalla logica dei fatti, ma un atto di codardia burocratica che oggi, tra le strade sferzate dal vento di Reggio, viene smentito dalla forza della quotidianità.

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La fobia del magistrato e il naufragio della responsabilità politica

Bisogna avere il coraggio di dire la verità sul perché le scuole italiane vengono chiuse con una frequenza imbarazzante: non è per salvare vite, ma per salvare poltrone. La chiusura delle scuole è diventata una fobia dei sindaci, terrorizzati dall’idea di finire indagati o condannati da una magistratura che, in passato, ha colpito duramente gli amministratori che avevano osato lasciare i cancelli aperti durante il maltempo. Siamo finiti in un corto circuito giudiziario dove il primo cittadino, pur di non rischiare un avviso di garanzia, preferisce paralizzare una città intera. È un’amministrazione difensiva che genera una società sociopatica e isterica, incapace di gestire il rischio calcolato. Se un ramo cade o una strada si allaga, la colpa non può essere della scuola aperta né tantomeno si può evitare con le scuole chiuse; i danni del maltempo colpiscono il territorio a prescindere dalla presenza degli studenti in classe, ma la politica ha deciso che è più facile chiudere la cultura che manutenere i tombini.

Il conto salato alle famiglie e l’illusione della sicurezza

Quando un sindaco firma l’ordinanza di chiusura, sta di fatto firmando un assegno a carico delle tasche dei cittadini. Il costo sociale di queste decisioni è enorme e cade sistematicamente sulle spalle delle famiglie. Genitori che devono rinunciare allo stipendio per restare a casa, lavoratori che consumano i propri giorni di ferie non per riposare ma per fare da guardia ai figli, o peggio, famiglie costrette a pagare baby-sitter last-minute con tariffe da emergenza. Tutto questo per un’illusione di sicurezza: quando le scuole sono chiuse, non esiste un divieto di uscire di casa. I ragazzi escono comunque, vanno in giro, frequentano luoghi privati che non hanno minimamente gli standard di sicurezza di un edificio pubblico. È un paradosso grottesco: si chiude il luogo più sicuro della città, la scuola, lasciando che la gente si muova nel caos senza alcuna protezione istituzionale, con buona pace delle “mammine pancine” che invocano la serrata dai loro divani riscaldati pretendendo di crescere i loro figliuoli sotto la gonnellina.

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Educare alla resa: il danno psicologico su una generazione di fragili

Esiste poi un aspetto ancora più drammatico e diseducativo che riguarda le nuove generazioni. Abituare gli studenti a pensare che al primo accenno di maltempo o alla prima notifica di allerta sullo smartphone si possa restare a letto è un crimine pedagogico. Stiamo crescendo cittadini che non sanno più cosa significhi assumersi le proprie responsabilità di fronte alle avversità. In passato generazioni intere sono andate a scuola con il gelo, la neve e le tempeste, imparando che il dovere non si ferma davanti a una pozzanghera. Oggi, invece, alimentiamo un panico sociale che giustifica l’assenteismo di massa, trasmettendo il messaggio che la realtà sia troppo pericolosa per essere affrontata. Se i giovani di oggi imparano che il lavoro e lo studio sono opzionali in base al barometro, avremo una società futura incapace di reggere l’urto di qualsiasi crisi reale.

La scuola deve restare sempre aperta come presidio di educazione, cultura e civiltà

La giornata di oggi a Messina e a Reggio Calabria deve essere un monito per il futuro: le scuole dovrebbero rimanere sempre aperte. Punto. Non c’è alcun motivo pratico che giustifichi la sospensione di un servizio pubblico essenziale per eventi di maltempo avverso. E lo dimostra la giornata di oggi, che con i fatti smonta panico e isterie. Le scuole sono aperte, c’è forte maltempo, eppure non è successo niente, non è morto nessuno, non si è fatto male nessuno, non ci sono neanche disagi maggiori rispetto a come sarebbe stato con le scuole chiuse.

La sicurezza si fa con la manutenzione degli edifici e dei corsi d’acqua, non sbarrando le porte delle aule. Dobbiamo smettere di essere ostaggi di un’isteria collettiva alimentata dalla paura delle conseguenze legali e tornare a onorare il diritto all’istruzione. La normalità di oggi, sotto la pioggia battente e tra le raffiche di vento, è la prova che la vita può e deve continuare. Chiudere la scuola è una sconfitta dello Stato; lasciarla aperta, come sta accadendo oggi, è l’unico modo per dimostrare che la civiltà è più forte di una tempesta e di un’ordinanza precauzionale.

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