L’analfabetismo delle mammine pancine: invocano le scuole chiuse per paura, e citano a sproposito la “prevenzione” che è esattamente l’opposto delle chiusure!

Dalle mammine pancine sono arrivate le attese scomposte reazioni al nostro editoriale, e allora diamo una lezione di logica a chi confonde la tutela con la paralisi e la prevenzione con il feticismo della serrata

Il bilancio della giornata odierna a Messina e a Reggio Calabria è un dato di fatto incontrovertibile che schiaccia ogni polemica: le scuole sono rimaste aperte, il maltempo ha picchiato duro come previsto e, con buona pace degli amanti del catastrofismo da tastiera, non è successo assolutamente nulla. Non ci sono stati morti, non ci sono stati feriti, non ci sono state tragedie. Gli studenti hanno fatto il loro dovere, i docenti il proprio e le famiglie hanno potuto proseguire la propria vita produttiva. Eppure, il nostro articolo ha scatenato il consueto sciame di “mammine pancine” e di professionisti dell’ansia, tutti pronti a invocare il totem della “prevenzione” per giustificare il desiderio di veder sbarrati i cancelli delle scuole. Ma è un termine utilizzato a sproposito: blaterano di prevenzione solo per giustificare la loro fottuta paura del maltempo, senza che neanche sappiano cosa significa prevenire. Che è esattamente l’opposto delle scuole chiuse!

Evidentemente, nella nostra società sottoculturata, basata su analfabetismo e ignoranza, è giunto il momento di fare chiarezza su cosa significhi realmente prevenire, distinguendo la gestione scientifica del rischio dall’isterismo collettivo che vorrebbe trasformare ogni acquazzone in un lockdown esistenziale.

La lezione di etimologia: pre-venire significa agire prima, non fermarsi dopo

Bisogna spiegare agli ignoranti, nel senso letterale di coloro che ignorano il significato delle parole, che il termine prevenzione deriva dal latino praevenire, ovvero “arrivare prima“. Prevenzione, quindi, non può mai essere inteso come chiudere una scuola quando il cielo diventa nero; quella è, semmai, una tardiva e maldestra ammissione di impotenza. Prevenzione è – al contrario – la manutenzione costante del verde pubblico affinché gli alberi non cadano sotto le prime raffiche di vento; è la pulizia dei tombini effettuata ad agosto e non durante l’allerta meteo; è la posa di barriere frangiflutti per proteggere le coste dalle mareggiate. Se un’amministrazione deve chiudere un istituto per una pioggia, non sta facendo prevenzione, sta dichiarando il proprio fallimento nella gestione del territorio. Chi invoca la chiusura come misura cautelativa sta accettando l’idea che la propria città sia un castello di carta pronto a dissolversi, preferendo la paralisi alla manutenzione.

Dal feticismo delle serrate alla deriva pandemica: l’illusione del controllo

Questo riflesso condizionato della chiusura ad ogni costo ricalca pedissequamente la gestione fallimentare dell’emergenza pandemica, dove si è spacciata per prevenzione quella che era soltanto una serie di misure liberticide e tardive. La vera prevenzione sarebbe stata isolare i primi contagi, monitorare tempestivamente gli arrivi dalle aree a rischio come la Cina e potenziare le strutture sanitarie mesi prima dell’urto. Invece, le autorità dello Stato prima hanno sottovalutato tutto o addirittura fatto campagne denigratorie nei confronti di chi poneva il problema (ricordate “abbraccia un cinese” e gli “aperitivi contro la paura“?), e poi hanno preferito ricorrere al lockdown e a strumenti assurdi come il green pass, misure che hanno provocato danni sociali ed economici incalcolabili senza riuscire a fermare un virus ormai fuori controllo. Anche allora, come oggi per il maltempo, si è confusa la punizione collettiva con la tutela della salute. La chiusura delle scuole per allerta meteo è una sorta di “lockdown del barometro“: una reazione isterica che non risolve nulla anzi crea maggiori pericoli (gli eventuali danni ci sono lo stesso, e i ragazzi non vanno a scuola ma rimangono liberi di uscire senza controllo) e inoltre punisce la società, illudendola di essere al sicuro solo perché è stata privata della propria normalità.

L’isteria delle “nammine pancine”: quando l’ansia diventa norma sociale

È inquietante osservare come una parte della società, rappresentata plasticamente dalle cosiddette “mammine pancine“, abbia sviluppato una vera e propria dipendenza dall’emergenza. Questo segmento di popolazione vive nell’illusione che il rischio zero sia non solo possibile, ma addirittura un diritto garantito dallo Stato tramite ordinanze restrittive. Si tratta di un approccio sociopatico che vorrebbe avvolgere i figli in una bolla di ovatta, impedendo loro di confrontarsi con la realtà del mondo esterno, pioggia compresa. Questo atteggiamento alimenta un panico sociale infondato che spinge i sindaci, per puro calcolo elettorale e timore giudiziario, ad assecondare le urla della piazza virtuale. Ma la realtà è un giudice severo: oggi le scuole erano aperte, il mare ruggiva e la grandine cadeva, eppure i ragazzi sono tornati a casa sani e salvi. La protezione non si ottiene eliminando la vita, ma imparando a gestirla, anche quando il tempo è avverso.

La vittoria dei fatti sulla paura: il valore della scuola aperta

In conclusione, la giornata di oggi a Messina e a Reggio Calabria dovrebbe essere studiata come un caso di successo contro la dittatura dell’ansia. Non è successo nulla che non sarebbe successo con le scuole chiuse: i disagi stradali, il freddo e il vento sono variabili ambientali che non mutano se una classe è vuota o piena. L’unica differenza è che migliaia di studenti hanno ricevuto un insegnamento fondamentale: la vita non si ferma per un temporale. Abbiamo dimostrato che la società può e deve continuare a funzionare, lasciando agli “‘mpanicati della vita” lo sfogo sui social e ai cittadini consapevoli il diritto alla normalità. La scuola è il luogo della formazione e della civiltà; chiuderla senza motivi pratici estremi è un insulto all’intelligenza e un danno al futuro. Oggi la realtà ha vinto sull’isteria, e questa è la notizia più bella che potessimo dare.