La politica internazionale regala talvolta paradossi che nemmeno il più fantasioso autore satirico riuscirebbe a inventare. All’indomani delle elezioni di midterm negli Stati Uniti, mentre una parte della sinistra italiana celebra la vittoria dei democratici come l’inizio del ridimensionamento di Donald Trump, a raffreddare le aspettative arriva una voce quanto mai inattesa: quella di Mojtaba Khamenei, Guida Suprema dell’Iran, al vertice di uno dei regimi autoritari più ostili agli Stati Uniti.
Il risultato delle elezioni americane è inequivocabile: i democratici hanno conquistato la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti e al Senato, infliggendo una pesante sconfitta politica al presidente repubblicano. Ma tra una sconfitta elettorale e un cambiamento radicale della politica estera americana esiste una differenza sostanziale. E, curiosamente, è proprio Khamenei a ricordare che il sistema politico degli Stati Uniti non si trasforma automaticamente quando cambia la maggioranza al Congresso.
Khamenei gela le speranze di cambiamento: “si sbagliano di grosso”
La posizione della Guida Suprema iraniana è stata affidata a una dichiarazione scritta, pubblicata sul sito ufficiale dell’istituzione. Il messaggio arriva proprio mentre Washington analizza le conseguenze dello tsunami democratico e il mondo osserva con attenzione le possibili ripercussioni sulla politica internazionale di Trump. “Si sbagliano di grosso coloro che nutrono anche solo la minima speranza che il comportamento del sistema egemonico possa cambiare”, afferma Khamenei, riferendosi alla politica degli Stati Uniti.
La Guida Suprema estende il ragionamento anche alla possibilità di raggiungere un’intesa con Washington attraverso concessioni diplomatiche, criticando quanti “immaginano che fare concessioni agli Stati Uniti possa dissuaderli dall’ostilità nei confronti della Nazione iraniana”.
Il significato delle sue parole è chiaro: secondo Teheran, l’ostilità americana nei confronti della Repubblica islamica è strutturale e non dipende esclusivamente dal partito che controlla le istituzioni statunitensi. Una posizione che riflette la tradizionale visione antiamericana del regime iraniano e che non lascia intravedere particolare ottimismo rispetto alla nuova maggioranza democratica.
Il paradosso politico è evidente. Proprio dal vertice di una teocrazia autoritaria, lontanissima dai principi della democrazia liberale occidentale, arriva una valutazione assai meno entusiastica degli effetti delle Midterm rispetto a quella espressa da diversi esponenti progressisti italiani. Khamenei sottolinea chiaramente come non ci sarà alcun cambiamento nella linea politica degli USA di Trump.
La sinistra italiana festeggia la vittoria democratica, ma Trump resta alla Casa Bianca
In Italia, intanto, il successo dei democratici ha provocato reazioni di grande soddisfazione tra i principali esponenti dell’opposizione. La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha celebrato la vittoria contro Trump e gli oligarchi, interpretando il risultato come un segnale di cambiamento che potrebbe avere un significato anche per la politica europea.
Il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte ha collegato la sconfitta repubblicana al malcontento per le guerre, il riarmo e il costo della vita, sostenendo che la partecipazione democratica possa aprire una stagione politica diversa. Soddisfazione è stata espressa anche da Matteo Renzi e da esponenti di Alleanza Verdi e Sinistra.
Una lettura comprensibile dal punto di vista politico, considerata l’entità della sconfitta repubblicana, ma che rischia di sovrapporre due questioni differenti: il nuovo equilibrio dei poteri a Washington e la continuità della presidenza Trump.
La conquista del Congresso rappresenta infatti un cambiamento istituzionale significativo. I democratici potranno ostacolare le iniziative legislative della Casa Bianca, esercitare maggiori poteri di controllo sull’amministrazione e intervenire sulle scelte di bilancio. Tuttavia, Trump rimarrà presidente fino al gennaio 2029, conservando importanti prerogative costituzionali, a cominciare dal potere di veto e dalle competenze dell’esecutivo in politica estera.
Insomma, a Washington cambia la maggioranza parlamentare, non l’inquilino della Casa Bianca. E gli stessi avversari internazionali degli Stati Uniti sembrano ben consapevoli di questa distinzione.
L’Iran minaccia una guerra ancora più vasta se Trump ordinerà nuovi attacchi
Le dichiarazioni di Khamenei non si limitano a una valutazione politica sulle elezioni americane. La Guida Suprema ha rivolto anche un nuovo e pesante avvertimento a Washington, mentre continua a crescere la tensione sulla possibilità di ulteriori operazioni militari statunitensi contro la Repubblica islamica.
“Se queste aggressioni dovessero ripetersi, si allargherebbe ulteriormente la portata” del conflitto, avverte Khamenei, prospettando un possibile aggravamento della guerra in Medio Oriente in caso di nuovi attacchi americani.
La minaccia arriva in un quadro regionale già estremamente delicato. Mojtaba Khamenei ha assunto la guida dell’Iran nel marzo 2026, dopo la morte del padre Ali Khamenei, ucciso alla fine di febbraio durante l’avvio delle operazioni militari condotte da Stati Uniti e Israele contro la Repubblica islamica.
Da quando ha assunto l’incarico, la nuova Guida Suprema non è mai apparsa pubblicamente, affidando le proprie comunicazioni ufficiali a dichiarazioni scritte diffuse attraverso i canali istituzionali iraniani.
La sua posizione conferma che Teheran non considera la vittoria democratica alle Midterm una garanzia contro nuove offensive militari. L’Iran continua infatti a prepararsi alla possibilità di un’ulteriore escalation, indipendentemente dagli equilibri politici interni agli Stati Uniti.




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