In Italia, la sinistra ha ormai scelto di tifare chiunque vinca altrove. È il tifoso che dopo quattro anni di retrocessioni sale sul balcone a festeggiare lo scudetto di un’altra squadra, magari in un altro campionato, e intanto spiega a tutti che “la strada è quella giusta“. Il copione, andato in scena già con Mamdani a New York e con Lula in Brasile, si è ripetuto puntuale dopo le Midterm 2026.
Midterm 2026: i democratici conquistano Camera e Senato
I fatti, prima di tutto. Nella notte tra martedì 3 e mercoledì 4 novembre i democratici hanno conquistato sia la Camera sia il Senato, secondo le proiezioni delle principali emittenti americane. Alla Camera, secondo una stima di MS NOW, i Dem sono diretti verso almeno 245 seggi (ne servono 218 per la maggioranza). Al Senato, la CNN ha proiettato almeno 51 seggi, cancellando il vantaggio repubblicano di 53 a 47. Tra i seggi strappati ai repubblicani ci sono Ohio, Iowa, South Carolina, Maine, North Carolina, Kansas e Texas. Al momento in cui scriviamo restano ancora in bilico le sfide in Alaska e Mississippi.
Una sconfitta pesante per Donald Trump, che ha fatto le congratulazioni ai democratici ma ha fatto sapere di non considerare il risultato una bocciatura della sua leadership. E in Italia, puntuale come il caffè al bar, è partito il coro della sinistra.
Schlein: “stravincono i democratici”, e il Pd si iscrive al fan club
La prima a fare gli onori di casa è il segretario del Pd, Elly Schlein, che sceglie toni da vittoria personale: “i democratici stravincono contro Trump e gli oligarchi. La voglia di cambiamento ottiene la maggioranza alla Camera e al Senato. La speranza delle persone è più forte dell’arroganza di queste destre al potere. E l’unità è più forte di chi ci vuole dividere. Batteremo queste destre che portano soltanto guerre, divisioni, recessione e carovita. Per difendere la dignità delle persone e del lavoro, per l’eguaglianza e il diritto a un futuro migliore”.
Poi parte l’appello nominale, da prima ora di lezione: “Dentro questa storica vittoria a valanga ci sono alcuni risultati che raccontano tanto di quello che si sta muovendo nella società americana. James Talarico è stato eletto senatore in Texas e Gina Hinojosa ne diventa governatrice, sconfiggendo i repubblicani dopo quasi 40 anni. Abdul El Sayed vince una durissima sfida in Michigan, Kehisa Lance Bottoms con la sua vittoria in Georgia è la prima donna nera a diventare governatrice e Deb Halaand in New Mexico la prima governatrice nativa americana. E poi Annie Andrews in South Carolina batte i repubblicani dopo trent’anni, Sarah Mc Bride rieletta, Chris Pappas nel New Hampshire, Melat Kiros in Kansas, Xavier Becerra governatore in California, Amy Acton prima governatrice donna dell’Ohio”.
Chiusura d’effetto: “c’è un grande protagonismo delle donne”, conclude Schlein, “in questa clamorosa sconfitta di Trump e dei miliardi spesi dagli oligarchi contro i democratici”. Una dichiarazione piena di unità, parola che ricorre anche nel suo primo messaggio. Peccato che ad aprile, davanti all’attacco di Trump a Giorgia Meloni, il campo largo si fosse presentato in ordine sparso: Schlein a difendere il premier, Conte e Renzi a punzecchiarla.
Conte: dalle piazze italiane alle urne americane (e ritorno)
Poteva mancare Giuseppe Conte, quello che Trump nel 2019 chiamava affettuosamente “Giuseppi”? Ovviamente no. Il leader del M5s affida ai social la sua lettura: “dalle piazze italiane alle urne americane che hanno bocciato Trump i cittadini dimostrano di non poterne più di guerre illegittime, corsa al riarmo e alle spese militari, rincari, carovita, tagli e diritti che valgono fino a un certo punto. Il segnale giunto stanotte dagli Stati Uniti è un monito che parla a tutti: la partecipazione di chi esprime l’urgenza di voltare immediatamente pagina è fondamentale. Possiamo davvero cambiare le cose”.
Un ponte ideale tra le piazze italiane e le urne americane: almeno negli USA nessun maranza ha devastato un negozio Gucci per portarsi a casa borse e vestiti per dire “no alla guerra”.
Bonelli: “il mondo tira un sospiro di sollievo”
Il più entusiasta è Angelo Bonelli, deputato di Avs e co-portavoce di Europa Verde, che a Agorà, su Rai3, dà all’esito americano una portata planetaria: “questa straordinaria vittoria dei democratici fa tirare al mondo un sospiro di sollievo, perché questa logica folle della guerra va fermata. Trump è un uomo che si è arricchito, insieme alla sua famiglia, con le guerre e ha avviato una politica del riarmo criminale. Il 2025 si è chiuso con una spesa di 2.888 miliardi di dollari. Spero che si fermino anche gli amici di Trump che, in Europa e nel resto del mondo, sono stati subordinati a questa follia, a partire dall’Italia”.
E non finisce qui. Il copione prevede il monologo sulla pace: “gli americani hanno risposto in maniera chiara e netta a questa narrazione ideologica, anche un po’ tossica, della guerra contro l’Occidente. Questa straordinaria reazione del popolo americano dimostra che i popoli sono amici tra loro e che nessun popolo è nemico di quello americano. Il punto è che oggi chi governa il pianeta lo fa con la volontà di affermare una supremazia militare per costruire un nuovo ordine geopolitico. Ma la maggioranza dei popoli del mondo vuole la pace, mentre Trump non ha fatto altro che esportare guerre, una dopo l’altra, per alimentare l’industria bellica americana”.
Fratoianni: “onda popolare ha travolto Trump”
“Un’onda popolare ha travolto Trump e i repubblicani. Ha travolto le guerre, i dazi, le esecuzioni sommarie nelle strade americane, le promesse di prosperità per la classe dei lavoratori, che si sono rivelate bugie, perché a diventare sempre più ricchi sono stati i miliardari“. È quanto scritto su Facebook da Nicola Fratoianni di Avs.
“Il voto di stanotte ha travolto Trump e il suo circo allucinato – prosegue il leader rossoverde – e pericoloso di miliardari sempre più ricchi e sempre più autoritari. Negli Usa le persone hanno posto le basi per interrompere la stagione dei potenti che accumulano potere e ricchezze contro il popolo. Questo voto è una buona notizia per il mondo intero ed è un enorme capitale di fiducia per la sinistra negli Usa“, continua Fratoianni.
Per Fratoianni “i democratici hanno un mandato chiaro, restituire ai lavoratori e alle classi popolari i diritti fondamentali che la destra ha progressivamente tolto. Il lavoro dignitoso, la sanità pubblica, l’istruzione di qualità. E in tutto questo – conclude Fratoianni – c’è anche e soprattutto una traccia per noi, per l’Italia. O combatti per ridurre ingiustizie e disuguaglianze, o sei come Trump e Meloni“, conclude.
Matteo Renzi: Obama, il centrosinistra unito e il cappellino Maga di Tajani
Chiude il pokerissimo Matteo Renzi, ospite di Omnibus su La7, che sceglie la via del revival: “Obama ancora una volta è la luce del partito democratico e punto di riferimento di generazione di progressisti in tutto il mondo. Chi ascolta il discorso di Obama in Michigan si rende conto che non c’è divisione interna al centrosinistra in Italia che non valga la pena di essere superata. Se i dem si fossero presentati divisi oggi festeggerebbe Trump. La scommessa è che nel 2027 ci presentiamo uniti e Meloni smetterà di festeggiare. E sai cosa farà Tajani con il cappellino Maga…”.
Tutti uniti nel 2027 e Meloni “smetterà di festeggiare“. Una profezia che sa di Fantapolitica per ora. Il centrosinistra italiano deve ancora trovare il federatore, il programma e, soprattutto, i voti: alle Politiche del 2022 ha vinto il centrodestra e alle Europee del 2024 il primo partito è stato Fratelli d’Italia.
Festeggiare le vittorie degli altri: la sindrome del tifoso per procura
Il filo rosso è evidente. Dopo Mamdani, dopo Lula, ora i democratici americani: la sinistra italiana ha trasformato in rituale il brindisi ai successi altrui, con un entusiasmo che è direttamente proporzionale alle batoste incassate in casa. Da quattro anni, dalla vittoria di Giorgia Meloni nel 2022, il campo largo non è riuscito a scalfire il governo; e allora, per sentirsi vincitori, tocca affidarsi alle vittorie di Washington, New York e Brasilia. Una politica estera dell’autostima. Ma c’è un problema. In tutto questo entusiasmo, ci si dimentica di due dettagli non proprio secondari.
Trump ha il potere di veto
Il primo riguarda il potere di veto del presidente. Previsto dall’articolo I, sezione 7 della Costituzione americana, permette al presidente di bloccare una legge approvata dal Congresso, rinviandola indietro con le sue obiezioni. Il Congresso può superare il veto solo con il voto favorevole dei due terzi di ciascuna Camera: con tutti i membri presenti, servono 290 voti alla Camera e 67 al Senato.
E i numeri dei democratici, per quanto roboanti, sono lontani da queste soglie: circa 245 seggi alla Camera (stima) e 51 al Senato. Non solo. Prima del voto Trump aveva fatto sapere che, in caso di vittoria dei Dem, avrebbe posto il veto su ogni singolo disegno di legge. Non è una minaccia teorica: a fine dicembre 2025 aveva già bloccato i primi due provvedimenti del secondo mandato e, a gennaio, il tentativo di superare i veti alla Camera è fallito, nonostante il voto di decine di repubblicani con i democratici, perché la maggioranza del Gop è rimasta con il presidente. In più, al Senato servono 60 voti per superare l’ostruzionismo (il famoso filibuster).
Per essere precisi, i Dem non restano a mani vuote: controllano le commissioni, ottengono il potere di convocare testimoni e atti (subpoena) e possono bloccare le nomine di Trump al Senato. Ma di qui a “cambiare le cose“, per citare Conte, o a ribaltare l’agenda del presidente, ce ne passa.
Il secondo dettaglio dimenticato: i Dem sono impopolari
Il secondo dettaglio è ancora più scomodo: il Partito Democratico americano non gode di grande popolarità. Basta guardare i sondaggi dei mesi scorsi. Ad aprile 2026, in un sondaggio CNN, solo il 28% degli americani aveva un’opinione positiva dei Dem contro il 56% di giudizi negativi, un minimo storico per la CNN dal 1992. La media dei sondaggi di FiftyPlusOne a luglio fotografava un 40,5% di favorevoli e un 52,6% di sfavorevoli, dodici punti di distanza.
E allora come si spiega la valanga? Con il fatto che molti americani hanno votato contro Trump, non per i Dem. Secondo il Washington Post, a pesare sono stati il malcontento per il caro-prezzi e la guerra in Iran, mentre per la CNN il voto è arrivato sull’onda dell’impopolarità storica del presidente. Un sondaggio di aprile di Strength In Numbers/Verasight, inoltre, mostrava un 18% di elettori pronti a votare Dem pur essendo scontenti del partito.
Va detto, per onestà, che una parte del malumore verso i Dem arriva dagli stessi elettori democratici e che i sondaggi sul gradimento dei partiti, a così tanta distanza dal voto, hanno avuto poco valore predittivo. Ma il punto politico resta: più che un plebiscito per i democratici, è stato un referendum su Trump.
Insomma: Schlein, Conte, Bonelli e Renzi hanno brindato a una vittoria che non è la loro, che non cambierà il quadro politico italiano e che, dati alla mano, è meno rotonda di come la raccontano. Gli americani hanno bocciato Trump, che ha ancora in mano il veto e due anni di mandato davanti. Ma, soprattutto, non hanno ancora promosso i democratici.
Su questo concetto c’è un’analogia importante con la sinistra italiana che, mentre applaude alle proteste contro il governo Meloni, fatica a proporre un’alternativa valida e convincente. Il vero banco di prova per il centrosinistra italiano, a differenza di quello americano, non sarà un’urna a Dallas o a Detroit: sarà quella che si aprirà nel 2027, dove l’unico voto che conta è quello degli elettori italiani.
Una cosa, a onor del vero, accomuna i Dem USA alla sinistra italiana: dovranno fare una bella opera di costruzione di credibilità in vista della prossima tornata elettorale, andando oltre woke, LGBT e “subito riconoscimento della Palestina” che per la gente comune, quella che hanno perso di vista e che ha premiato democraticamente la destra, non rientrano nell’agenda delle priorità.


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