Nelle redazioni dorate dei grandi quotidiani nazionali, dove per mesi si è celebrato il funerale preventivo della Lazio, oggi l’aria si è fatta improvvisamente irrespirabile. Dove sono finiti gli oracoli della carta stampata, gli opinionisti da salotto radiotelevisivo e quei cronisti, talvolta persino sedicenti laziali travestiti da censori, che per tutta l’estate hanno riempito colonne di piombo profetizzando la catastrofe? Parlavano con compiacimento livoroso di mercato bloccato, di disinteresse presidenziale, di una squadra destinata alla lotta per la salvezza, soffiando ad arte sul fuoco della contestazione di piazza per alimentare un risentimento pretestuoso.
Veritas filia temporis, dicevano gli antichi e ripeterebbe Claudio Lotito oggi nelle sue citazioni latine: la verità è figlia del tempo, non dell’isteria mediatica. Oggi quei profeti di sventura si ritrovano davanti a uno specchio impietoso, costretti a rimangiarsi ogni singolo rigo di veleno. La Lazio guarda tutti dall’alto dei suoi 28 punti, frutto di nove vittorie e un pareggio, con la miglior difesa della Serie A e una marcia trionfale che non conosce battute d’arresto. Vedere l’imbarazzo che serpeggia tra chi aveva già apparecchiato la lapide sportiva di questa società è la vendetta più dolce per chi sa che i campionati si vincono con la programmazione, non con le chiacchiere da bar sport.
Ventidue anni di rigore contro la memoria corta dei nostalgici
Per comprendere la portata storica di ciò che sta accadendo, bisogna avere l’onestà intellettuale di spazzare via la nebbia della memoria selettiva. È da oltre 25 anni che la Lazio non si trovava a guardare l’orizzonte dello scudetto con questa autorevolezza, dai tempi di Sergio Cragnotti. Quell’epoca d’oro, che troppi continuano a rimpiangere con ingenua cecità, poggiava su una bolla finanziaria malsana e insostenibile, un castello di carte crollato sotto il peso dei debiti e destinato a un fallimento disastroso. Claudio Lotito prese quella Lazio sull’orlo del baratro nell’estate del 2004, caricandosi sulle spalle un fardello debitorio che avrebbe fatto tremare chiunque, e l’ha salvata. Che fine hanno fatto tutte le altre nobili decadute di quella stagione folle del nostro calcio? La Fiorentina di Cecchi Gori, il Parma di Tanzi, il Perugia di Gaucci: cancellate dai tribunali fallimentari, costrette a ripartire dall’inferno dei dilettanti, sprofondate in decenni di Serie B e Serie C. La Lazio no. Sotto la guida di Lotito, da ventidue anni ininterrotti, il club non solo è rimasto saldamente nell’élite del calcio italiano senza mai rischiare il baratro, ma ha costruito una bacheca invidiabile: undici finali nazionali disputate, sei titoli conquistati tra Coppe Italia e Supercoppe, frequenti qualificazioni in Champions League con passaggi agli ottavi di finale. Fra poco più di un mese, a dicembre, sul prato di San Siro contro l’Inter, Lotito giocherà la sua dodicesima finale che può consegnare ai tifosi biancocelesti il 7° trofeo della sua era. Parlano i fatti, mentre i soloni annegano nelle proprie contraddizioni.
Gennaro Gattuso e l’arte di smentire il disfattismo
Nel catalogo dei pregiudizi estivi, la scelta di Gennaro Gattuso era stata etichettata dalla critica come la certificazione della resa. Liquidato con sufficienza come un allenatore ormai superato, reduce da avventure altalenanti all’estero e in patria, il tecnico calabrese è stato invece l’ennesima intuizione folgorante di una presidenza che ha sempre saputo valorizzare i tecnici italiani di carattere. Prima ci fu Delio Rossi all’alba della gestione, poi la straordinaria epopea di Simone Inzaghi, e oggi tocca a Ringhio Gattuso. C’è un filo conduttore profondo, quasi ancestrale, che lega il presidente al suo allenatore: la tempra, l’orgoglio delle origini, quel legame con la Calabria che appartiene alle radici paterne di Lotito e che scorre vivo nel sangue del tecnico di Corigliano Schiavonea. L’incidente di percorso agostano contro il Mantova in Coppa Italia sembrava aver consegnato ai detrattori l’arma definitiva per il massacro mediatico. Invece, da quella caduta Gattuso ha forgiato un gruppo granitico, famelico, tatticamente impeccabile e impermeabile a ogni veleno esterno. La Lazio gioca un calcio compatto, feroce, cinico, trasformandosi in una favola che richiama da vicino l’epica del Leicester di Claudio Ranieri: una squadra inattesa alla vigilia che, partita dopo partita, demolisce le certezze delle corazzate multimiliardarie a colpi di cuore e organizzazione e alla fine trionfa in Premier League.
Il tocco di Mida e l’eleganza di un calcio d’altri tempi
Chi accusa Claudio Lotito di cinismo imprenditoriale ignora sistematicamente che i risultati sportivi accompagnano ogni sua impresa con la precisione di una legge scientifica. È accaduto con la Salernitana, presa dai campi polverosi dell’Eccellenza e della Serie D e trascinata fino alla Serie A scalando ogni categoria. Sta accadendo di nuovo con la Reggina, rilevata questa estate dopo un triennio disastroso nei dilettanti e già trasformata in una corazzata inarrestabile: prima in classifica dalla prima giornata, con 34 reti siglate in 12 incontri ufficiali tra campionato e Coppa, reduce dal roboante 5-2 inflitto al Ragusa oggi pomeriggio al Granillo. Res, non verba: i fatti smentiscono le parole. E mentre il calcio moderno si svende a opachi fondi sovrani e si piega alle logiche della finanza speculativa, Lotito resta uno degli ultimissimi baluardi dell’autentica tradizione dirigenziale italiana. Uomo di cultura umanistica solida, capace di citare i classici con disinvoltura laddove altri balbettano slogan di marketing, rivendica la sovranità dello sport autentico. Si pensi alle maglie: sia la Lazio che la Reggina scendono in campo con divise pulite, prive di sponsor commerciali. Persino su questo i miopi hanno trovato modo di ridire, dimenticando che i veri puristi hanno sempre deplorato la trasformazione delle casacche in cartelloni pubblicitari. Quelle maglie immacolate sono il simbolo di un’estetica fiera, incorrotta, che rimette al centro i colori sociali e lo stemma del club.

Una cavalcata solitaria oltre l’ingratitudine
Il vero paradosso di questo avvio di stagione risiede nel colpo d’occhio dell’Olimpico, dove appena dodicimila spettatori assistono al trionfo contro il Cagliari e respirano dal vivo la fuga per lo scudetto con il gol di Pinamonti che li fa impazzire nel finale, mentre la tifoseria organizzata continua la sua miope diserzione per principio preso. C’è una grandezza quasi tragica in questa Lazio prima in classifica da sola: una squadra che riscrive la storia, che vince la sesta partita consecutiva e allunga sulle rivali giocando dentro una cattedrale quasi vuota. Ma la bellezza dei numeri non ha bisogno del consenso facile. Audaces fortuna iuvat: il destino premia chi ha il coraggio di andare controcorrente, di non piegarsi ai ricatti morali delle curve né ai diktat degli opinionisti da prima pagina. Questa Lazio solitaria non sta semplicemente guidando un campionato, sta impartendo una lezione di dignità, competenza e resilienza a tutto il panorama calcistico nazionale. Lasciamo pure che i critici continuino a masticare amaro nelle loro redazioni; intanto, la favola biancoceleste corre veloce verso la storia. Grande onore a chi se la gode dal vivo all’Olimpico: Pauci sed electi, molti i chiamati, pochi gli eletti.



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