Il 3 novembre gli americani sono andati a votare per le Midterm 2026 e hanno consegnato ai Democratici il controllo di Camera e Senato. Tra le vittorie simbolo, quella di James Talarico in Texas, il primo democratico a conquistare un seggio al Senato nello Stato dal 1988. Lo stesso Donald Trump, a risultato acquisito, ha scritto su Truth Social: “Non ero sulla scheda, se ci fossi stato avremmo ottenuto una vittoria schiacciante”. Sconfitta incassata, risultato accettato, veto in tasca. Tutto regolare. Ed ecco partire, puntualissimo, il coro dalle nostre parti: festa della democrazia, trionfo dei valori americani, l’America che si risveglia. Ci hanno presentato il trailer di Black Mirror, ci hanno raccontato la trama di House of Cards, poi ci hanno spiegato che il film, in realtà, è sempre stato Mr. Smith va a Washington.
La democrazia americana a corrente alternata (secondo la sinistra italiana)
Facciamo un passo indietro, due anni fa. Trump vince le elezioni presidenziali e la sinistra italiana si mette l’elmetto: autocrazia, deriva fascista, dittatura alle porte. Fino al 3 novembre, ci hanno spiegato che gli Stati Uniti erano un Paese pericoloso, che bisognava prendere le distanze, che l’America non era più quella di una volta. Oggi, a urne chiuse e Dem vincenti, la stessa America è diventata il Paese più bello del mondo e la culla della democrazia. Il tutto nel giro di una notte, senza nemmeno il tempo di cambiare slide.
Non è una novità, è un metodo. Succede ogni volta che vince la destra: Trump, Meloni, e prima ancora a ogni avanzata di Le Pen. Si parla di pericolo per la democrazia, di svolta autoritaria, di allarme fascismo. Quando invece vince la sinistra, in qualsiasi angolo del pianeta, è sempre e comunque il trionfo della democrazia. La democrazia, insomma, secondo qualcuno funziona solo se il risultato è quello giusto. Un po’ come il VAR nel calcio, essenziale solo quando fischia a favore.
La vera democrazia non è chi vince, è che si possa perdere
Il punto, però, è un altro, ed è quello che fa saltare il banco della narrazione. Le Midterm non sono state un esempio di democrazia perché hanno vinto i Democratici. Sarebbero state un esempio di democrazia anche se avessero vinto i Repubblicani. Gli Stati Uniti sono democratici da sempre, non da martedì scorso.
E i fatti, per chi ha voglia di guardarli, sono tutti lì. Negli Usa c’è sempre stata alternanza tra presidenti repubblicani e democratici. Le Midterm sono spesso state un “bagno di sangue” per il presidente in carica (di qualsiasi schieramento), che perde la Camera, il Senato o, come stavolta, entrambi. Un presidente che non può andare oltre il secondo mandato, perché lo dice la Costituzione. Un presidente, Trump, che accetta il risultato e dice di sperare di poter lavorare con i Democratici. Questa è democrazia. E non è nemmeno una scoperta recente.
Democrazia è anche il post di JD Vance dopo la sconfitta. Il vicepresidente, dopo molte ore di silenzio, ha scritto su X senza giri di parole: “la ragione per cui abbiamo perso è la guerra. Il presidente stesso lo ha detto la notte scorsa”. Un’analisi del voto, non un comunicato di regime. Nessun complotto, nessun broglio: la destra americana che si guarda allo specchio e se la prende, semmai, con sé stessa.
Gli elettori di Trump che hanno votato contro Trump
Il dato politico più interessante, ironia della sorte, lo certifica proprio Vance: “molte persone che hanno votato per Trump/Vance nel 2024 hanno votato per i Democratici nel 2026”. Gli stessi americani che, democraticamente, avevano premiato Trump due anni fa, democraticamente lo hanno bocciato alle Midterm. Delusi da una promessa America First che avrebbe dovuto tenere gli Stati Uniti fuori dai guai e che si è invece trasformata nella guerra contro l’Iran. Il presidente che doveva essere il garante della pace, insomma, si è ritrovato a dover spiegare “perché i missili“.
E gli elettori, che a differenza dei commentatori italiani non hanno bisogno del manuale, hanno risposto dove si risponde: nell’urna. Fra due anni toccherà di nuovo a loro decidere se votare un repubblicano o un democratico. Sempre democraticamente.
Donald Trump stesso ha dato un esempio concreto di democrazia. A differenza di quanto accaduto con i fatti di Capitol Hill, ha riconosciuto i risultati del voto, ha accettato la volontà degli americani senza sminuirla e sminuirli solo perchè non lo hanno votato. Certo, lo ha fatto attraverso i suoi filtri personali, tirando le orecchie ai candidati, ammettendo che con lui direttamente in campo il risultato sarebbe stato diverso, ma ha accettato la sconfitta. E lo ha fatto democraticamente. Ammettiamolo, sorprendendo un po’ tutti.
250 anni di faro: gli Usa non hanno bisogno del bollino a posteriori
Gli Stati Uniti d’America sono la più grande democrazia del mondo e, per molti versi, il faro della democrazia stessa. Una nazione nata nel 1776 dalla spinta di chi scappava dalle persecuzioni europee e ha costruito un mondo nuovo su libertà e democrazia. Un sistema che regge da due secoli e mezzo, che ha contribuito a liberare l’Occidente dalle dittature vere e che ha esportato il modello democratico ben oltre l’Atlantico, in Europa come in Asia.
Fa sorridere, allora, che a conferire il bollino di democrazia agli Usa siano proprio quelli che fino a ieri li dipingevano come un Paese da cui staccarsi, a causa della deriva trumpiana. È ridicolo e grottesco. L’America non è diventata democratica il 3 novembre: lo era anche il 2 novembre, quando secondo loro non lo era più.
Talarico e El-Sayed: chi dovrebbe interessare davvero alla sinistra italiana
C’è una vicenda, in questa tornata, che la sinistra italiana farebbe bene a guardare con più attenzione di quanto non faccia con i titoli sul “tracollo di Trump”. Si chiama James Talarico: volto giovane e pulito, democratico moderato, capace di conquistare un seggio al Senato in uno Stato storicamente repubblicano come il Texas battendo Ken Paxton, il candidato fortemente sostenuto da Trump. Alla vigilia del voto aveva dichiarato: “mi piacerebbe, come prossimo senatore degli Stati Uniti per il Texas, lavorare con Donald Trump per realizzare concretamente alcune delle promesse del suo progetto politico.” E ancora: “se il presidente vuole lavorare con me o con qualsiasi altro democratico per ampliare l’accesso all’assistenza sanitaria, io ci sono”. Un dem aperto al dialogo, lontano dalle posizioni ideologizzate, che anche in Italia raccoglierebbe grandi consensi. Peccato che nella nostra politica sia parecchio complicato da trovare.
Tutt’altro profilo quello di Abdul El-Sayed, che in Michigan ha battuto il repubblicano Mike Rogers ed è diventato il primo musulmano eletto al Senato degli Stati Uniti. Un’icona della sinistra, naturalmente, che ha ringraziato la moglie per essersi occupata delle faccende domestiche e dei figli durante la campagna elettorale. Un riferimento che, se fatto da un repubblicano, chissà se sarebbe passato sottotraccia alle orecchie attente delle femministe, così com’è successo con El Sayed.
Il giorno dopo: la democrazia vera è quella che non fa notizia
La verità è che l’America non ha bisogno dei complimenti a posteriori della sinistra italiana. Ha le sue istituzioni, la sua alternanza, i suoi contrappesi, e le ha da secoli. Un sistema in cui i Repubblicani vincono, i Democratici vincono, i presidenti perdono le Midterm e i vicepresidenti scrivono post per capire cosa è andato storto. Chi ha capito questo il 3 novembre, lo aveva capito anche prima. Chi lo ha scoperto il 4, dovrebbe chiedere scusa a quel Paese che fino a ventiquattr’ore prima considerava un pericolo.
Perché la democrazia non è quella cosa che si celebra solo quando vince la squadra del cuore. È quella che funziona anche quando perdi. E gli americani, ancora una volta, ce lo hanno ricordato.


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