Sì, va bene, non “scaldatevi”. Il titolo è chiaramente provocatorio. Ma vuole provare ad alimentare il dibattito sulla percezione reale che il turista, soprattutto quello straniero, ha su questo simbolo di Reggio Calabria. Perché siamo tutti d’accordo sul fatto che rappresenti un simbolo, per la sua ricchezza, unicità e non solo, ma siamo sicuri che questo lo sappiano tutti? Ora, magari non lo possono sapere proprio tutti tutti, ma i turisti che vengono a Reggio Calabria – e ultimamente sono davvero tanti – non è detto che abbiano tutta questa grande percezione, almeno con totale certezza e consapevolezza, del fatto che Reggio sia anche la città del bergamotto.
In fondo, provando a immedesimarci in loro, potremmo immaginare risposte del tipo: “ah sì, Reggio Calabria, la città dei Bronzi di Riace, del chilometro più bello d’Italia e di Cesare”. Tutti simboli, a modo loro, ma in quanti effettivamente diranno “la città del bergamotto”? Fatte salve rare eccezioni, come l’eccellente polo del bergamotto curato dal sempre ottimo Professore Vittorio Caminiti, o iniziative come il Bergafest o Bergaré, non c’è una percezione diretta, concreta ed effettiva di Reggio città del bergamotto. O almeno questo è ciò che si prova passeggiando per il centro città. E non da turisti, ma da cittadini reggini.
La riflessione nasce alla luce dello storico accordo firmato con la francese Grasse, capitale del profumo, per l’ingresso di Reggio nel club europeo delle città del profumo. Un ingresso grandioso, perché Reggio è l’unica città italiana e perché, grazie all’unicità del bergamotto, entra all’interno di un organismo che non farà altro che portare benefici in termini di marketing, di turismo, di commercio. Affinché anche, magari, un turista che arriva in città sappia davvero che sta andando nella città del bergamotto. E però, una volta atterrato, glielo si dovrebbe far sapere e notare in ogni modo. Gigantografie negli aeroporti o nelle stazioni, murales, souvenir, negozi di ogni tipo, dall’abbigliamento al cibo, che profumino letteralmente di bergamotto. E, magari, anche quell’odore nell’aria che – pure metaforicamente – non guasta mai.
L’esempio della costiera amalfitana
Perché c’è la cipolla di Tropea, il tartufo di Pizzo ma il bergamotto di Reggio Calabria è sempre un po’ nascosto. C’è un esempio su tutti, in tal senso: il limoni della costiera amalfitana. Alzino la mano quanti, tra coloro che ci sono stati, sapevano dell’originalità dei limoni in quella zona. Probabilmente in pochi, ma quando si arriva lì, ogni cosa ce lo fa notare. Positano, Amalfi, tra le altre, ma anche Sorrento, sul golfo. Tutto profuma di limone. Souvenir di ogni tipo, granite e gelati serviti dentro il limone stesso, elementi, indizi, dettagli, tutti con un unico riferimento.
Ora, Reggio Calabria non è la costiera amalfitana. Ha una storia turistica diversa, punta molto sulla storia, sull’architettura, sulla cultura, ma anche il bergamotto è cultura. Se oltre al grande impegno del polo del bergamotto, se oltre al gusto del gelato al bergamotto, o al risotto con le scorze di bergamotto, tutto, soprattutto in centro città, parlasse di più di questo simbolo, diventerebbe molto più che l’oro di Reggio Calabria. L’accordo con Grasse è sicuramente un primo passo importante e che può andare verso una direzione davvero storica e senza precedenti per questa città, ma – probabilmente – solo attraverso un coinvolgimento più ampio di tutti gli attori in campo, a partire da una maggiore tutela verso i produttori e a finire per i protagonisti del commercio.


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