Chi l’avrebbe mai detto. Chi avrebbe mai detto che, alla fine, Roberto Vannacci andrebbe pure ringraziato. Sicuramente lo stanno ringraziando a Sinistra, aspettavano un momento del genere come il pane. Un’occasione per provare a mettere in difficoltà il Centrodestra, per aprire una crepa nella maggioranza e per alimentare una narrazione che da anni rappresenta il principale terreno di scontro politico.
Ma non è detto che basterà. La coalizione di CentroDestra resta unita, quella opposta continua ad apparire spesso sfilacciata e individualistica, con partiti e leader che faticano a trovare una sintesi comune. In ogni caso, non è questo il punto. Il punto è un altro: Roberto Vannacci va ringraziato perché, forse, sta aprendo gli occhi a chi per anni ha blaterato, ripetendo uno slogan in cui probabilmente neanche credeva davvero: Giorgia Meloni è fascista.
La sua storia, la storia del suo partito, i suoi ideali e i suoi valori sono stati per anni raccontati da una parte dell’opposizione attraverso una lente esclusivamente ideologica. Un’accusa ripetuta così tante volte da diventare quasi una verità acquisita nel dibattito pubblico, nonostante non fosse mai stata realmente dimostrata dai fatti. Probabilmente lo sapevano anche a Sinistra, ma sapevano altrettanto bene che quella narrazione era politicamente conveniente.
O forse no. Perché se ieri il Governo guidato da Giorgia Meloni ha raggiunto il record di longevità nella storia repubblicana, forse il disco andrebbe cambiato. Forse sarebbe arrivato il momento di aggiornare una lettura della politica italiana rimasta ferma a schemi del passato, incapace di riconoscere una trasformazione evidente del quadro politico.
L’arrivo di Vannacci ha cambiato le carte in tavola
Ma non è neanche questo il punto. Il punto è che l’irruzione in politica di Roberto Vannacci ha stravolto gli equilibri del dibattito pubblico italiano. Perché se Giorgia Meloni viene descritta come una figura estremista, allora diventa inevitabile porsi una domanda: se Meloni è fascista, Vannacci cosa sarebbe? Kim Jong-Van?
L’irruzione, ma anche l’irruenza, del Generale ha cambiato completamente le carte in tavola. Ha creato un nuovo termine di paragone, mostrando differenze che prima, nel racconto politico dominante, venivano spesso appiattite. La presenza di Vannacci ha infatti reso evidente che all’interno dell’area conservatrice esistono sensibilità molto diverse, e che non tutto ciò che viene collocato genericamente a destra appartiene alla stessa categoria politica.
Paradossalmente, proprio le posizioni più controverse del Generale hanno finito per evidenziare una realtà che alcuni suoi avversari non volevano riconoscere: Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia non rappresentano quella caricatura estremista che per anni è stata raccontata da una parte del dibattito politico.
Il confronto tra Meloni e Vannacci cambia la percezione del Centrodestra
La differenza emerge soprattutto sui temi più delicati. Vannacci e il movimento che lo ha seguito hanno assunto posizioni che molti hanno definito fortemente identitarie e in alcuni casi illiberali su questioni come aborto, diritti civili e altri temi sociali. Posizioni che hanno acceso un confronto acceso anche all’interno dello stesso mondo conservatore.
E proprio questo confronto ha reso ancora più evidente la distanza rispetto alla linea politica portata avanti dal Governo Meloni, che ha scelto una strada istituzionale e pragmatica, cercando una collocazione europea e occidentale, mantenendo rapporti con le principali democrazie internazionali e rivendicando una propria identità politica senza mettere in discussione il sistema democratico.
Insomma, non siamo tornati all’olio di ricino e alle leggi razziali. In quest’epoca probabilmente non ci torneremmo mai. Ma forse qualcuno dovrebbe davvero fermarsi un attimo e riconoscere che una parte della rappresentazione costruita negli anni sulla destra italiana era quantomeno esagerata, se non completamente sbagliata.
La parabola Vannacci e il corto circuito della narrazione politica
La parabola di Vannacci ha prodotto un curioso effetto politico: proprio chi voleva utilizzare la sua figura come dimostrazione di un presunto estremismo del Centrodestra ha finito, involontariamente, per creare un confronto che ha reso più evidente la posizione moderata e istituzionale di Meloni. La realtà politica è quasi sempre più complessa degli slogan. Le categorie assolute funzionano bene nelle campagne elettorali, nei social network e nei dibattiti televisivi, ma spesso si scontrano con i fatti quando arrivano le responsabilità di governo.
Forse, allora, alla fine qualcuno dovrebbe ringraziare Roberto Vannacci. Non perché le sue idee siano necessariamente condivisibili, né perché tutte le sue posizioni debbano essere accettate, ma perché la sua presenza ha costretto molti a fare un confronto più realistico. E forse qualcuno dovrebbe anche chiedere scusa a Giorgia Meloni. Non per una questione di simpatia politica, ma perché dopo anni di accuse e slogan, i fatti hanno dimostrato che la realtà del Governo e della maggioranza è molto diversa dalla rappresentazione che una parte del Paese aveva scelto di costruire.


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