Francesco Cuzzocrea è sacerdote della parrocchia di Santa Maria del Buon Consiglio, a Ravagnese, nel cuore della nostra città. E il suo commento, la sua reazione social, all’articolo sull’abolizione di Festa di Madonna mi è piaciuto tantissimo. Perchè è azzeccato, profondo, in perfetto stile sacerdotale, e fornisce un punto di vista che fa ulteriormente riflettere. Tra l’altro ha compreso meglio di molti altri, il senso e i contenuti della provocazione. Per questo motivo lo riportiamo integralmente con grande risalto:
“OLTRE LA NOTIZIA
NON ABOLITE QUESTA FESTA
In questi giorni, insieme alle processioni, alle preghiere, ai fuochi, alle bancarelle e alle inevitabili discussioni che accompagnano ogni anno la Festa della Madonna della Consolazione, sono circolate anche parole molto dure. C’è chi ha proposto provocatoriamente di abolire questa Festa, chi ha ridicolizzato alcune espressioni della devozione popolare, chi si è domandato che senso abbia chiamare Maria «Protettrice» di una città nella quale continuano ad accadere tragedie.
Non mi interessa rispondere a qualcuno. Mi interessano quelle domande. Perché alcune contengono critiche sulle quali vale la pena riflettere; altre, invece, mi sembra nascano da un’idea della fede cristiana nella quale, da credente, faccio fatica a riconoscermi. Scrivo queste parole a titolo personale: da reggino, da cittadino, da credente e, inevitabilmente, con lo sguardo di un sacerdote.
Cominciamo dalla domanda più provocatoria: che Protettrice è una Madonna che non protegge? In questi giorni qualcuno ha tirato in ballo persino la tragica morte di Anthea Ranieri. Con tutto il rispetto per una ragazza la cui morte ha profondamente colpito la città e soprattutto per il dolore di chi le ha voluto bene, mi domando: perché proprio quella tragedia dovrebbe diventare la prova che «la Madonna non funziona»? La morte di Anthea ha avuto, anche comprensibilmente, una fortissima esposizione mediatica. Ma purtroppo incidenti, malattie e morti attraversano ogni giorno le nostre città. Perché una di esse dovrebbe trasformarsi improvvisamente in un esperimento sull’efficacia della protezione di Maria?
La fede cristiana non è mai stata un vaccino contro la vita. Maria non è un amuleto contro gli incidenti. Se «protezione» significasse che al credente non possono accadere malattie, terremoti, ingiustizie e morte, la prima smentita del cristianesimo sarebbe il cristianesimo stesso. Al centro della nostra fede c’è un Dio crocifisso. E sotto quella Croce c’è proprio Maria, una madre alla quale non viene risparmiato neppure il dolore di vedere morire il Figlio. E ci sono anche i martiri. E c’è chi vive ogni giorno silenziosamente la sua fede nel martirio e senza vergognarsi di avere Dio come Padre e Maria come Madre dolcissima ai piedi della sua croce.
Noi preghiamo perché Dio intervenga. Preghiamo per una guarigione, perché una persona venga salvata, perché una guerra finisca. Crediamo che Dio possa intervenire. Ma non crediamo che la fede ci renda immuni dalla condizione umana. Un terremoto obbedisce alle dinamiche della terra, una malattia ha cause biologiche, un’alluvione ha cause fisiche e le conseguenze di molti fenomeni naturali possono essere aggravate dalle responsabilità dell’uomo. E quando il male nasce direttamente dalla libertà umana non possiamo prima rivendicare quella libertà e poi attribuire a Dio la responsabilità dell’uso che ne facciamo.
La domanda cristiana è un’altra: dov’è Dio quando la croce arriva?
Ed è proprio qui che comprendo il nome con cui da secoli invochiamo Maria: Consolatrice. Consolare non significa necessariamente eliminare ciò che ci fa piangere. Significa anche non permettere che ciò che ci fa piangere distrugga tutto il resto. La fede non ci promette una vita senza croci. Ci impedisce di credere che la croce sia tutta la vita.
Per questo c’è qualcosa che, da sacerdote, mi ferisce particolarmente nel dire a chi attraversa una tragedia: vedete? La vostra Protettrice non vi ha protetti. Mi ricorda una logica antica quanto il libro di Giobbe: proprio quando un uomo è schiacciato dalla sofferenza, arrivano parole che trasformano quella sofferenza in un processo alla sua fede. Non so quali intenzioni ci siano dietro certe provocazioni e non intendo attribuirne a nessuno. So però quale effetto possono produrre: colpire soprattutto la fede più semplice proprio quando è più vulnerabile.
Qualcuno ha ironizzato anche sulle origini della nostra devozione e sul racconto legato a fra Antonio Tripodi, arrivando a insinuare scherzosamente che forse il frate avesse bevuto. Curiosamente è un’ironia antichissima. Quando a Pentecoste gli apostoli cominciarono a parlare in altre lingue, qualcuno disse: «Si sono ubriacati di vino dolce» (At 2,13).
Questo non significa che un cristiano debba credere a chiunque racconti di avere avuto una visione. La Chiesa distingue accuratamente la Rivelazione dalle rivelazioni private ed esercita discernimento sui fenomeni straordinari. Ma il cristianesimo possiede inevitabilmente una struttura testimoniale. Nessuno di noi ha visto Gesù percorrere le strade della Galilea, morire sul Calvario o apparire risorto. Abbiamo ricevuto una testimonianza: «Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi» (1Gv 1,3).
Una tradizione può dunque essere studiata, verificata storicamente e persino contestata. Ma verificare una testimonianza è diverso dal ridicolizzare il testimone. L’ironia può far sorridere. Non dimostra che un fatto sia falso.
E qui sento di dover essere ancora più chiaro. Non credere è legittimo. Contestare una devozione è legittimo. Considerare storicamente inattendibile un’apparizione è legittimo. Persino la satira religiosa appartiene alla libertà di espressione. Ma ridicolizzare la fede di un popolo non rende un’argomentazione più intelligente.
Chiamare «allocchi» quelli che ci hanno preceduto, parlare di «delirio madonnistico», ironizzare sulla presunta ubriachezza di chi è all’origine di una tradizione religiosa, utilizzare la morte di una ragazza per domandare sarcasticamente a cosa serva una Protettrice che non protegge: qui non stiamo più discutendo soltanto di traffico, bancarelle, scuole chiuse o fuochi d’artificio.
Qui stiamo toccando qualcosa che per migliaia di persone è sacro.
Il fatto che sia sacro non lo rende immune dalla critica. Dovrebbe però sottrarre le persone al disprezzo.
E vorrei spendere una parola proprio per quella fede semplice che qualche volta viene guardata dall’alto in basso. La pietà popolare non usa il linguaggio dei trattati di teologia. Una donna anziana che tocca l’immagine della Madonna, un uomo che segue una processione, qualcuno che affida a Maria la malattia di un figlio possono anche esprimersi in modi teologicamente imperfetti. Ma prima di sentirci culturalmente superiori dovremmo ricordare che la fede cristiana non è arrivata fino a noi soltanto attraverso le biblioteche dei teologi.
È passata attraverso le cucine delle nostre nonne, i rosari recitati davanti a un letto d’ospedale, le edicole votive, le processioni, le promesse, le lacrime, le feste patronali. È stata trasmessa da uomini e donne che forse non avrebbero saputo spiegare la differenza tra culto e devozione, ma hanno insegnato ai propri figli a fare il segno della croce.
E c’è un paradosso che proprio noi uomini di Chiesa dovremmo riconoscere con umiltà: ci sono persone che durante l’anno frequentano pochissimo le nostre chiese e che tuttavia, quando arriva la Madonna della Consolazione, scendono in strada. Possiamo limitarci a rimproverarle perché non vengono abbastanza da noi. Oppure possiamo domandarci perché Maria riesca ancora a farle uscire di casa e a metterle, magari soltanto per qualche minuto, davanti al mistero di Dio.
Io, da sacerdote, preferisco partire da lì.
Poi c’è la peste. Anche qui si può sorridere sull’idea di una Madonna trasformata in una sorta di vaccino ante litteram. Ma nessun cristiano dovrebbe mettere in concorrenza Maria e un vaccino. Se c’è un vaccino, utilizziamo la medicina. Se abbiamo bisogno di un medico, andiamo dal medico. Se un territorio è pericoloso, mettiamolo in sicurezza invece di organizzare una processione aspettando che Maria faccia i lavori al posto nostro.
La fede comincia dove queste cose non riescono più a rispondere a tutte le domande. Quando il medico deve dire «non possiamo fare altro», quando abbiamo perso qualcuno, quando nessuna tecnologia può restituirci ciò che ci è stato tolto, rimane una domanda che nessun farmaco — giustamente — pretende di risolvere: come faccio adesso a continuare a vivere?
Perché esistono pesti che uccidono il corpo. Ed esistono altre pesti: la disperazione, la solitudine, l’odio, la convinzione che dopo una perdita non esista più niente per cui valga la pena alzarsi la mattina.
È anche da queste che abbiamo bisogno di essere consolati.
Poi ci sono i fuochi d’artificio. Sì, hanno un impatto ambientale. Discutiamone seriamente. Chiediamoci come ridurlo, quali tecnologie utilizzare, quanto debbano durare e dove sia opportuno farli. Ma utilizziamo lo stesso metro per tutto. Anche un concerto, una partita, una grande manifestazione, un festival, migliaia di automobili in movimento, luci, amplificazioni e allestimenti hanno un’impronta ambientale. Quasi ogni attività umana ce l’ha.
Da sacerdote posso vivere benissimo senza un solo fuoco d’artificio: i fuochi non appartengono alla fede. Ma proprio per questo posso chiedere che vengano giudicati con lo stesso criterio con cui giudichiamo gli altri spettacoli. Miglioriamoli, limitiamone l’impatto, cambiamoli se necessario. Ricordando anche che dietro quei pochi minuti nel cielo ci sono imprese, tecnici, lavoratori e famiglie che vivono di quel mestiere.
E veniamo forse alla questione più grande: perché una festa religiosa dovrebbe creare qualche disagio anche a chi non crede?
Perché vivere insieme significa anche accettare, entro limiti ragionevoli, che ciò che è importante per gli altri modifichi qualche volta la nostra giornata. Accade per una manifestazione sindacale, una maratona, una partita, un concerto, un corteo politico, una manifestazione per una causa che magari non condividiamo affatto. Si chiudono strade, si modifica il traffico, si impiegano forze dell’ordine e risorse pubbliche. E nessuno pensa che chi cambia percorso per evitare quel corteo sia stato costretto ad aderire alle idee dei manifestanti.
Allo stesso modo, incontrare una processione non obbliga nessuno a credere nella Madonna.
Manifestare pubblicamente la propria fede non significa imporla. Imporla significherebbe obbligare l’altro a professarla. Testimoniarla significa accettare che l’altro possa vederla e continuare liberamente a non crederci.
Naturalmente la libertà religiosa non autorizza a fare qualsiasi cosa. Se tre giorni di sospensione delle lezioni sono troppi, discutiamone. Se alcune strade possono essere riaperte prima, facciamolo. Se le bancarelle devono stare altrove, valutiamolo. Se dieci giorni di manifestazioni civili sono eccessivi, domandiamocelo. Non ho alcun interesse a trasformare ogni dettaglio organizzativo della Festa in un articolo di fede.
Ma una società laica non è una società nella quale la religione può esistere soltanto purché non si veda, non si senta e non occupi mai uno spazio pubblico.
La laicità dello Stato non richiede l’irrilevanza sociale della fede.
E c’è infine qualcosa che mi sta particolarmente a cuore. Questa Festa non l’abbiamo inventata noi. Quando siamo nati era già qui.
Nessuno nasce in una città vuota. Troviamo una lingua che non abbiamo inventato, strade che non abbiamo costruito, monumenti che non abbiamo scelto, racconti, simboli, feste e tradizioni che altri hanno custodito prima di noi. La Madonna della Consolazione appartiene alla storia di Reggio molto prima che arrivassimo noi.
L’abbiamo ricevuta.
Questo non significa che tutto ciò che abbiamo ricevuto debba essere conservato immutato. Esistono tradizioni che la storia ha fatto bene ad abbandonare. Anche questa Festa può essere purificata, rinnovata, liberata da incrostazioni che forse con Maria hanno ormai pochissimo a che fare.
Ma c’è una differenza enorme tra riformare una tradizione e sentirsi proprietari del diritto di cancellarla.
Non tutto ciò che abbiamo ricevuto deve essere conservato.
Ma non tutto ciò che non abbiamo scelto deve essere abolito.
I nostri padri hanno ricevuto questa Festa dai loro padri. Per generazioni l’hanno attraversata con le loro contraddizioni, la loro fede, le loro paure e le loro speranze. Ce l’hanno consegnata. Noi abbiamo certamente il diritto di domandarci come consegnarla ai nostri figli. Prima di decidere di non consegnargliela affatto, però, dovremmo almeno chiederci se una generazione possa interrompere con tanta leggerezza una storia che non è cominciata con lei.
E mi permetto un’ultima osservazione sul modo in cui discutiamo. Una provocazione deliberatamente estrema può certamente aprire un dibattito. Ma provocare una comunità, raccoglierne poi le reazioni e utilizzare quelle reazioni per misurare quanti siano favorevoli, contrari, indignati o soddisfatti rischia di trasformare persone reali e convinzioni profonde in materiale per un piccolo esperimento sociologico.
La fede delle persone non è un reagente da versare in una provetta per vedere che cosa succede.
Contestare significa anche conoscere. Prima di giudicare una devozione popolare bisognerebbe forse provare a comprenderne il linguaggio, la storia, le ferite, le contraddizioni e ciò che continua a rappresentare per chi la vive. Comprendere non obbliga a condividere. Ma impedisce almeno di scambiare troppo facilmente per stupidità ciò che semplicemente non ci appartiene.
Perciò no.
Non abolite questa Festa.
Aboliamo, se necessario, ciò che la rende inutilmente caotica. Correggiamo ciò che crea disagi evitabili. Ripensiamo quello che il tempo ha reso anacronistico. Distinguiamo ciò che è autenticamente religioso da ciò che è soltanto commercio, spettacolo o abitudine. E forse noi credenti dovremmo essere i primi ad avere il coraggio di farlo.
Ma non abolite la fede insieme alle bancarelle.
Non ridicolizzate una preghiera perché non la comprendete.
Non chiamate arretratezza ciò che per altri è appartenenza.
E soprattutto lasciateci portare Maria per le strade.
Lasciate che una città possa ancora fermarsi qualche ora davanti a qualcosa che non si compra e non si vende. Lasciate che chi crede possa pregare pubblicamente e chi non crede possa guardare, passare oltre, criticare e continuare liberamente a non credere.
Perché la libertà di una città non si misura dal silenzio delle sue differenze.
Si misura dalla capacità di farle vivere insieme.
Ed essere moderni non significa vivere come se la storia fosse cominciata con noi.
Significa anche avere abbastanza umiltà per ricevere qualcosa da chi è venuto prima, abbastanza intelligenza per cambiarne ciò che deve essere cambiato e abbastanza generosità per non interrompere il filo prima di averlo consegnato a chi verrà dopo“.

