“Io, contrario al Ponte sullo Stretto, ho cambiato idea”. La lettera: “Se il no è per moda, non serve”. La lezione dal woke

"Ero contro perché era il simbolo di qualcosa, non perché conoscevo davvero il progetto": la confessione di chi ha cambiato prospettiva dopo aver guardato il mondo oltre i propri confini. Quando un no diventa una moda, smette di essere una scelta

Io, contrario al Ponte sullo Stretto, ho cambiato idea. E lo dico senza vergogna, senza paura di essere giudicato e senza il timore di dover spiegare perché oggi penso una cosa diversa rispetto a un po’ di tempo fa. Perché cambiare idea non significa tradire se stessi. A volte significa semplicemente crescere, conoscere, viaggiare, ascoltare e avere il coraggio di ammettere che alcune convinzioni erano nate più da una sensazione che da una reale consapevolezza. Per molto tempo sono stato un No Ponte. Ero convinto che quella fosse una battaglia giusta, una posizione coerente, quasi una scelta morale. Pensavo di difendere un’idea di territorio, di futuro, di sviluppo sostenibile. Ma oggi, guardandomi indietro, devo essere sincero: in parte quel no nasceva anche da altro.

Nasceva dal bisogno di appartenere a qualcosa. Dal desiderio, forse inconscio, di riconoscermi in una comunità, in una categoria, in un’identità politica e culturale. Perché a volte succede: alcune battaglie diventano più grandi del loro contenuto. Diventano simboli, bandiere, strumenti attraverso cui raccontiamo agli altri chi siamo. E il rischio è che, mentre difendiamo una posizione, smettiamo di farci una domanda fondamentale: questa idea è davvero mia oppure mi rappresenta solo perché mi fa sentire parte di qualcosa?

È una dinamica che ho iniziato a riconoscere osservando anche quello che è accaduto negli ultimi anni con il fenomeno woke. Una parola nata con un significato importante, legata alla consapevolezza delle ingiustizie e alla lotta contro le discriminazioni, ma che in alcuni casi è diventata altro: un insieme di simboli, linguaggi e battaglie spesso lontane dai problemi reali delle persone. Negli ultimi giorni, proprio dal mondo progressista, sono arrivati segnali di riflessione e di distanza dagli aspetti più estremi di quella cultura. Non perché i diritti non contino più, non perché l’inclusione non sia importante, ma perché alcune derive hanno finito per svuotare il significato originario delle battaglie.

Quando una battaglia diventa principalmente una questione di appartenenza, quando il simbolo prende il posto della sostanza, quando il linguaggio diventa più importante della realtà, allora il rischio è quello di allontanare proprio le persone che si volevano coinvolgere. La discussione sulla schwa, per esempio, è diventata in molti casi il simbolo di questo cortocircuito: una questione linguistica trasformata in una bandiera identitaria, capace più di dividere che di unire. Una battaglia che molti hanno percepito come distante dai problemi concreti della vita quotidiana e che ha finito per penalizzare anche chi combatteva davvero per l’emancipazione, l’integrazione e i diritti civili.

Ecco, guardando quella vicenda ho iniziato a guardare anche la mia posizione sul Ponte con occhi diversi. Mi sono chiesto: il mio No al Ponte sullo Stretto nasce davvero da un’analisi tecnica, economica e strategica oppure nasceva dal bisogno di oppormi a qualcosa? Era una valutazione ragionata oppure una forma di appartenenza? La risposta non è stata semplice da accettare. Perché ho capito che in quel no c’era anche tanta rabbia. C’era la frustrazione di un periodo difficile della mia vita. C’era il bisogno di trovare un bersaglio, un simbolo contro cui indirizzare delusioni e malessere. E forse il Ponte era diventato proprio questo: non soltanto un’infrastruttura, ma il simbolo di tutto ciò che non funzionava.

Poi ho iniziato a viaggiare. Ho visto altri Paesi, altre città, altre comunità. Ho conosciuto culture diverse e ho osservato come il mondo sia cambiato, mentre spesso noi siamo rimasti fermi a discutere gli stessi temi con gli stessi schemi di decenni fa. Ho visto infrastrutture gigantesche considerate normali altrove. Ho visto territori difficili collegati, montagne attraversate, mari superati, distanze ridotte. Ho visto come le grandi opere, se progettate e controllate con serietà, possano essere strumenti di crescita e non necessariamente minacce. E allora ho iniziato a pensare che forse anche il Ponte sullo Stretto meritasse una valutazione diversa. Non una valutazione ideologica. Non un sì o un no per appartenenza. Ma una valutazione concreta.

Perché un’opera strategica non dovrebbe essere giudicata dal colore politico di chi la propone, ma dalla capacità di migliorare la vita delle persone. Dalla possibilità di ridurre l’isolamento, migliorare i collegamenti, creare opportunità e inserire finalmente il Sud dentro una rete moderna di mobilità europea. Il punto non è che tutti debbano diventare favorevoli al Ponte. Il punto è un altro: nessuna battaglia dovrebbe diventare una fede cieca.

Così come nessuno dovrebbe essere automaticamente favorevole a un’opera solo perché viene proposta dalla propria parte politica, nessuno dovrebbe essere automaticamente contrario solo perché quella posizione lo fa sentire parte di un gruppo. Forse la vera rivoluzione culturale oggi è proprio questa: imparare a mettere in discussione se stessi. Ai tanti amici e compagni di strada che ancora oggi difendono il No Ponte dico solo questo: provate a guardarvi intorno. Provate a viaggiare. Provate a conoscere realtà diverse dalla vostra. Provate a immaginare il futuro senza il filtro delle battaglie del passato.

Perché a volte il problema non è l’idea che abbiamo scelto. È il motivo per cui l’abbiamo scelta. Se un no nasce dalla conoscenza, dal confronto e dai dati, allora è una posizione rispettabile. Ma se nasce soltanto dalla voglia di appartenere, dalla moda del momento o dal bisogno di sentirsi dalla parte giusta della storia, allora rischia di diventare soltanto un altro simbolo vuoto. La lezione del woke, forse, è proprio questa: le battaglie più importanti non hanno bisogno di slogan estremi per essere giuste. Hanno bisogno di persone capaci di pensare, cambiare idea e guardare oltre il proprio naso. Io ero contrario al Ponte sullo Stretto. Oggi ho cambiato idea. Non perché qualcuno mi abbia convinto. Ma perché ho provato a convincere me stesso”.

Questa lettera è stata scritta da un No Ponte che ha cambiato idea. Viaggiando, conoscendo, parlando, riflettendo, ha trovato un nuovo punto di vista rispetto alla grande opera che collegherebbe la Sicilia all’Europa. E lo ha fatto anche dopo la deriva “woke”, di recente tornata agli onori della cronaca per alcune personaggi che a Sinistra hanno deciso di rivedere la propria idea e posizione.