“Quello che le donne non dicono”? Che in Italia non è più tempo di “Treni a vapore”. E Fiorella Mannoia lo dovrebbe sapere bene. Fiorella Mannoia è donna sveglia, capace, una grande artista, è donna emancipata. Una donna che lotta per i diritti delle donne è una donna che guarda avanti. E una donna che guarda avanti è anche una donna che vuole sviluppo, lavoro, modernità, infrastrutture. Fiorella Mannoia è una cantante bravissima e il successo che ha costruito le ha permesso di ottenere grandi consensi e di riempire piazze e stadi. Ecco, proprio per questo pensiamo che non abbia bisogno del consenso dei no al Ponte sullo Stretto, degli striscioni, delle sceneggiate di un ex Sindaco che il popolo messinese ha bocciato sonoramente.
Ma davvero oggi un cantante, affermato esperto e famoso, che ha costruito una carriera su questi capisaldi, valori e competenze, ha bisogno di questo tipo di consenso anziché essere giudicato per le canzoni, per i testi, per come li interpreta? E pensare che Fiorella Mannoia non è l’unica. E’ successo, in questi anni, anche a Renato Zero e Piero Pelù. Un bel triangolo, che però non avevo considerato. Una “Regina di cuori” che, in mezzo a due artisti, diversi nello stile, nel genere e nel modo di comunicare, ma accomunati da un successo condiviso e non per caso, ha dovuto tirare fuori la bandiera no Ponte per accaparrarsi un consenso di cui non ha bisogno.
Non ci sembra di aver sentito Jovanotti, in otto ore di show a Catanzaro, lamentarsi per l’Alta Velocità in Calabria o per i lavori allo stadio “Ceravolo”. Non ci sembra di aver sentito Max Pezzali, qualche mese fa al Franco Scoglio, lamentarsi per la retrocessione del Messina in Eccellenza. Ma neanche Ultimo, a Tor Vergata, intervenire sul maxi valorizzatore che il Sindaco Gualtieri vorrebbe realizzare a Roma. I motivi? Semplicemente non ha senso.
Nella musica la denuncia è sempre esistita, velata o meno. La famosa denuncia sociale. Sì, ma nei testi, non come ridicola “parata” extra tra una canzone e l’altra. Non come sceneggiata da esporre per qualche titolo di giornale o per qualche like “volatile”. Che scrivessero una canzone no Ponte, Mannoia, Pelù e Zero. Che scrivessero una canzone contro lo sviluppo e la modernità in una terra, l’Italia, in cui sono nati e cresciuti. Eppure Fiorella e Renato sono di Roma, Piero è di Firenze. Città d’arte, città di storia. Ma città che, insieme a storia e arte, hanno conosciuto e conoscono la normale evoluzione del mondo, che si sviluppa e cambia in base alle esigenze.
Ma proprio perché sono di Roma e Firenze, siamo abbastanza sicuri della loro “superficialità” quando e se avranno mai preso un traghetto per attraversare lo Stretto di Messina. Quella stessa superficialità che si poteva leggere negli occhi di chi, come Elly Schlein, due anni fa voleva spiegare agli italiani che – in fondo – per tre chilometri di mare ci vogliono appena venti minuti. Rimuovendo tutto il resto, ovviamente, a partire da quelle lunghe code sotto il sole che – soprattutto in questo periodo – allungano decisamente i tempi. Altro che venti minuti. Ma questo la Schlein non lo ha mai detto, perché non le conviene.
Ecco, chissà quante volte avranno attraversato lo Stretto, i tre artisti italiani. Ci piacerebbe che lo attraversassero più spesso, in questo periodo specialmente, così da avere le idee chiare su cosa scrivere realmente nel loro prossimo brano. Diamo qualche spunto? “Le tre ore a Messina? Non le avevo considerate”. O anche “Quello che le donne (di Bergamo) non dicono (perché non sanno)”. Oppure “Vivere il mio tempo (infinito) agli imbarchi di Messina”.


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