Reggio Calabria, lo spaccio dal carcere e l’incubo delle condanne: le trattative dei clan della ‘Ndrangheta ad Arghillà e il ruolo delle mogli

I telefoni contrabbandati dietro le sbarre per gestire le piazze di spaccio della cocaina. Le cimici catturano le paure dei boss: "Se ci prendono con questa roba rischiamo vent'anni di galera"

Il mercato degli stupefacenti si conferma il motore economico trainante delle presunte consorterie reggine, ma le recenti carte dell’inchiesta culminata nel maxi blitz di questa mattina, firmata dal GIP Andrea Iacovelli svelano un livello di infiltrazione telematica capace di superare persino le mura dei penitenziari cittadini. Al Capo 183 della rubrica d’accusa, la Procura contesta a Giovanni Morabito, detto “Ivan“, e a F.G. il reato di aver indebitamente introdotto all’interno della Casa Circondariale di Reggio Calabria “Arghillà” un apparecchio telefonico completo di scheda sim destinato al detenuto Fabiano Giuseppe Gaetano Morabito. Un canale di comunicazione clandestino che, secondo l’ipotesi investigativa da considerarsi provvisoria data la natura di indagini preliminari del procedimento, serviva a coordinare la vendita al dettaglio di cocaina ed hashish direttamente dalle celle.

La reggenza dal carcere e il ruolo delle mogli

Nonostante lo stato di restrizione, Giovanni Morabito avrebbe continuato a esercitare il proprio presunto ruolo direttivo fornendo ordini quotidiani e sistematici al suo collaboratore principale sul territorio, Carmelo Valenzise, soprannominato “zoccolo. Valenzise manteneva i contatti con i fornitori e gestiva la contabilità dei crediti scritti, aggiornando costantemente il capo recluso sui debiti da estinguere e sui prelievi dalla cassa comune. In questa fitta rete di scambi telematici e imbasciate, un ruolo di rilievo viene attribuito dagli investigatori alla moglie di Morabito. La donna fungeva da cerniera tra il marito detenuto e i sodali esterni, curando il conteggio materiale degli introiti dello spaccio che Valenzise le consegnava ogni sera, occupandosi di occultare il danaro in luoghi sicuri e arrivando persino a monitorare le immagini dei sistemi di videosorveglianza privata per intercettare il passaggio di vetture sospette delle forze dell’ordine in prossimità della piazza di spaccio.

Le cimici in casa e i consigli dello zio “Scianchitta”

Tuttavia, il timore di finire sotto la lente d’ingrandimento della Magistratura e di subire pesantissimi verdetti di condanna era un pensiero costante tra i presunti esponenti del sodalizio, come dimostra un’intercettazione ambientale di straordinario valore giornalistico registrata nell’ottobre del 2022 all’interno dell’abitazione di Fabio Morelli. L’indagato si trovava a colloquio con lo zio Antonio Bevilacqua, noto come “Totò Scianchitta“, ed entrambi esprimevano forte preoccupazione per la possibile presenza di informatori o microspie capaci di disarticolare il gruppo: C’è qualcuno che hanno sotto, e che se la canta, perché lo trovano, non è che non lo trovano.

A spaventare i presunti trafficanti era soprattutto il rigore normativo legato al commercio di cocaina, un business miliardario ma foriero di sanzioni penali severissime, ben superiori rispetto a quelle previste per le cosiddette droghe leggere.

“Fumo ed erba non ti fanno niente, con la coca buttano le chiavi”

Nel corso del dialogo captato dalle microspie, Antonio Bevilacqua tentava di dissuadere il nipote Fabio dal proseguire nel traffico di polvere bianca, esortandolo a concentrare gli investimenti esclusivamente sulla marijuana o sulla compravendita di autovetture usate, evidenziando i vantaggi in termini di benefici cautelari concessi dalla legge per quel tipo di reato: “Finiscila, senti che ti dico io!… c’arrestano a tutti quanto prima, a tutti e buttano le chiavi!! Con questa roba, sai quando si prende? Vent’anni di galera, esci, fatteli vent’anni! Capito? Vedi che l’erba, con l’erba, non ti fanno niente, ti cacciano. (…) Fumo ed erba, non ti fanno niente!! Ti danno problemi, però con l’erba non ti fanno niente, ti cacciano con l’erba!… ti danno gli arresti domiciliari!”.

Parole che mostrano una conoscenza profonda e calcolata delle maglie del codice penale, dove la scelta della tipologia di merce da immettere sul mercato illegale veniva ponderata non solo in base ai profitti sperati, ma valutando cinicamente il rischio degli anni di reclusione da scontare.