La complessa attività investigativa culminata nell’esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare siglata dal GIP del Tribunale reggino, il dottor Andrea Iacovelli, nell’ambito della maxi operazione di questa mattina contro la ‘Ndrangheta di Reggio Calabria, getta una luce sinistra sulla gestione militare del territorio nella periferia nord della città, con particolare riferimento al quartiere di Arghillà. Al centro dell’impianto accusatorio formulato dalla Direzione Distrettuale Antimafia si colloca l’attività della famiglia Morelli, considerata dagli inquirenti una congrega criminale egemone nel comprensorio dell’edilizia popolare. Prima di addentrarsi nei dettagli di questa cronaca giudiziaria, è doveroso premettere che l’intero procedimento versa attualmente nella fase delle indagini preliminari. Pertanto, nel rispetto dei dettami costituzionali, i reati contestati e i ruoli attribuiti ai singoli soggetti devono essere considerati come semplici ipotesi d’accusa, rimanendo ferma la presunzione di non colpevolezza fino a un’eventuale condanna definitiva.
Lanciarazzi anticarro e un’ottantina di armi clandestine
Ciò che emerge dalle pieghe dei capi d’imputazione provvisori descrive uno scenario di armamento pesante che supera la comune dimensione della criminalità locale. Secondo quanto ipotizzato dalla Procura reggina, l’indagato Fabio Morelli, noto negli ambienti con l’alias di “Ciccio“, avrebbe illegalmente detenuto e portato in luogo pubblico un vero e proprio arsenale bellico. Al Capo 17 della rubrica d’accusa viene esplicitamente contestata la detenzione di un numero imprecisato di lanciarazzi anticarro del tipo Bazooka, considerati a tutti gli effetti armi da guerra. A questo dato inquietante si aggiunge la contestazione di cui al Capo 18, riguardante il possesso di materiale esplosivo pesante, quantificato testualmente in 28 bombe, oltre alla detenzione di circa un’ottantina di pezzi tra armi da fuoco comuni e clandestine di modello e calibro imprecisati. Questo arsenale, secondo la ricostruzione investigativa, non serviva soltanto a garantire la supremazia militare nel quartiere, ma veniva messo a disposizione dell’intera associazione mafiosa per l’esecuzione di danneggiamenti, ritorsioni e atti intimidatori.
Il fortino blindato e la simulazione dei disturbi psichici
Un riscontro fondamentale alla tesi della Procura giunge dalle dichiarazioni dettagliate fornite da un importante collaboratore di giustizia, ritenute dal Giudice coerenti e sovrapponibili alle risultanze dei monitoraggi tecnici. Il collaboratore ha descritto minuziosamente l’abitazione di Fabio Morelli ad Arghillà, definendola un vero e proprio bunker inaccessibile, protetto da porte blindate, cancelli d’acciaio e un sofisticato sistema di videosorveglianza i cui occhi elettronici arrivavano a coprire l’intera piazza di spaccio fino al salone da barbiere del quartiere, formalmente gestito dall’indagato Antonino Vigliarolo ma ritenuto di proprietà occulta dello stesso Morelli. Ma l’aspetto più singolare svelato dal pentito riguarda la presunta strategia adottata dal Morelli per eludere il regime carcerario. Il pentito ha infatti confessato che lo stato depressivo che aveva permesso all’indagato di ottenere la scarcerazione nel precedente processo “Eracle” era in realtà una finta malattia ampiamente pianificata. Nelle dichiarazioni testuali riportate nei verbali, il collaboratore evidenzia che Morelli era assolutamente tranquillo e che, quando le forze dell’ordine salivano per i controlli di routine, l’indagato si faceva trovare quasi con la flebo attaccata pur di simulare il malessere e mantenere il beneficio degli arresti domiciliari.
Le staffette e i custodi dell’impero economico
L’organizzazione logistica della presunta associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti non poteva basarsi sull’azione di un singolo individuo, ma richiedeva una precisa rete di collaboratori fidati. Tra i soggetti attinti dalla misura della custodia in carcere spicca la figura di Angelo Civitaliani, soprannominato “Tigna” o “Tignusu“, indicato dal pentito e dalle indagini come il custode permanente della droga e delle armi del gruppo Morelli. Civitaliani, occupando un appartamento nello stesso condominio, aveva il compito operativo di presidiare l’area e, non appena le sentinelle segnalavano l’arrivo di pattuglie della Polizia o dei Carabinieri, prelevava bilancini e panetti per nasconderli ai piani superiori, attendendo il defluire dei controlli per riposizionare la merce. Una struttura dinamica in cui figurava anche Santino Berlingeri, detto “Spillo“, deputato a svolgere le funzioni di vedetta e autista per le consegne a domicilio, garantendo la continuità di un business che, secondo le stime del collaboratore di giustizia inserite negli atti, arrivava a fruttare migliaia di euro al giorno, specialmente durante i fine settimana.


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