Svolta nelle indagini sull’attentato dinamitardo contro Sigfrido Ranucci. I Carabinieri hanno arrestato i presunti esecutori dell’azione compiuta la sera del 16 ottobre 2025 a Pomezia, vicino Roma, quando un ordigno venne fatto esplodere davanti al cancello dell’abitazione del giornalista. Sono quattro le misure cautelari eseguite dai militari per i reati di detenzione di esplosivi e danneggiamento, con l’aggravante del metodo mafioso. Tre persone sono finite in carcere, mentre una è stata posta agli arresti domiciliari in esecuzione di un’ordinanza emessa dal gip del Tribunale di Roma su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma. Gli arresti sono stati compiuti nelle prime ore della mattina nelle province di Napoli e Avellino dai Carabinieri del Comando Provinciale di Roma, con il supporto dei militari dei Comandi Provinciali competenti per territorio.
L’attentato del 16 ottobre 2025 a Pomezia
L’episodio al centro dell’inchiesta risale alla sera del 16 ottobre 2025. A Pomezia, nei pressi di Roma, un ordigno venne fatto deflagrare davanti al cancello dell’abitazione di Sigfrido Ranucci. L’esplosione provocò la distruzione delle due autovetture del giornalista, parcheggiate in strada, e danneggiò il muro perimetrale dell’abitazione. Un’azione violenta, dalla forte capacità intimidatoria, sulla quale gli investigatori hanno lavorato per ricostruire ogni fase: dalla preparazione dell’attentato alla fuga degli esecutori. Le indagini proseguono per svelare l’identità dei mandanti, allo stato non ancora identificati.
Le accuse: esplosivo, minaccia e danneggiamento aggravati dal metodo mafioso
Le quattro persone raggiunte dalle misure cautelari sono gravemente indiziate, a vario titolo, dei delitti di detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, oltre che di minaccia e danneggiamento. Secondo quanto emerso dall’attività investigativa, le accuse sono aggravate dall’aver agito in più di cinque persone e con modalità di tipo mafioso. Un elemento centrale dell’inchiesta, che qualifica la gravità dell’azione non solo per l’uso dell’esplosivo, ma anche per il presunto contesto organizzativo e intimidatorio nel quale sarebbe maturata. Il commando, secondo la ricostruzione investigativa, avrebbe agito su specifico mandato di terze persone, allo stato non identificate, come “favore” e dietro compenso economico.
Il ruolo dei mandanti ancora da identificare
Uno degli aspetti più rilevanti dell’inchiesta riguarda la ricerca dei mandanti dell’attentato a Sigfrido Ranucci. Le persone che avrebbero ordinato l’azione non sono state ancora identificate, ma gli investigatori ritengono che il commando abbia agito su incarico di terzi. Secondo quanto ricostruito, i mandanti si sarebbero adoperati per garantire supporto ai presunti esecutori. Tale supporto avrebbe compreso fondi, schede telefoniche dedicate, assistenza legale e la pianificazione di una loro eventuale fuga all’estero. Questo profilo rende l’indagine ancora aperta e particolarmente delicata. Gli arresti dei presunti esecutori rappresentano un passaggio importante, ma non conclusivo, perché l’obiettivo degli inquirenti resta quello di arrivare anche a chi avrebbe ideato, ordinato e finanziato l’attentato.
I tentativi di ostacolare le indagini
Dall’attività investigativa è emerso anche il tentativo degli indagati di ostacolare il lavoro degli inquirenti. Secondo quanto ricostruito, gli indagati avrebbero effettuato in più occasioni bonifiche per cercare eventuali microspie. Non solo. Avrebbero anche distrutto schede Sim e concordato linee difensive omertose con l’obiettivo di dissimulare il proprio coinvolgimento e coprire i mandanti. Questi elementi sono considerati rilevanti nel quadro complessivo dell’inchiesta, perché indicano una presunta strategia volta a rendere più difficile l’accertamento delle responsabilità e a proteggere i livelli superiori dell’organizzazione dell’attentato.
Un’indagine complessa tra telecamere, tabulati telefonici e rilievi scientifici
L’attività investigativa che ha portato ai quattro arresti per l’attentato contro Sigfrido Ranucci è stata particolarmente complessa. Gli investigatori hanno proceduto attraverso l’esame incrociato dei sistemi di videosorveglianza pubblici e privati, i rilievi tecnico-scientifici e l’analisi dei tabulati telefonici della vasta cella interessata. Questo lavoro ha consentito di ricostruire in modo minuzioso le fasi preparatorie, esecutive e successive dell’azione criminosa. Un passaggio decisivo, secondo quanto emerso, è stato rappresentato proprio dall’analisi dei tabulati telefonici, che ha permesso di collegare spostamenti, utenze e mezzi utilizzati. Le verifiche hanno riguardato anche i movimenti precedenti all’attentato, compresi quelli che sarebbero riconducibili a un sopralluogo nella zona.
L’esplosivo utilizzato: gelatina da cava con elevata capacità distruttiva
Le indagini sono partite anche dall’analisi dell’esplosivo utilizzato nell’attentato. I rilievi tecnico-scientifici svolti dalla Sezione Rilievi e dalla Squadra Artificieri del Nucleo Investigativo di Roma, insieme ai successivi accertamenti del Ris di Roma, hanno consentito di individuare la natura dell’ordigno. L’ordigno era costituito da una carica detonante composta da “gelatina da cava”, materiale definito obsoleto ma dotato di una straordinaria capacità distruttiva. La presenza di questo tipo di materiale è ritenuta indicativa di una rete illecita di approvvigionamento di materiale esplodente. Si tratta di un elemento investigativo importante, perché apre un ulteriore fronte di approfondimento sulla provenienza dell’esplosivo e sui canali attraverso i quali sarebbe stato reperito.
La Fiat 500 X noleggiata in Campania e il tracciamento degli spostamenti
Un altro elemento centrale dell’indagine riguarda una Fiat 500 X risultata noleggiata in Campania. A individuarla è stata una telecamera installata sulla S.S. 148 “Pontina”, a diversi chilometri di distanza dal luogo del delitto. L’analisi delle immagini ha permesso di tracciare il viaggio di andata verso Roma e il repentino ritorno nelle ore immediatamente successive all’attentato. Il veicolo è diventato così uno dei punti chiave della ricostruzione investigativa. Attraverso questo riscontro, gli investigatori hanno potuto seguire una parte rilevante degli spostamenti del commando, inserendo il percorso dell’auto all’interno della ricostruzione complessiva dell’azione.
Il ruolo decisivo dei tabulati telefonici
Centrale, nell’inchiesta, è stata anche l’analisi dei tabulati di traffico telefonico e telematico. I dati dei ripetitori hanno dimostrato che il percorso dei cellulari utilizzati dagli esecutori materiali era perfettamente sovrapponibile al tracciato della Fiat 500 X. Secondo quanto ricostruito, questa sovrapposizione riguarda sia il viaggio dalla Campania a Torvaianica nel giorno dell’attentato, sia gli spostamenti effettuati in precedenza, quando gli indagati avrebbero compiuto un sopralluogo della zona. Il confronto tra dati telefonici, immagini di videosorveglianza e tracciamento del veicolo ha quindi consentito agli investigatori di delineare un quadro ritenuto solido sulle fasi di preparazione ed esecuzione dell’attentato.
Le indagini proseguono per individuare i mandanti
Con l’esecuzione delle quattro misure cautelari, l’inchiesta sull’attentato dinamitardo contro Sigfrido Ranucci segna un passaggio decisivo, ma non definitivo. Gli inquirenti continuano a lavorare per identificare i mandanti dell’azione. Il quadro emerso descrive un attentato organizzato, eseguito con un ordigno ad alta capacità distruttiva e aggravato, secondo l’impostazione accusatoria, dal metodo mafioso. Le persone arrestate sono ritenute i presunti esecutori materiali, ma resta da chiarire chi avrebbe commissionato l’azione e per quale obiettivo. L’indagine della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma e dei Carabinieri prosegue dunque su un doppio binario: da un lato la definizione delle responsabilità dei soggetti raggiunti dalle misure cautelari, dall’altro la ricerca dei livelli superiori che avrebbero promosso e sostenuto l’attentato.


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