Ci avevano prospettato un clima da far west, modello Olimpiadi di Milano-Cortina, quando l’ICE avrebbe dovuto sparare a destra e sinistra a tutti gli atleti (ICE presente con alcuni funzionari, la sicurezza era affidata ai corpi militari italiani…). Ci avevano raccontato del clima di oppressione, di discriminazione, per delle misure cautelari imposte all’Iran, solo perchè ci troviamo nel mezzo di una guerra in cui Teheran combatte contro gli Stati Uniti (per così poco… maledetti fascisti!). L’esordio dell’Iran ai Mondiali 2026, negli USA di Donald Trump, doveva essere carico di tensione.
Invece, non è successo niente. O meglio, non è successo quello che prospettava la narrativa della sinistra che, dopo Milano-Cortina, floppa ancora clamorosamente. Prima e durante Iran-Nuova Zelanda, esordio degli iraniani al Mondiale (2-2 il risultato finale) a Los Angeles, la protesta, effettivamente, c’è stata. Ma i tifosi dell’Iran hanno protestato contro l’Iran stesso, contro il regime oppressore e sanguinario degli ayatollah.
I membri della diaspora iraniana, i “Tehrangeles”, hanno manifestato contro la Repubblica islamica fuori dallo stadio esponendo bandiere degli USA e di Israele insieme a quelle dell’Iran dello Scià, alzando cartelli in favore di Reza Pahlavi (il figlio dell’ultimo Scià) e abbassando l’attuale bandiera del regime, calpestata sotto i piedi dei manifestanti. Esposti cartelli anche contro l’IRGC (con tutti i vertici eliminati) e un fantoccio di Khamenei in una bara.
Protesta avvenuta, con lo stesso tenore, anche durante la partita. Nonostante i funzionari dell’Iran avessero ribadito di voler vedere solo le attuali bandiere, minacciando la FIFA di interrompere la partita in caso contrario, i tifosi hanno esposto la bandiera con l’emblema del leone e del sole, vessillo dell’Iran prima della rivoluzione del 1979.
L’inno nazionale é stato fischiato, prima che la folla esplodesse in una fragorosa dimostrazione di sostegno, riservato però alla nazione ed al popolo iraniano, non alla squadra, “che non ha detto una parola da gennaio“, ha spiegato Ali, secondo quanto riporta Ansa.
Gli iraniani al di fuori dell’Iran, liberi dal cappio che il regime ha stretto intorno al collo dei cittadini presenti, invece, sul territorio, protestano liberamente denunciando l’oppressione degli ayatollah, ringraziano Trump e Netanyahu, quelli che la narrativa di sinistra chiama “dittatori”, per gli iraniani sono “salvatori”.
Una realtà che stride con quanto viene raccontato da chi, invece, vorrebbe che le cose andassero secondo i toni e i termini usati nel post partita da Ramin Rezaeian, calciatore iraniano che, interpellato sui fischi da un giornalista, ha risposto bruscamente: “non sono affari tuoi. Se c’è qualche problema tra noi, sono affari nostri, non ti riguardano. Ti rispetto, ma è una questione che ci riguarda e la risolveremo, non preoccupartene“. Censura della stampa, “affari nostri“, “ce ne occuperemo“. I metodi del regime, quelli che i liberi cittadini hanno smesso di tollerare.



















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