Reggio Calabria, maxi operazione al Rione Marconi. Ventura: “da tredici anni solo contro criminalità e occupazioni”

Il cittadino punta il dito contro politica e associazioni, denuncia l’indifferenza subita dal 2013 e chiede alla nuova amministrazione e alla Procura un intervento definitivo

“Per l’ennesima volta il Rione Marconi e nello specifico casa mia tornano alla ribalta delle cronache cittadine. Questa volta come covo in cui pare si sfruttassero minorenni per lo spaccio di cocaina. Una notizia che non mi sorprende e che a quanto pare non prova stupore neanche nell’opinione pubblica. Che la ndrangheta affiliasse rom è ormai dal 2016 che lo denuncio e sostengo pubblicamente, sulla scorta di quanto avvenuto ed è ancora in corso fin dal 2013 nel mio alloggio al Rione Marconi, adesso scenario dell’ennesima maxi operazione volta ad evidenziare ciò che è sotto gli occhi di tutti”.

Così scrive Francesco Ventura, il quale dal 2013 è da solo ed in prima linea al Rione Marconi contro l’occupazione e le angherie incentrate proprio nell’alloggio oggi al centro della maxi operazione.

“Vi sono delle responsabilità in tutto ciò, e non parlo solo di quelle penali che spero giungano definitivamente a stroncare il clan contro cui nel silenzio e nell’indifferenza sono stato lasciato solo. A dispetto di tutte le belle favolette sulla legalità propinante periodicamente a favore di telecamera. Ci sono responsabilità politiche ed io punto consapevolmente il dito contro Giuseppe Falcomatà e la sua pletora di lacche, i quali sapendo hanno chiuso gli occhi e così avvallato tutto ciò. Ci sono delle responsabilità morali e queste le imputo a tutte le organizzazioni componenti il sedicente Osservatorio Metropolitano per il Disagio Abitativo di Reggio Calabria, con Giacomo Antonio Marino in testa. Ed molte altre ce ne sarebbero, le quali nelle sedi dovute e legittime mai sono state taciute, pur rimanendo inascoltate. Senza alcuna altra scelta, mi si impone nuovamente la mera speranza che la nuova amministrazione guidata dal sindaco Francesco Cannizzaro e che l’impulso dato dalle indagini della Procura della Repubblica possano quantomeno portare alla fine di un calvario che mi consuma da tredici lunghi anni. Sarebbe un segnale per la Città e un segno tangibile di solidarietà e giustizia per me”.

Una storia lunga, mediaticamente sovraesposta e pietosamente lasciata ad incancrenirsi, nell’indifferenza di chi a Palazzo San Giorgio ha preferito allinearsi con chi oggi è in stato d’arresto.

“Che la mia sia una guerra persa ormai è un qualcosa che ho tristemente metabolizzato sotto il maglio della violenza criminale e la convivenza e collusione di certi ambienti politici e l’ostilità di una parte della sedicente società civile reggina. Sperando sempre nell’intervento risolutivo di chi a Piazza Italia dovrebbe e potrebbe se solo lo volesse, una cosa intendo ribadirla: posso essere sconfitto, ma sono in trincea da oltre tredici anni ormai. È mia intenzione far costare talmente tanto a questi criminali una eventuale vittoria da renderla poco distinguibile da una sconfitta”.