È scontato dire “no” alla ’ndrangheta? Certo, lo è, o almeno dovrebbe esserlo. Scontato, banale, normale. Talmente tanto normale che, in teoria, non avrebbe nemmeno bisogno di essere ribadito in un comizio di piazza. È un po’ come quell’allenatore che, ogni sabato, si presenta davanti ai giornalisti e dichiara: “domani dobbiamo vincere”. E grazie al… piffero. È l’ovvio, l’essenza stessa del gioco. Eppure, come spesso accade, tra teoria e realtà si inseriscono i contesti, i luoghi, le storie, le narrazioni, i momenti, i gesti. E allora anche ciò che appare più elementare assume un peso diverso, un valore che va oltre la sua apparente banalità.
Quello di Francesco Cannizzaro, ieri sera, è stato proprio questo: un gesto di una banalità quasi disarmante. Sì, banale. Ma di quella banalità che, proprio perché tale, diventa necessaria. Quasi indispensabile. Perché c’è stato un tempo, neanche troppo lontano, in cui sui social si leggeva: “eh ma Cannizzaro non parla di ’ndrangheta”. Una critica ricorrente, quasi un ritornello. E la domanda sorge spontanea: perché dovrebbe farlo, se è scontato? Se dire no alla criminalità organizzata dovrebbe essere il minimo sindacale, il prerequisito implicito di qualsiasi impegno politico?
Ma il punto è proprio questo: la gente vuole sentirselo dire. La gente, quella per bene, quella che vive quotidianamente il peso di certe dinamiche, ha bisogno che qualcuno lo dica ad alta voce: “no alla ’ndrangheta”, “la ’ndrangheta fa schifo”, “non prendete voti dalla ’ndrangheta”. Non per retorica, ma per riaffermare un confine che, evidentemente, non è sempre così netto come si vorrebbe credere.
E infatti, alla fine della fiera, il concetto più importante emerso dall’incontro di ieri pomeriggio ad Arghillà è proprio questo. Cannizzaro lo ha detto chiaramente a tutti i candidati presenti: attenzione a chi si avvicina. Attenzione a chi sembra avere l’aria da brava persona, chiede un contatto, una chiacchiera, propone uno scambio di numeri di telefono. È un voto guadagnato? No. È un macigno. Un peso che ci si porterà dietro sempre. Un fardello capace di compromettere non solo l’immagine personale, ma anche quella della coalizione, del candidato, dell’intero progetto politico. Un errore che, in contesti come questi, non resta mai isolato. Ingenuamente? Forse sì. Si potrebbe anche liquidare così. Ma sarebbe una semplificazione.
Perché in una città come Reggio Calabria, dove si sono consumati scandali, passati e più recenti; in una città in cui si ragiona ancora, troppo spesso, per “comparati”, nulla può essere davvero dato per scontato. Nulla. E allora anche un principio che dovrebbe essere elementare — non accettare i voti della ’ndrangheta — smette di essere scontato. Diventa, paradossalmente, un fatto rilevante. Un segnale. Un gesto minimo, ma non banale. Perché la realtà, a volte, costringe a ribadire anche ciò che dovrebbe essere ovvio. E se da un lato può sembrare quasi ridicolo doverlo fare, dall’altro è proprio questo che misura la distanza tra ciò che dovrebbe essere e ciò che, ancora oggi, è. Magari dai morti sì, ma dagli ’ndranghetisti proprio no…


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