“Se non è per tutti, non è una soluzione.” È da questo principio che prende forma la proposta di Luigi Catalano per affrontare in maniera nuova il problema della casa, superando il vecchio modello dell’edilizia popolare e aprendo la strada a un sistema fondato sulla proprietà popolare. L’idea è quella di sostituire la logica dell’assegnazione passiva con un percorso concreto di acquisto dell’abitazione da parte dei cittadini. Secondo la proposta, il Comune, sulla base dell’Isee del richiedente, stabilisce una quota iniziale di acconto che può variare da zero euro fino a un massimo di 20 mila euro, in relazione alla condizione economica del nucleo familiare. In casi particolari, tale acconto potrà essere anticipato dal Comune.
La parte restante del prezzo viene finanziata dalla banca, con la garanzia pubblica del Comune. È proprio questo il passaggio decisivo: grazie alla garanzia comunale si supera il limite dell’accesso al credito, permettendo anche a chi, da solo, non avrebbe i requisiti ordinari richiesti dal sistema bancario di entrare in un percorso reale di acquisto della propria casa. Non solo: proprio attraverso questa garanzia, il mutuo può essere distribuito su un numero maggiore di anni, determinando così una rata più bassa, sostenibile e, in molti casi, equiparabile a quella di un affitto di alloggio popolare. Con una differenza sostanziale: in questo caso il cittadino non paga per rimanere in una condizione precaria o provvisoria, ma paga per diventare progressivamente proprietario dell’immobile.
L’abitazione verrebbe trasferita con clausola di riservato dominio in favore del Comune, fino al completo pagamento del prezzo. Si tratta di una formula che, nelle intenzioni di Luigi Catalano, consente di tenere insieme la tutela dell’interesse pubblico e la responsabilizzazione del beneficiario, superando l’impostazione tradizionale dell’edilizia residenziale pubblica. Anche nei casi in cui l’acconto iniziale sia minimo o nullo, il meccanismo resta comunque orientato non alla semplice assegnazione di un alloggio, ma alla costruzione di una proprietà futura.
Uno dei punti più significativi della proposta riguarda quella che Catalano definisce una vera inversione del riscatto. Con il sistema tradizionale, l’eventuale approdo alla proprietà arriva spesso tardi, dopo molti anni, quando il beneficiario è già in età avanzata. In questo caso, invece, il cittadino comincia a pagare la casa quando è ancora giovane e arriva così alla vecchiaia avendo già consolidato un patrimonio reale.
Ciò significa dare prima sicurezza alla famiglia, rafforzare il nucleo domestico e costruire un percorso autentico di autonomia. Ma significa anche mettere la persona nelle condizioni, negli anni più avanzati della vita, di poter contare su una casa di proprietà come risorsa patrimoniale concreta, eventualmente valorizzabile o convertibile in utilità economica per affrontare con maggiore serenità il trasferimento in una casa famiglia o in una struttura di cura.
La proposta viene presentata anche come una misura capace di produrre vantaggi per tutti i soggetti coinvolti. Funzionerebbe per il Comune, che ridurrebbe il peso economico diretto degli interventi abitativi; per i cittadini, che avrebbero una concreta possibilità di accesso alla proprietà; e per il mercato immobiliare, che potrebbe rimettersi in moto attraverso il recupero dell’invenduto presente sul territorio e il ripopolamento di aree oggi marginali o periferiche.
Ed è proprio sull’invenduto che la proposta insiste con particolare forza. Il sistema consentirebbe infatti di recuperare e salvare tutte quelle abitazioni che oggi non trovano più collocazione nel mercato, perché non rientrano nel target dell’acquirente dotato di piena capacità di spesa. Si tratta di immobili che restano fermi, svalutati e senza sbocco, pur essendo ancora perfettamente utilizzabili. Riassorbire questo patrimonio significherebbe restituirgli una funzione economica e sociale e, allo stesso tempo, contribuire a rimettere in piedi il mercato della casa anche nel target moderno, oggi rallentato da un’offerta bloccata e da una domanda sempre più selettiva.
Catalano evidenzia poi un altro aspetto: anche nell’ipotesi in cui qualcuno non dovesse pagare regolarmente, il danno per il Comune sarebbe comunque inferiore rispetto a quello che oggi si registra con il sistema degli alloggi popolari tradizionali. In quel modello, infatti, l’ente pubblico sostiene di fatto il costo pieno dell’immobile o della costruzione, corre il rischio di occupazioni abusive prima della consegna e, successivamente, deve fronteggiare anche il mancato pagamento del canone.
Nel sistema della proprietà popolare, invece, il Comune non si espone nello stesso modo sull’intero valore dell’intervento, ma opera principalmente come garante, con un livello di rischio complessivo più contenuto, più razionale e più sostenibile. Soprattutto, senza dover immobilizzare integralmente capitali propri, il Comune può utilizzare la propria garanzia pubblica e la propria credibilità istituzionale per rendere concretamente accessibile la casa a un numero molto più ampio di cittadini.
A ciò si aggiunge un ulteriore elemento di rilievo: il sistema consentirebbe di limitare la formazione di quartieri separati e di restituire valore al patrimonio edilizio già esistente. L’effetto finale, nelle intenzioni del promotore, sarebbe quello di tenere insieme giustizia sociale, sostenibilità per l’ente pubblico e rilancio economico del territorio.
La proposta di Luigi Catalano punta dunque a sostituire un modello costoso e spesso inefficiente con un sistema che tiene insieme interesse pubblico, diritto alla casa e sviluppo economico. Non più edilizia popolare come risposta parziale e permanente, ma proprietà popolare come strumento di dignità, autonomia e responsabilità. Una soluzione che conviene al Comune che risparmia, ai cittadini che conquistano la casa e al mercato immobiliare che si rimette in moto. Perché, se non è per tutti, non è una soluzione.


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