La mediocrità del calcio. Dalla Nazionale alla Reggina: così tanto abituati alla pochezza che è diventata normalità

Le figuracce della Nazionale, la Serie D della Reggina: la mediocrità dilagante del calcio italiano. I tifosi sono ormai abituati alla pochezza al punto da ritenerla normale. Ma di non normale non c'è proprio nulla

Nel 2014 non esisteva TikTok, Netflix non era disponibile in Italia, andava di moda l’Ice Bucket Challenge, usciva l’iPhone 6, Pharrel Williams era felice, Renzi diventava Presidente del Consiglio in Italia, Game of Thrones era alla 4ª stagione, la Russia annetteva la Crimea dando vita alla crisi in Ucraina e la Juventus vinceva ancora gli scudetti. E l’Italia giocava il suo ultimo Mondiale. Passeranno 16 anni fino al 2030 affinchè, si spera, gli azzurri tornino a giocare una partita di Coppa del Mondo.

Ci sono intere generazioni di ragazzi che non hanno mai vissuto l’emozione di un Mondiale con l’Italia protagonista. Per molti giocatori attuali il sogno è svanito, per altri che nel 2030 avranno 33 anni (Dimarco, Barella e Chiesa), 32 anni (Locatelli), 31 anni (Donnarumma, Bastoni, Retegui, Buongiorno, Scamacca, Frattesi) e 30 anni (Tonali, Kean, Carnesecchi, Cambiaso, Raspadori) sarà una prima volta piuttosto tardiva, per qualcuno forse anche l’ultima.

Ieri l’Italia è rimasta fuori dal terzo mondiale consecutivo, un unicum nella storia del calcio italiano: la Nazionale aveva saltato due edizioni del Mondiale (1930 e 1958), mai due consecutive, figuriamoci tre. Ed è stata eliminata da Svezia, Macedonia del Nord e Bosnia, tre squadrette in confronto al blasone, alla qualità dei calciatori disponibili, alle risorse della federazione, alla storia e alla tradizione del calcio nei rispettivi Paesi.

Oggi sono iniziati i processi a calciatori ‘scarsi’ ma che disputano finali di Champions (blocco Inter) e giocano in Premier League (Donnarumma, Tonali, Calafiori), qualcuno se l’è presa pure con Gattuso, subentrato in corsa con poche partite in cui costruire non si sa bene cosa, rispetto a quanto non sia riuscito a fare Spalletti pre, durante e post Europeo. In tantissimi se la sono presa con Gravina. Ed è già più comprensibile: è il responsabile di due disfatte mondiali e una figuraccia all’Europeo ed è ancora lì, rieletto, attaccato alla poltrona, beffardo nel respingere ogni richiesta di dimissioni invocata nei suoi confronti.

Eppure, il problema non sono (solo) gli uomini. Un rinnovamento è sicuramente necessario, ma non basta chiedere e ottenere la testa di qualcuno. Le teste bisogna anche cambiarle. Per il sistema calcio italiano è vitale un cambio di mentalità.

Gabriele Gravina
Foto di Salvatore Dato / StrettoWeb

Tanto abituati alla mediocrità che è diventata normale

Rifletteteci. Quando ci siamo abituati alla mediocrità? Quando la Norvegia è diventata imbattibile sulla carta e lo ha confermato in campo rifilando 7 gol all’Italia? Quando abbiamo iniziato a esultare perchè la Bosnia ha eliminato il Galles, garantendoci una trasferta più agevole? Se l’Italia ha paura di andare a giocare in Galles è meglio che salti anche i prossimi Mondiali.

Perchè l’Italia ha perso la propria identità, non solo calcistica (siamo una squadra offensiva, difensiva, che pressa, che riparte, cosa siamo davvero?), soprattutto ha perso la propria mentalità. Abbiamo 4 stelle sul petto che indicano 4 Mondiali vinti. Ma ieri, giocando allo stadio Bilino Polje di Zenica, con le coreografie fatte dai balconi circostanti, un manto erboso maculato e l’assenza della Goal Line Technology, l‘Italia ha accettato di soffrire contro la Bosnia, 66ª forza del ranking.

Una squadra che ha il suo giocatore più rappresentativo in Edin Dzeko, 40 anni, attaccante dello Schalke 04 in Zweite Bundesliga (la B tedesca), il cui CT è un giocatore professionista di poker. C’era tensione, neanche fosse Italia-Germania. Sarebbero stati pronti titoloni e festa come se il Mondiale lo avessi vinto. Invece, l’Italia avrebbe dovuto fare solo quello a cui è chiamata di diritto: vincere contro una squadra scarsa, andare al Mondiale e anche con un po’ di imbarazzo per essere passata dagli spareggi. Una sobria felicità di essere tornati al Mondiale con la consapevolezza che mancare 2 tornei consecutivi resti un oltraggioso unicum nella storia calcistica italiana.

Il cartellino rosso voluto da Bastoni è l’esempio di questa mentalità: al 41′ il difensore dell’Inter, uno dei calciatori più esperti e talentuosi della squadra, sceglie di falciare un avversario lanciato verso la porta per difendere il gol del vantaggio, neanche fossimo nei minuti finali, neanche fossi in una finale con il trofeo a un passo. L’Italia era in vantaggio, al più sarebbe arrivato il pareggio e ci sarebbe stato un tempo regolamentare, 2 supplementari e i rigori per provare a portarla a casa. E considerando quanto detto, probabilmente non sarebbe cambiato nulla rispetto al copione visto. Ma, in ogni caso, Bastoni ha premuto il panic button: rosso diretto e preghiamo di portare a casa lo 0-1.

Bosnia-Italia
Foto di Nidal Saljic / Ansa

Quando sei l’Italia e giochi contro la Bosnia, dovresti presentarti in 10 di default affinchè la partita possa essere considerata alla pari. Anche sotto di un uomo, non puoi rinchiuderti nella tua trequarti campo, a subire in apnea, come se le maglie fossero invertite (e lo erano, i bosniaci giocavano in blu). Anche in 10 uomini l’Italia deve avere il coraggio di attaccare, di difendere il risultato e magari aumentare anche il vantaggio (e le occasioni le ha avute), di controllare la gara e non farsi travolgere dagli eventi.

Quando giochi con quella mentalità, il finale non può essere diverso da quello che abbiamo visto. Ti convinci che sia normale non aver passato il girone e che gli spareggi siano una seconda chance; che sia giusto soffrire perchè giochi in trasferta; che la Bosnia possa essere un’avversaria all’altezza e vada temuta. E o poi ai rigori ti tremano le gambe, ma l’assurdità di Bosnia-Italia è che sia dovuta terminare ai rigori e non 0-3 nei 90 minuti regolamentari, come sarebbe successo a Spagna o Francia.

Una mediocrità che a Reggio Calabria conosciamo bene

Nel 2014, per riprendere l’incipit dell’articolo, Falcomatà iniziava il suo ‘primo tempo’ come sindaco di Reggio Calabria. Coincidenze? A Reggio Calabria abbiamo la prova concreta della suddetta mediocrità dilagante, nella mentalità, prima ancora che nel calcio giocato. La Reggina è in Serie D da 3 anni, mancano ancora alcune partite per provare a evitare il quarto anno. Un triennio talmente infimo nella storia del club non si era mai visto: mai la Reggina aveva disputato due stagioni consecutive in D, figuriamoci 3 o 4.

Una condizione dettata da una proprietà inadeguata per competenze calcistiche e soprattutto potenzialità economiche, messa alla guida di un club da una politica, se possibile (e per quanto sia difficile, è possibile), di livello ancora più basso, per ragioni puramente egoistiche e di partito.

romeo brunetti falcomatà ballarino
Foto di Salvatore Dato / StrettoWeb

Quel che è peggio, è l’assuefazione di chiunque circondi la squadra. Chi si nasconde dietro la maglia e il tifo e impone a se stesso di chiudere occhi e orecchie. Chi, per interessi personali, mistifica la realtà, giustifica, crea alibi quando non si riesce a vincere nemmeno un derby contro il Messina più derelitto della storia. Si parla di Reggina-Savoia come un “big match”, si esulta per la vittoria contro il Castrumfavara, la Sancataldese, parlando di prestazioni di alto livello, di calciatori di alto livello.

A Reggio Calabria si è talmente abituati alla Serie D, alla mediocrità, che il giudizio della gente (fortunatamente non di tutti) è stato tarato sugli stessi standard. Come se la Reggina appartenesse a queste categorie. Come se non avesse giocato la Serie A, non avesse affrontato il Real Madrid, non avesse battuto le grandi potenze del Nord.

E la mediocrità genera mediocrità. Porta a un allenatore che scimmiotta Mourinho e poi chiede alla stampa di mentire per proteggere i giocatori che, poveretti, se vengono criticati cadono in depressione: vogliono giocare a calcio, in Serie D, nella squadra che dovrebbe stravincere per distacco il girone più scarso degli ultimi anni, e dimenticano come usare i piedi se uno o due giornali si permettono di evidenziare l’ovvio (anche perchè gli altri giornali nemmeno lo fanno!).

Reggina-Sancataldese Torrisi
Foto di Salvatore Dato / StrettoWeb

Porta a una tifoseria che si accontenta delle briciole, di vittorie striminzite in campi di periferia calcistica e non solo, contro squadre di città conosciute solo per l’utilizzo di Google Maps finalizzato a trovare lo stadio; che poi fischia dopo sconfitte e ritorna a sognare appena si inanellano 2 vittorie consecutive.

Una mediocrità che alimenta la cultura dell’alibi: il primo anno non si può pretendere di salire; il Siracusa è favorito dagli arbitri; la Reggina è sfortunata; la stampa è contro; gli arbitri sono condizionati. La realtà è che in 2 anni la Reggina non solo non è stata mai capace di puntare alla promozione, non solo ha fallito, ma ad oggi (3° anno) non è MAI stata prima in campionato nemmeno per un giorno, un’ora, un anticipo.

Proprio come per l’Italia, il problema sta al vertice. Servirebbe innanzitutto un cambio a Palazzo San Giorgio, ma per quello dovrebbe essere solo questione di tempo (fine maggio, elezioni). Poi, che sia ancora Serie D o, soprattutto in Serie C per manifesta impossibilità di sostenere la categoria, servirebbe che si concretizzasse il cambio societario auspicato dallo stesso Ballarino dopo il ko contro l’Acireale.

Eliminare chi genera mediocrità per riemergere dalla mediocrità stessa, quella a cui ci hanno abituato e che questa città, questa squadra, questi cittadini non meritano.