C’è una data che pesa come un macigno nella memoria calcistica dello Stretto: 30 aprile. Vent’anni fa, in Serie A, la Reggina batteva il Messina e lo condannava alla retrocessione. Lo faceva sul campo, con merito, con quella che venne definita una “carcagnata”. Oggi, esattamente vent’anni dopo, il confronto tra passato e presente è impietoso. Perché se allora si parlava di calcio giocato, oggi il dibattito si sposta nelle aule, tra ricorsi, esposti e polemiche. E il termine che circola, sempre più spesso anche tra gli stessi tifosi amaranto, è un altro: “infamata”.
Il gesto della Reggina nei confronti del Messina – un esposto che punta a ribaltare equilibri e risultati – appare a molti come un tentativo disperato di ottenere fuori dal campo ciò che non si è riusciti a conquistare sul terreno di gioco. Un’azione che pesa ancora di più considerando il momento drammatico vissuto dal club peloritano, già a rischio retrocessione sul campo. È qui che la critica si fa più dura: camminare su un “quasi cadavere” sportivo, approfittando della fragilità altrui, non ha nulla a che vedere con la storia e i valori che per anni hanno contraddistinto la Reggina. E il calendario, beffardo, amplifica il contrasto. Perché proprio oggi, vent’anni dopo quella vittoria netta e meritata, si discute di carte, cavilli e giustizia sportiva. Due mondi opposti.
I confronti col passato
Da una parte c’era una Reggina capace di vincere e perdere sul campo. Dall’altra c’è una società che oggi dà l’impressione di piagnucolare davanti ai tribunali sportivi, incapace di accettare ciò che il campo ha detto. Ed è qui che il peso della storia diventa insopportabile. Perché la Reggina vera, quella scolpita nella memoria dei tifosi, è anche e soprattutto quella del 2007: una squadra penalizzata di 15 punti in Serie A, data per spacciata, eppure capace di rimboccarsi le maniche, lottare ogni domenica e conquistare una salvezza storica sul campo. Senza piangersi addosso. Senza cercare scorciatoie. Senza trasformare le difficoltà in alibi.
Il paragone con oggi è feroce. E fa male. Perché questa proprietà, con scelte del genere, non sta soltanto inseguendo un risultato attraverso le carte: sta umiliando la Reggina, la sua storia, la sua dignità e i suoi valori. Sta facendo vergognare una tifoseria che per anni ha rivendicato orgoglio, appartenenza e rispetto. Non convince nemmeno la narrazione di chi prova a giustificare questa scelta parlando di rivincite o torti subiti in passato. No, non regge. All’epoca dei fatti legati a Saladini, la realtà fu ben diversa: un pagamento di 700 mila euro non rispettato nei tempi previsti, con conseguenze che arrivarono puntuali e legittime. Nessun complotto, nessun “sistema” contro. Solo regole non rispettate.
Oggi, invece, la sensazione diffusa è quella di una incapacità di accettare il campo. Di una difficoltà evidente nel perdere, nel riconoscere i meriti altrui, nel ripartire senza scorciatoie. Ed è proprio questo che brucia di più: il tradimento di un’identità. Quella di una Reggina che, anche nei momenti più difficili, aveva sempre trovato la forza di reagire sul campo, senza cercare alibi o scorciatoie. Vent’anni fa si vinceva e si perdeva giocando. Nel 2007 ci si salvava in Serie A contro tutto e tutti, ma sempre sul campo. Oggi si prova a riscrivere tutto altrove. Ed è per questo che, al di là delle parole e delle polemiche, resta una domanda semplice ma pesante: è davvero questa la Reggina che si vuole rappresentare?


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