Il dibattito sulla chiusura delle scuole a Reggio Calabria si arricchisce di un contributo garbato ma profondamente sintomatico di una certa visione del mondo. Il Prof. Simone Veronese, esponente dell’opposizione politica cittadina e presidente dell’Associazione LIFE, ci ha inviato una lunga lettera in risposta ai nostri editoriali, per spiegare che dietro i cancelli sbarrati non c’è il timore del cielo, ma un alto senso di responsabilità. Prima di addentrarci nell’analisi scientifica e politica di ciò che sta accadendo, riportiamo il suo pensiero, che merita di essere letto per capire la narrazione che tiene in ostaggio la nostra città.
La voce di una prudenza malintesa: la lettera del Prof. Simone Veronese
Il Prof. Veronese esordisce sottolineando che a Reggio Calabria il tema non è la paura, ma il rischio concreto legato a un territorio fragile, segnato da fiumare e zone collinari esposte a fenomeni violenti come le bombe d’acqua. Secondo il professore, la chiusura delle scuole con l’allerta arancione non è un eccesso, ma una tutela necessaria in una città dove la manutenzione del verde è insufficiente, i tombini sono ostruiti e le strade sono piene di buche invisibili sotto l’acqua. Egli invita a visitare le scuole, descrivendo palestre allagate e soffitti che filtrano pioggia, definendo gli edifici scolastici come luoghi vulnerabili.
Un punto centrale della sua contestazione riguarda il personale scolastico e gli studenti che provengono dalle aree ioniche, tirreniche e montane: per loro, il pericolo sarebbe nel tragitto, tra frane e smottamenti. Veronese difende la scelta dei sindaci, paragonando la situazione a quella di Genova, dove la sottovalutazione – a suo dire – delle allerte portò a tragedie immani. Infine, il professore lancia una stoccata ai genitori: se da un lato comprende i disagi delle famiglie che lavorano, dall’altro stigmatizza chi manda i figli a scuola con la febbre pur di non rinunciare alle ferie (?), accusando una certa parte dell’opinione pubblica di attaccare i docenti ingiustamente. La sua conclusione è netta: finché la città non sarà sicura, la prudenza resta l’unica via.
Per evitare ogni fraintendimento, prima di pubblicare la mia risposta di seguito, ecco la nota ufficiale del prof. Veronese inviata a StrettoWeb:
“Caro Direttore,
ho letto il Suo articolo e, pur comprendendo il richiamo a evitare una cultura della paura, ritengo necessario riportare il dibattito su un piano di realtà.
Perché a Reggio Calabria il tema non è la paura. Il tema è il rischio concreto.
Viviamo in un territorio fragile, segnato da una morfologia complessa, con fiumare, torrenti e zone collinari e montane che, con i cambiamenti climatici in atto, sono sempre più esposte a fenomeni improvvisi e violenti: le cosiddette bombe d’acqua. In queste condizioni, anche una “normale” allerta arancione può trasformarsi in un pericolo reale e immediato.
E questo rischio è aggravato da un dato che non può essere ignorato: lo stato della città.
Manutenzione insufficiente del verde, tombini ostruiti, strade dissestate, buche profonde spesso invisibili sotto l’acqua, alberi pericolanti. In queste condizioni basta un temporale per trasformare la viabilità urbana e provinciale in un potenziale scenario di rischio.Ma il punto più delicato riguarda le scuole.
Invito Lei, Direttore, a visitarle. A entrare nelle palestre che si allagano, nelle aule dove l’acqua filtra dai soffitti, nei cortili che si trasformano in bacini senza deflusso.
Con edifici scolastici che trovano in prossimità di torrenti, altri sono circondati da alberature non sempre monitorate adeguatamente. In queste condizioni, anche una pioggia intensa può diventare un fattore di pericolo reale per studenti e personale.
C’è poi un altro aspetto troppo spesso dimenticato.
A Reggio Calabria una parte consistente del personale scolastico – docenti e amministrativi – proviene dalla ionica, dalla tirrenica, dalle aree interne e montane. Lo stesso vale per centinaia di studenti che ogni giorno raggiungono la città con autobus, attraversando strade esposte a frane, smottamenti e allagamenti.
Il rischio, quindi, non è solo “dentro” la scuola. È nel tragitto per raggiungerla. E qui si entra nel tema della responsabilità.
Si discute molto del fatto che altre città, come Messina, in alcune occasioni restino aperte. Ma quante volte è accaduto il contrario? Quante volte Messina ha chiuso e Reggio no? La verità è che ogni decisione è legata a contesti specifici, e ogni sindaco si assume una responsabilità enorme.
Una responsabilità che diventa drammatica quando si verificano tragedie.
La storia recente dovrebbe insegnarci qualcosa. Ricordiamo quanto accaduto a Genova, dove decisioni sottovalutate rispetto alle allerte meteo hanno portato a conseguenze gravissime.
E allora la domanda è semplice: vale la pena correre il rischio?
O è più giusto, in presenza di condizioni oggettivamente critiche, scegliere la strada della prudenza? Chi oggi parla di “eccesso di chiusure” spesso lo fa da una posizione teorica.
Chi invece amministra deve decidere con il peso delle possibili conseguenze.Ma c’è anche un tema umano, quotidiano, che non può essere ignorato.
Bisogna avere rispetto di tutte le condizioni.
Così come i docenti comprendono – pur non condividendo – le difficoltà delle famiglie, quando un genitore, non avendo alternative, manda a scuola un bambino anche con febbre o malessere. E comprendono anche il disagio di chi lavora e fatica a gestire queste situazioni.
Ma esiste anche un’altra realtà, che troppo spesso viene taciuta.
Quella di chi, pur di non perdere un giorno di ferie o di lavoro necessario per la settimana bianca, per la crociera o le vacanze estive , manda i bambini a scuola anche quando stanno male, esponendo altri alunni e docenti a rischi sanitari, per poi lamentarsi quando la scuola segnala il problema o quando il personale è costretto ad assentarsi.
Di questo, Direttore, non si parla.
Eppure il personale scolastico lo vive ogni giorno: genitori infastiditi perché vengono chiamati, bambini mandati a scuola con febbre, situazioni gestite con superficialità, mentre poi si scaricano responsabilità sulla scuola.
Attaccare i docenti, che ogni giorno suppliscono anche a carenze educative, di presenza e talvolta di attenzione familiare, e al tempo stesso giustificare questi comportamenti, rischia di essere non solo ingiusto, ma poco equilibrato.
Capiamo il Suo articolo, ma Lei deve comprendere che la priorità assoluta resta una sola: la sicurezza dei nostri ragazzi. Una sicurezza che non dovrebbe essere garantita solo nei giorni di allerta, ma ogni giorno dell’anno.
E purtroppo così non è.
Basta guardare le condizioni delle strade, basta osservare il contesto urbano in cui gli studenti si muovono quotidianamente, per capire che il problema è strutturale.
Allora forse il punto non è criticare chi chiude. Ma chiedersi perché siamo arrivati a una situazione in cui, per garantire la sicurezza, l’unica soluzione è fermare tutto.
La vera sfida non è tenere aperte le scuole a ogni costo. È mettere le scuole e la città nelle condizioni di essere sicure sempre. Fino a quel momento, la prudenza non è debolezza.
È responsabilità”.
L’ombra pluviometrica e il fallimento della lettura meteorologica comunale
Caro Professore, la sua analisi è equilibrata nei toni ma poggia su premesse che la scienza smentisce categoricamente. L’allerta arancione viene emessa su base regionale e copre aree vastissime, ma un’amministrazione moderna ha il dovere di saper leggere il meteo nel proprio piccolo fazzoletto di terra. A Reggio Calabria, ieri e oggi, non è successo assolutamente nulla: nessuna frana, nessuna voragine, nessun cataclisma. E non è fortuna, è fisica. Quando le correnti soffiano da oriente, l’Aspromonte agisce come uno sbarramento naturale creando quella che in gergo tecnico si chiama ombra pluviometrica: con il levante, in città non piove quasi mai in modo significativo. Non lo dico oggi con il senno di poi, ma faccio previsioni meteo da oltre 20 anni e l’ho scritto nei giorni scorsi con il senno del prima. E, ci tengo a precisare, non ho alcun interesse o tantomeno “ambizione” ad essere coinvolto nelle decisioni comunali.
Sostenere che si chiude per “responsabilità” quando le evidenze scientifiche dicono che il rischio è nullo significa ammettere l’incapacità di dotarsi di un meteorologo comunale. La differenza con Messina è tutta qui. Oltre lo Stretto, nonostante il trauma ancora vivo dell’alluvione di Giampilieri del 2009, le scuole restano aperte perché l’amministrazione si avvale di esperti come l’amico e collega Daniele Ingemi, meteorologo comunale, che colgo l’occasione di salutare. Non è vero che capita che a Messina chiudano e a Reggio no, proprio per questo motivo. Messina affronta oltre cento allerte l’anno senza paralizzarsi, perché ha capito che non si può fermare la civiltà per tre mesi l’anno. Reggio invece ha scelto la via del populismo meteorologico, inaugurata anni fa da un’amministrazione, quella di Falcomatà, che ha preferito collezionare “like” dai ragazzini entusiasti di stare a casa anzichè fare seriamente il proprio lavoro.
Il fantasma di Genova e il paradosso del Ciclone Nils
Citare Genova per giustificare la serrata reggina è un esercizio di retorica che non regge alla prova dei fatti. In quel caso ci fu un accanimento giudiziario contro un sindaco che aveva agito correttamente: i morti purtroppo ci sarebbero stati anche a scuole chiuse. Se vogliamo parlare di rischi reali, ricordiamo cosa è successo un mese fa a Reggio Calabria con il Ciclone Nils: le scuole rimasero aperte durante una tempesta vera e propria (solo per casualità, in quanto non c’era l’allerta arancione ma era gialla) e, indovini un po’? Non morì nessuno. Nessun danno, nessun rischio. Questo dimostra che la soglia del pericolo viene alzata o abbassata non in base al rischio oggettivo, ma all’umore politico del momento.
Quella che lei chiama responsabilità, Professore, somiglia terribilmente a una paura irrazionale che paralizza il futuro. Se un docente o uno studente che vive in un paesino della provincia è impossibilitato a raggiungere la scuola a causa di una frana specifica, ha tutto il diritto di restare a casa e verrà giustificato, come è sempre accaduto per generazioni. Ma chiudere preventivamente l’intero sistema scolastico cittadino perché una minoranza potrebbe forse avere difficoltà nel tragitto è un atto di autolesionismo sociale che non trova riscontri in nessuna parte del mondo civile.
Il paradosso delle mammine pancine e il menefreghismo sanitario
Su un punto, caro Professore, siamo invece in totale accordo: lo stigmatizzare quei genitori che mandano i figli a scuola con la febbre o il raffreddore. Questo comportamento è di un egoismo rivoltante e dovrebbe essere sanzionato severamente. È ironico notare come, spesso, queste stesse persone appartengano alla categoria delle mammine pancine o degli mpanicati cronici: gente che urla ai quattro venti il bisogno di chiudere le scuole per una nuvola, ma che poi non ha alcun rispetto per la salute della comunità scolastica, esponendo docenti e compagni a rischi sanitari reali per puro tornaconto personale.
Tuttavia, il fatto che esistano genitori incoscienti non può diventare il pretesto per tenere a casa tutti gli altri. La scuola non è un servizio a chiamata, è il pilastro su cui poggia la società. Giustificare le chiusure seriali significa avallare l’idea che l’istruzione sia un “optional” sacrificabile alla prima pozzanghera, alimentando quel profilo di disadattato sociale che preferisce il divano alla crescita culturale e civile dei propri figli.
Il disastro sociale di una generazione cresciuta tra i videogiochi
Mentre scriviamo, basta guardare fuori dalla finestra per vedere che la città è perfettamente agibile. Eppure, migliaia di studenti sono stati privati del loro diritto fondamentale. Ieri e oggi, per due giorni consecutivi. Il risultato di queste chiusure preventive è un danno educativo incalcolabile. Stiamo crescendo intere generazioni di giovani che imparano una lezione pericolosa: che davanti a una difficoltà minima, ci si barrica in casa. Li stiamo consegnando all’alienazione degli schermi, ai videogiochi e alla solitudine delle mura domestiche, distruggendo la loro capacità di socializzazione.
Le famiglie sono disperate, costrette a salti mortali logistici, mentre il personale scolastico si gode una giornata di riposo non dovuta e però regolarmente retribuita con quei soldi pubblici che arrivano proprio dalle tasse degli altri genitori, che lavorano e producono e in questi giorni il Comune manda in crisi. Questo sistema sta creando futuri lavoratori che, al primo imprevisto meteo, si sentiranno autorizzati a disertare i propri impegni. La vera sfida, come dice lei, sarebbe mettere le scuole in sicurezza, ma finché la soluzione resterà quella di girare la chiave nella toppa a ogni allerta arancione, Reggio Calabria resterà una città ferma, preda di una fobia collettiva che la sta rendendo sempre più ignorante e isolata dal resto del Paese.




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