Reggio Calabria, ecco chi sono i profili sociali deviati che apprezzano le scuole chiuse ad ogni normalissima pioggia

Mentre a Messina la vita scorre normale sotto il cielo plumbeo, sulla sponda reggina dello Stretto si consuma l’ennesimo psicodramma collettivo fatto di cancelli chiusi e festeggiamenti domestici da parte di una curiosa fauna umana

Il confine tra prudenza e ridicolo, a Reggio Calabria, è diventato ormai sottile come un velo di nebbia sull’Aspromonte. Non appena il bollettino della Protezione Civile vira verso l’arancione, scatta un riflesso pavloviano che porta dritto alla serrata generale degli istituti scolastici. Poco importa se a pochi chilometri di distanza, oltre l’esile striscia di mare, gli studenti di Messina entrino regolarmente in classe sfidando lo stesso identico cielo. Nella città dei Bronzi, la pioggia non è un fenomeno meteorologico, ma una sorta di entità mitologica capace di sciogliere l’asfalto e trasformare ogni pozzanghera in un gorgo infernale. Ecco perchè la settimana è iniziata con due giorni di scuole chiuse, mentre a Messina la vita scorre normale.

In questo scenario surreale, spuntano persino gli entusiasti della chiusura scuole: profili di devianza psicologica che meritano un’analisi sociologica approfondita, una galleria di personaggi che vedono nell’ordinanza sindacale non un limite al diritto allo studio, ma una insperata benedizione dal cielo, in tutti i sensi.

La coalizione dei divanisti tra disoccupati cronici e ultra ricchi annoiati

Esiste una categoria di persone per cui la chiusura delle scuole non rappresenta un dramma logistico, ma un piacevole diversivo della routine quotidiana. Si tratta di quei profili che potremmo definire, con un pizzico di provocazione, i nuovi disadattati del tempo libero. Da un lato troviamo i disoccupati per scelta o per destino, che non devono affrontare l’incubo di incastrare turni di lavoro, permessi dell’ultimo minuto o nonni da precettare in fretta e furia. Per loro, avere i figli a casa significa semplicemente spostare la colazione dal bar al tavolo della cucina, commentando sui social l’eroismo di chi protegge i pargoli dalle terribili insidie di una goccia d’acqua. Dall’altro lato della barricata sociale troviamo gli ultra ricchi, quelli che vivono in una bolla dorata dove la gestione della prole è delegata a schiere di baby sitter perpetue. Per questa elite reggina, la scuola chiusa è solo un’occasione per postare una foto artistica di un libro e una tazza di tè davanti alla finestra, mentre qualcun altro si occupa di asciugare i capelli ai bambini.

Il ritorno degli ‘mpanicati e l’ascesa inarrestabile delle mammine pancine

Se durante la pandemia avevamo imparato a conoscere i cosiddetti ‘mpanicati, ovvero coloro che vivevano nel terrore costante di ogni respiro altrui, oggi quella stessa energia ansiosa si è riversata sulla meteorologia. È nata così la sottospecie delle mammine pancine, altre figure mitologiche che vedono pericoli mortali ovunque e che vorrebbero tenere i propri figli avvolti nel pluriball fino alla maggiore età. Per queste madri, un’allerta meteo è il segnale per barricarsi in casa come se stesse arrivando l’apocalisse, trasformando il diritto all’istruzione in una variabile sacrificabile sull’altare di una protezione irrazionale. Queste persone vegetano nell’ansia e trovano conforto solo nel silenzio delle aule vuote, convinte che il mondo esterno sia un luogo troppo ostile per i loro piccoli, che invece meriterebbero di imparare che la pioggia è solo acqua e non un acido corrosivo inviato dal destino cinico e baro.

Gli insegnanti in cerca di ferie supplementari e il paradosso del tempo libero

In questo circo della sospensione didattica, non possono mancare alcuni rappresentanti del corpo docente. Sia chiaro, non parliamo dei professionisti seri che amano il proprio mestiere, ma di quella quota di insegnanti frustrati che vivono ogni giorno di lezione come un peso insopportabile. Per loro, la chiusura scuole è il jackpot della lotteria statale: una giornata di vacanza agognata, pagata e giustificata da una nuvola un po’ più scura delle altre. Questi educatori, che dovrebbero essere i primi a difendere il valore della continuità didattica, diventano invece i più accaniti sostenitori del catastrofismo climatico, pronti a gridare al pericolo pur di restare in pigiama a guardare la pioggia dalla finestra. Il paradosso è servito: chi dovrebbe formare le menti del futuro sembra avere come unico obiettivo quello di svuotare le aule al primo cenno di umidità.

Il cortocircuito della politica locale e il record mondiale di serrate scolastiche

Il momento più alto di questo delirio collettivo si raggiunge però quando la politica locale decide di superare se stessa. A Reggio Calabria deteniamo un record probabilmente imbattibile: una media di dieci o quindici chiusure l’anno per motivi meteorologici da oltre un decennio. In questo contesto, abbiamo assistito allo spettacolo grottesco di alcuni esponenti civici che si collocano all’opposizione, che essendo insegnanti di professione, hanno vergato comunicati stampa per invocare la chiusura degli istituti. È un cortocircuito logico senza precedenti: mentre l’amministrazione comunale dovrebbe essere criticata per la sua gestione fallimentare data dall’eccesso di chiusure immotivate, c’è chi dall’altra parte chiede ancora più catastrofismo e psicofobia. Invece di pretendere normalità, la soluzione della politica reggina è spegnere la luce e mandare tutti a casa, confermando che la paura è lo strumento più facile per governare una città che sembra aver dimenticato come si apre un ombrello.