Il paradosso dei compagni: cantano Bella Ciao per la vittoria del No che ha blindato la riforma del Ventennio fascista!

L’incredibile cortocircuito ideologico di una sinistra e una magistratura che, convinte di abbattere il fascismo, hanno finito per celebrare e difendere l’eredità giuridica del 1941

L’immagine plastica di questa bizzarra epoca politica italiana è racchiusa in un coro di Bella Ciao che risuona nelle aule dei Tribunali, intonato da chi è convinto di aver sventato un pericoloso ritorno al passato autoritario. La scena vede protagonisti magistrati in toga e attivisti di sinistra che si abbracciano esultanti per l’esito di un referendum che, a loro dire, avrebbe salvato la democrazia. Tuttavia, dietro il paravento della retorica resistenziale, si nasconde una realtà storica talmente paradossale da sfociare nel grottesco. Mentre le note dell’inno partigiano si levano alte, ciò che queste folle hanno realmente blindato non è una moderna visione progressista, bensì l’impianto normativo più autenticamente fascista ancora presente nel nostro ordinamento. Si assiste dunque al trionfo dell’ignoranza funzionale, dove il simbolo della libertà viene utilizzato come scudo per proteggere le vestigia di un regime che si dichiara di voler combattere.

Le radici nere dell’ordinamento giudiziario difeso dai progressisti

Per comprendere l’entità del cortocircuito, è necessario sfogliare i polverosi volumi della storia del diritto e tornare al 1941, anno in cui l’Italia era nel pieno della morsa del regime. L’attuale ordinamento giudiziario, quello che oggi viene difeso con i denti dalle correnti della magistratura e dai partiti progressisti, porta la firma di Dino Grandi, allora Ministro della Giustizia e figura di spicco del Gran Consiglio del Fascismo. È quantomeno singolare che chi oggi sventola la Costituzione come un totem intoccabile si batta con tanto ardore per mantenere in vita una struttura gerarchica e organizzativa concepita sotto l’egida di Mussolini. La narrazione corrente dipinge ogni tentativo di riforma come una deriva autoritaria, ignorando deliberatamente che la vera eredità autoritaria è proprio lo status quo che stanno faticosamente preservando attraverso il voto popolare e la mobilitazione di categoria.

Il mito delle carriere unite e il controllo politico del regime

Il cuore pulsante di questa difesa d’ufficio riguarda la mancata separazione delle carriere tra PM e giudici. Nel 1941, la scelta di mantenere un binario unico per chi accusa e chi giudica non fu dettata da un afflato democratico o da una volontà di garantire l’imparzialità del sistema. Al contrario, fu una precisa manovra politica del regime fascista per assicurarsi che la magistratura rimanesse un corpo compatto, facilmente influenzabile e strutturalmente legato alle logiche del potere esecutivo dell’epoca. Difendere oggi questo modello in nome dell’antifascismo significa, nei fatti, rivendicare la bontà di una visione che considerava la giurisdizione come una funzione dello Stato etico, e non come un servizio terzo a tutela del cittadino. I magistrati che oggi festeggiano per aver sconfitto la riforma stanno, paradossalmente, rendendo omaggio alla lungimiranza repressiva di Dino Grandi.

La cecità ideologica e il trionfo dell’ignoranza funzionale

Il fenomeno a cui assistiamo non è solo una svista storica, ma rappresenta l’epilogo disarmante di quella che possiamo definire ignoranza funzionale. Si tratta della capacità di elaborare informazioni in modo selettivo, ignorando i dati di fatto che contraddicono il proprio pregiudizio ideologico. La sinistra italiana, in preda a una crisi d’identità cronica, ha trovato nel giustizialismo e nella conservazione del sistema giudiziario attuale un feticcio identitario. Poco importa se questo feticcio sia stato forgiato nel fuoco della dittatura; l’importante è che la sua difesa permetta di sentirsi dalla parte giusta della storia, anche quando la storia stessa suggerirebbe di guardare altrove. Cantare la liberazione mentre si incensa un codice scritto durante il ventennio è una forma di dissonanza cognitiva che dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore la coerenza intellettuale del dibattito pubblico.

Un futuro bloccato tra retorica e realtà storica

Il risultato finale di questo fervore conservatore è un Paese che resta ancorato a modelli superati, convinto però di aver compiuto un atto di eroica resistenza. Mentre il resto dell’Europa si interroga su come rendere i processi più rapidi e le carriere più trasparenti, l’Italia festeggia la permanenza di un sistema che garantisce la commistione di ruoli voluta dal fascismo. Questo immobilismo, travestito da progresso, impedisce una reale evoluzione della giustizia in senso liberale e garantista. Finché la polemica politica sarà dominata da etichette vuote e da una memoria storica a intermittenza, continueremo a vedere piazze che esultano per aver salvato, senza saperlo, le riforme di chi dichiarano di odiare. La vera sconfitta non è nel risultato del referendum, ma nella consapevolezza che la politica dei simboli ha definitivamente divorato quella dei contenuti.