“Con i soldi che prendemmo al Ponte, aprimmo 1000 cantieri“. Pecoraro Scanio, ex ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare nel secondo Governo Prodi, promotore di politiche ambientali su energie rinnovabili e sostenibilità, ha pronunciato questa frase, ospite negli studi di “Agorà”, entrando nel dibattito politico relativo ai fondi per la ricostruzione dei luoghi colpiti dal Ciclone Harry in Calabria, Sicilia e Sardegna.
Come già analizzato in un nostro precedente editoriale dal titolo “Ciclone Harry, i soldi per la ricostruzione non c’entrano con il Ponte: la disonestà della sinistra e i Ni-scemi del clima“, i fondi per la ricostruzione e quelli destinati al Ponte sullo Stretto fanno parte di capitoli di spesa differenti e non sono alternativi. Non è come vuole far intendere la sinistra, o gli interventi per riparare i danni del ciclone, o il Ponte.
I danni del dissesto idrogeologico e le politiche della sinistra
La situazione di Niscemi, paesino siciliano colpito da una frana che ha fatto il giro del mondo, ha fornito l’occasione ai ‘sinistri’ per una serie di sferzanti giudizi populisti legati al cambiamento climatico e agli errori del governo Meloni riguardanti le politiche sul clima. A parte che a Niscemi c’era il sole quand’è avvenuta la frana, a parte che è la terza volta in 300 anni che accade, ed è un fenomeno che si ripropone storicamente anche quando il cambiamento climatico e Bonelli non esistevano, il problema di Niscemi è relativo alla criticità della zona sulla quale è costruita la cittadina.
Il Sud Italia soffre da sempre per problemi legati al dissesto idrogeologico che vengono fuori, puntuali, al momento di eventi calamitosi o tragedie. La sinistra vorrebbe togliere i fondi al Ponte sullo Stretto e destinarli a interventi legati alla messa in sicurezza e riqualificazione del territorio. Peccato che lo abbia già fatto in passato e, oggi, facciamo la conta dei danni nella quale, grazie al grande lavoro di governo e regioni, non si aggiungono anche morti e feriti.
Il governo Prodi e i fondi tolti al Ponte nel 2006
Circa 20 anni fa, 1.7 miliardi di fondi ex Fintecna erano stati destinati alla realizzazione del Ponte sullo Stretto. Con il ritorno di Romano Prodi a Palazzo Chigi nel 2006, il Governo decise di rivedere le priorità infrastrutturali e di investimento pubblico. La sinistra ritenne necessario dare priorità ad opere di rilevanza più immediata o utile per il territorio, rafforzare la rete viaria e ferroviaria in Calabria e Sicilia, e intervenire su situazioni di dissesto idrogeologico e tutela del suolo piuttosto che proseguire con il progetto “costoso e controverso” del Ponte.
L’articolato della Finanziaria e del Decreto Fiscale di quei giorni prevedeva di dirottare risorse per completare infrastrutture come la Salerno–Reggio Calabria, potenziare ferrovie e autostrade locali, e destinarle ad altri lavori pubblici utili nel Mezzogiorno.
Già 20 anni fa, la sinistra al governo bloccava il Ponte e ne dirottava i fondi su “altre priorità”. Nel 2026, 20 anni dopo, il Sud Italia è alle prese con atavici problemi di dissesto idrogeologico, carenze infrastrutturali, collegamenti scarsi, precari, obsoleti; il Ponte non esiste ancora; e la sinistra chiede alla destra di dirottarne i fondi su quelle famose “altre priorità” di cui non è stata capace di occuparsi rincorrendo gli scenari apocalittici del cambiamento climatico.


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