Il nostro articolo di ieri sulle critiche rivolte da alcuni reggini al passaggio della Fiamma Olimpica ha creato un importante dibattito. E non possiamo che esserne contenti. Non si tratta di avere torto o ragione, ma di creare un argomento di discussione, riflessione e magari anche crescita personale. L’auspicio dichiarato, infatti, è quello di far uscire Reggio Calabria dal provincialismo mentale che ne limita il grande potenziale che rischia di restare, per sempre, inespresso.
In quanto parte attiva del dibattito con i nostri lettori, non ci siamo limitati a gettare il sasso nello stagno, ma ci siamo chiesti perchè il reggino medio pensi più al parcheggio e alla strada chiusa, finendo per vivere con spocchia e insofferenza il passaggio della Fiamma Olimpica nella sua città.
E la risposta coincide con un’amara verità che sottolineiamo spesso nei nostri articoli: lo sport, a Reggio Calabria, è morto. E no, non vuol dire che lo sport non venga praticato, non esistano squadre o non ci siano atleti. Il problema riguarda le strutture sportive, scarse nel numero e per anni destinate all’accoglienza dei migranti, spesso oggetto di perenni lavori di riqualificazione, nelle quali se c’è brutto tempo si rischia l’inagibilità anche al coperto perchè piove dentro. Strutture che impediscono agli atleti di allenarsi al meglio, spingendoli a cambiare città, o peggio, a rinunciare al proprio sogno sportivo.
All’equazione va aggiunta la situazione delle principali squadre cittadine. La Reggina galleggia in Serie D da 3 anni, prende schiaffi dall’Athletic Palermo, o peggio, festeggia vittorie contro squadre minuscole di città che si fatica a trovare anche sulla cartina geografica. Non va meglio alla Viola, in B Interregionale (sempre 4ª serie), ormai da troppi anni e ben lontana dai fasti di un tempo.
Oggi i massimi livelli sportivi riguardano l’A3 della giovane Domotek che sta provando a rilanciare la pallavolo maschile e femminile da soli 3 anni; l’A2 della Cadi-Futura nel futsal. La mosca bianca è la Reggio Bic che gioca da anni in Serie A nel Basket in Carrozzina, praticamente senza pubblico.
L’assenza di tedofori
Juninho e compagni, ieri sul palco insieme alla criticata Fiamma Olimpica, soffrono dello stesso problema: la scarsa cultura sportiva presente in città. Il reggino medio pensa che per una “torcia” non valga la pena chiudere le strade del centro, perchè non comprende il significato di quel simbolo, l’unicità storica di quel momento. E, lungi da noi giustificarlo, ha però un alibi importante.
La cultura si crea attraverso il movimento sportivo, le squadre di riferimento, i campioni che appassionano e fanno sognare. A Catania la Fiamma Olimpica è stata portata da Miriam Sylla, stella della Nazionale femminile di volley campione di tutto (soprattutto campione Olimpica). A Palermo è toccato a Pippo Inzaghi, vecchia conoscenza di Reggio Calabria. Nella vicina Messina, che sportivamente non è che sia messa molto meglio di Reggio, il tedoforo d’eccezione è stato Vincenzo Nibali, storia recente del ciclismo italiano. A Catanzaro Floriano Noto e Pietro Iemmello, volti del Catanzaro che da 3 anni lotta per il sogno Serie A.
Mentre nelle altre città sfilano medaglie olimpiche e paralimpiche del calibro di Barlaam, Ganna, Garozzo, Kostner, Montano, Paolini, Porcellato, Vezzali; e sportivi che hanno fatto la storia quali Allegri, Bagnaia, Belinelli, Berrettini, Biaggi, Bonnsegna, Cannavaro, Castrogiovanni, De Giorgi, Fabregas, Ibrahimovic, Pennetta, Vinci e Zanetti, Reggio Calabria, Città Metropolitana, la più importante della Regione, non è stata capace di trovare un grande campione dello sport riconoscibile a livello almeno nazionale (presente o del recente passato) che la rappresentasse, né autoctono, né prestato al territorio per ragioni sportive. Con il massimo rispetto per Fabio Vazzana, i ragazzi di Intercultura e gli altri tedofori.
Un decennio di regressione politica, sociale e sportiva
Questo succede perchè, nell’ultimo decennio, la città ha vissuto una regressione tale che le impedisce di produrre talenti, ma anche di attirarne. Il periodo in cui Reggina e Viola erano in A, pallavolo e futsal competevano ad altissimi livelli e la domenica era una festa di sport infinita tra spettacolo, grandi campioni e straordinari avversari, sembrano lontani secoli.
Un’involuzione da imputare a chi questa città la amministra ancora oggi, attento alle presenze in tribuna d’onore, alle passerelle inaugurali e ai tagli di nastro, che usa lo sport come valuta di scambio politica per ottenere consenso condannando la città alla mediocrità, non solo politica, non solo sociale (ultimi da due anni per qualità della vita), ma anche sportiva.
La chicca finale? La Fiamma Olimpica è passata in città in occasione delle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026. Reggio Calabria ha la fortuna di avere delle splendide montagne in cui praticare sport invernali. Ve le ricordate le piste di Gambarie che negli anni 70-80-90 ospitavano le gare di sci? Oggi la seggiovia non funziona da anni, gli impianti sciistici sono chiusi. La fotografia perfetta dello sport a Reggio Calabria.
E il reggino medio sarà pure medaglia d’oro di lamentele, ma non ha una squadra in cui rispecchiarsi, uno sportivo da idolatrare e da cui sentirsi rappresentato, strutture sportive efficienti. E finisce per criticare la Fiamma Olimpica. Il prodotto del deserto sportivo lasciato dietro l’amministrazione Falcomatà.


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