New York centro del mondo politico internazionale. All’Assemblea generale delle Nazioni Unite si sono alternati i più famosi e influenti leader di tutto il mondo, fra i quali anche Giorgia Meloni. Alle 20:18 americane, le 02:18 di notte italiane, il Presidente del Consiglio ha pronunciato il suo discorso, il terzo della sua carriera politica davanti all’Assemblea Onu. Sicuramente quello pronunciato in una situazione geopolitica più complicata.
Due i conflitti in corso (Ucraina e Gaza), con la questione mediorientale capace di dividere in due il mondo e l’Europa stessa, con diverse nazioni (fra le quali UK, Francia e Spagna) che hanno riconosciuto la Palestina. Meloni stessa, nella giornata di ieri, ha rilanciato sul riconoscimento dello Stato palestinese dettando due condizioni.
Il discorso di Giorgia Meloni all’Onu: la citazione a Papa Francesco
“Viviamo una fase storica accelerata, complessa, ricca di opportunità e forse, soprattutto, ricca di pericoli. Sospesi fra guerra e pace. Secondo il Global peace index 2024 nel mondo sono in corso circa 56 conflitti armati, il numero più elevato dalla Seconda Guerra Mondiale. Viviamo in un mondo assai diverso da quello in cui sono nate le Nazioni Unite, cioè nel 1945, quando 51 Nazioni che oggi sono diventate la quasi totalità, decisero di unirsi per formare un’organizzazione internazionale che avesse come scopo principale quello di evitare la guerra.
La domanda che dobbiamo farci, 80 anni dopo, e guardandoci attorno, è: ci siamo riusciti? La risposta la conoscete tutti perchè è nella cronaca ed è impietosa. Pace, dialogo, diplomazia, sembrano non riuscire più a convincere e a vincere. L’uso della forza prevale in troppe occasioni. E lo scenario che ci troviamo di fronte è quello che Papa Francesco descrisse con rara efficacia: una Terza Guerra Mondiale combattuta a pezzi”.
“Russia ha violato articolo 2 dello Statuto dell’Onu e non vuole la pace”
“Tra i principali conflitti in corso c’è l’aggressione su larga scala della Federazione Russa contro l’Ucraina. Tre anni e mezzo fa, il 24 febbraio del 2022, Mosca ha deciso di attaccare Kiev. E io penso che non si sia riflettuto abbastanza sulle conseguenze di quella scelta e su un punto che ritengo fondamentale. La Federazione Russa, membro permanente del Consiglio di sicurezza, ha deliberatamente calpestato l’articolo 2 dello Statuto dell’Onu, violando l’integrità e l’indipendenza politica di un altro stato sovrano con la volontà di annetterne il territorio. E ancora oggi, non si mostra disponibile ad accogliere seriamente alcun invito a sedersi al tavolo della pace.
Questa ferita profonda, inferta al diritto internazionale, come era prevedibile, ha scatenato effetti destabilizzanti in confini molto oltre i quali si combatte quella guerra. Il conflitto in Ucraina ha riacceso e fatto detonare diversi altri focolai di crisi, mentre le Nazioni Unite si sono ulteriormente dis-unite“.
“Israele ha oltrepassato la misura”
“Non è un caso che Hamas abbia approfittato dell’indebolirsi di questa architettura per sferrare, il 7 ottobre 2023, il suo attacco contro Israele. La ferocia e la brutalità di quell’attacco, la caccia ai civili enermi, hanno spinto Israele a una reazione, in principio legittima, perchè ogni Stato e ogni popolo ha il diritto di difendersi, ma una reazione a un’aggressione deve sempre rispettare il principio di proporzionalità, vale per gli individui, vale a maggior ragione per gli Stati. Israele ha superato quel limite con una guerra su larga scala che sta coinvolgendo oltremisura la popolazione civile palestinese. Ed è su questo limite che lo Stato ebraico ha finito per infrangere le norme umanitarie causando una strage fra i civili.
Una scelta che l’Italia ha più volte definito inaccettabile, che porterà al nostro voto favorevole su alcune delle sanzioni proposte dalla Commissione Europea verso Israele“.
“Riconosceremo Palestina a due condizioni”
“Però non ci accodiamo a chi scarica su Israele tutta la responsabilità di ciò che accade a Gaza. Perchè è Hamas ad aver scatenato la guerra. È Hamas che povrebbe far cessare le sofferenze di tutti i palestinesi liberando gli ostaggi. È Hamas che sembra voler prosperare sulla sofferenza del popolo che dice di voler rappresentare.
Israele deve uscire dalla trappola di questa guerra, lo deve fare per la storia del popolo ebraico, per la democrazia, per gli innocenti, per i valori universali del mondo libero di cui fa parte. E per chiudere una guerra servono soluzioni concrete perchè la pace non si costruisce solo con gli appelli, con i proclami ideologici accolti da chi la pace non la vuole. La pace si costruisce con pazienza, coraggio e consapevolezza.
I bambini di Gaza, come quelli che l’Italia sta orgogliosamente accogliendo e curando nei propri ospedali, chiedono risposte che possano migliorare la propria condizione e su quello siamo impegnati. L’Italia c’è e ci sarà per chiunque sia disposto a lavorare a un piano serio per il rilascio degli ostaggi, un cessate il fuoco permanente, l’esclusione di Hamas da ogni dinamica di governo in Palestina, il graduale ritiro di Israele da Gaza, l’impegno della Comunità Internazionale nella gestione della fase successiva al cessate il fuoco fino alla realizzazione della prospettiva dei due Stati.
Consideriamo, in questo senso, molto interessanti le proposte che il presidente degli Stati Uniti ha discusso in queste ore con i Paesi arabi e siamo pronti, ovviamente, a dare una mano. Riteniamo che Israele non abbia il diritto di impedire che domani nasca uno stato palestinese né di costruire nuovi insediamenti in Cisgiordania al fine di impedirlo. Per questo abbiamo sottoscritto la risoluzione di New York sui due Stati, la storica posizione dell’Italia sulla questione palestinese, che non è mai cambiata.
Riteniamo, allo stesso tempo, che il riconoscimento della Palestina debba avere due pre-condizioni irrinunciabili: il rilascio di tutti gli ostaggi israeliani e la rinuncia da parte di Hamas ad avere qualsiasi ruolo nel governo della Palestina, perchè chi ha scatenato il conflitto non può essere premiato“.
“Necessaria riforma delle Nazioni Unite”
“E torniamo così al punto di partenza: le regole, la forza del diritto. In Ucraina, in Medioriente, in ogni scenario nel quale la guerra domina e la ragione sembra persa. Non si scappa, colleghi, dalla domanda più importante, che è la ragione per la quale siamo tutti qui insieme oggi. L’architettura delle Nazioni Unite che abbiamo costruito 80 anni fa, è all’altezza delle sfide che la nostra epoca ci impone oggi? Non lo è. Il multilateralismo, il dialogo, la diplomazia, senza istituzioni che non funzionano come dovrebbero, sono parole vuote. Dobbiamo riconoscere i nostri limiti, che è necessaria ed urgente una riforma profonda delle Nazioni Unite. Una riforma non ideologica, ma pragmatica e realista che rispetti la sovranità delle Nazioni e che apra a soluzioni condivise.
Abbiamo bisogno di un’istituzione agile, efficiente, in grado di rispondere velocemente alle crisi, trasparente nella missione e nei costi, capace di ridurre al minimo la democrazia, gli sprechi, le duplicazioni. Il palazzo di vetro deve essere anche una casa di vetro. La riforma che ha in mente l’Italia, a partire dal Consiglio di Sicurezza, deve rispettare i principi di uguaglianza, democraticità, rappresentatività, responsabilità. Non servono nuove gerarchie, nuovi seggi permanente, semplicemente perchè non risolverebbero la paralisi decisionale che ha minato la credibilità di quest’istituzione. Siamo aperti a discutere la riforma senza alcun pregiudizio, anche in forza delle proposte che sono state avanzate dal gruppo United for consensus, ma vogliamo una riforma che serva a rappresentare meglio tutti, non a rappresentare di più alcuni“.
“Cambiare convenzione sull’immigrazione”
“E per essere efficaci, non sono solo le istituzioni che dobbiamo riformare, perchè siamo di fronte a un cambio d’epoca perchè questo impone una revisione profonda di tutti gli strumenti che abbiamo per regolare i rapporti fra le nazioni e difendere i diritti delle persone, comprese le convenzioni internazionali. Penso, ad esempio, alle convenzioni che regolano la migrazione e l’asilo. Sono regole sancite in un’epoca in cui non esistevano le migrazioni regolari di massa e non esistevano i trafficanti di esseri umani. Convenzioni, quindi, non più attuali in questo contesto che quando vengono interpretate in modo ideologico e unidirezionale da magistrature politicizzate finiscono per calpestare il diritto, invece che affermarlo.
Con altri Stati europei abbiamo sollevato questo tema, intendiamo portarlo avanti, non ovviamente per abbassare il livello delle garanzie o dei diritti, ma per costruire un sistema che stia al passo con i tempi e sia capace di tutelare i diritti fondamentali insieme, però, alla sacrosanta prerogativa di ogni Nazione di proteggere i propri cittadini e i propri confini, esercitare la propria sovranità, governare il tema della migrazione che impatta sulle persone, particolarmente su quelle più fragili. La comunità internazionale deve unirsi per contrastare il fenomeno del traffico di esseri umani. Le Nazioni Unite, al pari di altre istituzioni internazionali, non possono voltarsi dall’altra parte o tutelare criminali nel nome di presunti diritti civili. Allo stesso modo, le Nazioni Unite non possono ipocritamente considerare alcuni diritti umani meno meritevoli di essere tutelati rispetto ad altri. Penso, fra tutti, al valore negato della libertà religiosa e alle decine di milioni di persone in tutto il mondo, in larga parte cristiane, perseguitate e massacrate in nome della loro fede”.
“Italia impegnata per l’Africa senza secondi fini”
“Serve anche un nuovo modello di cooperazione fra le Nazioni, ma costruirlo richiede umiltà, consapevolezza, fiducia nell’interlocutore che si ha di fronte. L’Italia sta cercando di fare la sua parte anche in questo, su tutto con il suo Piano Mattei per l’Africa. Negli ultimi 3 anni abbiamo lanciato il nostro piano di cooperazione con l’Africa, abbiamo esteso il suo piano d’azione a 14 Nazioni. Abbiamo costruito collaborazioni con le Nazioni unite, con l’UE e il suo Global Gateway, il G7, l’Unione Africana di Sviluppo, le istituzioni finanziare internazionali, molti partner bilaterali, penso agli Emirati Arabi uniti che ci tengo a ringraziare.
Questa complementarietà ci ha consegnato l’onore, lo scorso luglio, di co-organizzare con l’Etiopia il terzo vertice delle Nazioni Unite sui sistemi alimentari, la responsabilità di essere parte attiva dell’imponente progetto infrastrutturale del corridoio di Lobito fra Angola e Zambia, la possibilità di costruire partenariati pubblico-privati che attraggono investimenti e assicurano risultati concreti. Come sta accadendo in Algeria dove recupereremo oltre 36.000 ettari di deserto per metterli a coltura generando benefici per oltre 600.000 persone. Come sta accadendo con l’apertura dell’IA Hub for Susteinable Development che coinvolgerà centinaia di startup africane nello sviluppo dell’intelligenza artificiale. E come sta accadendo per collegare l’India alle economie europee passando per il Medio Oriente e il Mediterraneo.
Noi, a differenza di altri altri attori, non abbiamo secondi fini in Africa. Non ci interessa sfruttare il continente africano per le ricchissime materie prime che possiede. Ci interessa, invece, che l’Africa prosperi processando le sue risorse. Dando un lavoro e una prospettiva alle sue energie migliori, potendo contare su governi stabili, su società dinamiche e sicure. Ma è un cammino che non può prescindere dalla necessità di affrontare una necessità non più rinviabile che è il debito delle Nazioni africane.
L’Italia prevede, nel giro dei prossimi 10 anni, di convertire l’intero ammontare del debito delle Nazioni meno economicamente sviluppate, secondo i criteri della Banca Mondiale, e di abbattere del 50% quello delle Nazioni a reddito medio basso. L’intera operazione, nei 10 anni, ci permetterà di convertire in progetti di sviluppo da effettuare in loco oltre 235 milioni di euro di debito. È un’iniziativa alla quale il governo italiano, nell’anno del Giubileo, tiene particolarmente e che ci auguriamo possa essere da esempio anche per altre nazioni perchè non è una questione soltanto economica, ma di giustizia, di dignità di futuro“.
“Clima: deindustrializzazione avverrà prima di decarbonizzazione”
A proposito del Clima, Meloni ha sottolineato come i piani verdi in Europa stiano portando alla deindustrializzazione prima che alla decarbonizzazione. Il Premier ha inoltre spiegato cosa ne pensa del cambiamento climatico e quale sia la strategia migliore per il futuro energetico dell’Italia e del mondo.


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