Nel suo discorso all’Onu dello scorso 23 settembre, Donald Trump ha parlato in termini piuttosto positivi dell’economia americana. Il presidente USA, dopo aver colto al volo l’occasione di lanciare una frecciatina alla precedente amministrazione Biden, ha detto apertamente che quella attuale è “l’età dell’oro” dell’economia americana. In tanti hanno pensato all’ennesimo colpo di teatro di Trump che, di sicuro, non difetta nell’arte oratoria e nell’abilità di catturare l’attenzione della platea che lo ascolta, nel bene e nel male.
In realtà, i dati gli danno ragione. L’economia americana cresce ben oltre le attese previste. Il Pil del secondo trimestre è cresciuto del 3,8%, oltre il 3,3% inizialmente stimato secondo le previsioni. La crescita americana nel secondo trimestre è la maggiore da quasi due anni e segue la contrazione registrata nei primi tre mesi del 2025.
Guardando avanti gli analisti sono meno ottimisti: il quarto trimestre dovrebbe infatti risentire dell’indebolimento del mercato del lavoro e dei suoi effetti sulle spese dei consumatori. Per il 2026 gli economisti prevedono comunque una crescita, seppur più contenuta. La stima è di un Pil in aumento di meno del 2% nei prossimi anni.
Eppure, al momento della firma dell’ordine esecutivo sui dazi internazionali, era scoppiato il caos. C’era chi si strappava i capelli dietro a previsioni catastrofiste che parlavano di economie al collasso, di ingenti danni internazionali, di contraccolpi verso gli stessi USA che avrebbero perso più di quanto speravano di guadagnare.
La sinistra aveva colto al volo l’occasione per accusare Giorgia Meloni di servilismo. I dati Istat, invece, dicono che l’economia italiana è migliorata anche grazie alle esportazioni verso gli USA. La realtà anche negli Stati Uniti è ben diversa: Trump ha trovato gli accordi giusti con diversi partner internazionali e i risultati gli stanno dando ragione.


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