Reggio Calabria, sette anni dopo: lo stesso albero, lo stesso sindaco, la stessa incuria

Sul lungomare più celebre di Reggio Calabria crolla un albero monumentale: nessun ferito, ma il simbolo è potente. A sette anni da un episodio analogo, torna il fantasma dell’incuria e dell’assenza di responsabilità politica

Questa sera sul lungomare Falcomatà di Reggio Calabria, è caduto un grosso ramo di un albero monumentale, un ficus magnolia piantato oltre 110 anni fa dopo il terremoto del 1908. Un crollo improvviso, violento, che ha travolto automobili in sosta, danneggiato la carreggiata e seminato il panico tra i passanti. Per pura casualità, o forse per miracolo, non ci sono stati feriti né vittime. Ma il simbolo è fortissimo, e i danni sono molto più profondi di quanto appaia a occhio nudo.

Il luogo non è uno qualsiasi: siamo nel cosiddetto “chilometro più bello d’Italia”, così lo definì Gabriele D’Annunzio. Un giardino affacciato sullo Stretto, una delle cartoline più celebri della città. Eppure, anche qui – forse soprattutto qui – l’incuria ha trovato dimora. E ciò che è accaduto questa sera ha un precedente inquietante: esattamente sette anni prima, il 2 luglio 2018, un altro albero crollava nello stesso tratto di lungomare. All’epoca si parlò molto, si polemizzò di più. Il sindaco Giuseppe Falcomatà, allora al primo mandato, si giustificò tirando in ballo gli incendi in Aspromonte, a decine di chilometri di distanza, come causa dell’indebolimento degli alberi.

Ma quelle giustificazioni non convinsero la città, che chiedeva – e chiede tuttora – una cosa molto semplice: manutenzione, cura, attenzione al verde pubblico. Quella richiesta è rimasta inascoltata.

Nel 2020, lo stesso Falcomatà fu rieletto. Chiese fiducia per il “secondo tempo”, promettendo di completare ciò che nel primo non era riuscito a fare. Oggi, alla luce di quanto accaduto, sembra che il tempo si sia fermato. O, peggio ancora, che sia tornato indietro. La fotografia politica è impietosa: stesso albero, stesso lungomare, stesso sindaco, stesso immobilismo.

Che cosa è cambiato? Nulla. Siamo ancora fermi ai proclami, agli annunci, ai comunicati stampa, mentre la realtà cade a pezzi. Letteralmente. Siamo ancora qui a sperare che la prossima tragedia sfiori soltanto le persone, senza colpirle. Perché a Reggio Calabria, anche la fortuna è diventata parte integrante della gestione urbana.

L’amministrazione Falcomatà ha avuto sette anni per intervenire. Non mesi, non una stagione. Sette anni. Eppure, le risposte concrete non si vedono. Né si vedono piani di manutenzione straordinaria, né una mappatura dettagliata dello stato di salute del patrimonio arboreo. Solo interventi sporadici, reattivi, mai strutturali.

È lecito allora porsi una domanda amara ma inevitabile: cosa deve ancora accadere perché si cambi passo? Quanti altri simboli della città devono crollare prima che qualcuno si assuma realmente la responsabilità politica e amministrativa della situazione?

Non è solo una questione di verde pubblico. È la fotografia di un metodo, o meglio dell’assenza di metodo. Di una politica che guarda al consenso immediato e non alla manutenzione ordinaria. Di una visione amministrativa che promette “secondi tempi” come se fossero miracoli, mentre i problemi restano immobili, radicati, secolari come gli alberi che nessuno controlla più.

E così, ancora una volta, la città si scopre fragile. Ma non per colpa del tempo, del vento o delle radici. Per colpa dell’incapacità di prendersene cura.