Il Bergamotto di Reggio Calabria, il DOP e l’IGP, Pizzi: “Riggiu non vindiu mai ranu”

Giovanna Pizzi, tra gli organizzatori dell'ormai quasi storico evento Bergarè, dedicato al Bergamotto di Reggio Calabria, si è espressa sulla questione Igp

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Riggiu non vindiu mai ranu” (traduzione: Reggio non ha venduto mai grano, modo di dire che sottolinea una certa proverbiale incapacità del reggino)… ma, in realtà, ha sempre venduto Bergamotto. Anche se in quest’ultimo periodo le due frasi potrebbero equivalersi in quanto a significato! È in atto un’assurda, quanto a tratti ridicola, “guerra” per quella che dovrebbe essere la tutela del frutto più importante di Reggio Calabria, il Bergamotto. DOP e IGP l’un contro l’altra armate!“. E’ quanto scrive Giovanna Pizzi, tra gli organizzatori dell’ormai quasi storico evento Bergarè, dedicato al Bergamotto di Reggio Calabria.

Bene, chi mi conosce sa che amo stare istintivamente lontana dai conflitti, che evito accuratamente di prendere posizione su argomenti pretestuosi e inutili, che ho mollato tutte le associazioni, gruppi, organi e organismi vari ed eventuali quando, puntualmente, si creavano fazioni impegnate a farsi la lotta piuttosto che portare avanti il motivo della loro stessa esistenza. Anzi proprio questo è il motivo per il quale ad un certo punto ho “mollato tutti” e, seguendo la passione, mi sono creata un percorso fatto di (cibo vino e) valorizzazione e promozione del territorio“, prosegue Pizzi in un post pubblicato su Facebook.

“Nonostante ciò, questa volta, non posso esimermi dal dire la mia, dal prendere pubblicamente posizione.
Mi sento presa in causa come produttrice di bergamotto, come comunicatrice del territorio, come cittadina di Reggio Calabria e soprattutto come testa pensante. E non come membro di organismi dei quali faccio comunque parte ma che non mi impediscono di avere una visione terza e, ritengo, oggettiva“, si legge ancora.

Ossia, il Bergamotto di Reggio Calabria può e DEVE avere il massimo della tutela e del riconoscimento territoriale che è quello della DOP, denominazione di origine protetta, che lega indissolubilmente un prodotto al suo territorio.
Tralasciando in questo post, che già risulterà lunghissimo per il medio-lettore, le ragioni e i motivi veri o presunti dell’una e dell’altra fazione, non entrando nel merito di chi, cosa, poco o tantissimo ha fatto, di chi è simpatico e chi no, di chi è schierato politicamente e chi vuole il proprio interesse o il bene del territorio…“, scrive ancora Giovanna Pizzi.

Di seguito, innanzitutto, la differenza tra le due denominazioni:
DOP: tutti i passaggi della vita di un prodotto, perché sia dop, devono essere fatti nel territorio vocato, dalla produzione, alla trasformazione, al confezionamento.
IGP: anche solo un passaggio deve avvenire nella zona d’origine. Scenario: nel primo caso il territorio di Reggio Calabria e solo quello può etichettare, quindi coltivare, spedire e fare sacchetti per il mercato ortofrutticolo, produrre succhi, marmellate, liquori e quant’altro e fregiarsi del marchio dop che rappresenta la massima tutela di un prodotto (E qui si gioca la capacità imprenditoriale di ognuno)“, spiega il post.

Nel secondo caso nel territorio si potrà, per esempio, solo coltivare l’agrume e il succo piuttosto che la marmellata piuttosto che il liquore prodotti a Milano, Firenze o solamente a Cosenza potranno essere “marchiati” IGP. Ancora, visto che con la notorietà e soprattutto la remunerazione (che che si voglia far credere) raggiunta dal frutto, il bergamotto è stato piantato ovunque (Sicilia, Campania, Puglia etc, regioni notoriamente più capaci di noi imprenditorialmente) nessuno può impedire, un domani molto vicino, alla Sicilia di fare un Bergamotto di Sicilia IGP (Niente di nuovo mi verrebbe da dire, visto che storicamente i siciliani sono stati i grandi commercianti del bergamotto). Ed ecco che smetteremo all’improvviso di gridare a gran voce “Bergamotto di Reggio Calabria” e inorridire se solo gli si elide la provenienza!“, prosegue.

Altro aspetto molto importante che si tende a stravolgere nel significato e soprattutto a non capire o voler ricordare è che il cliente finale del bergamotto si chiama “Dior”, “Chanel”, “Guerlain”, “Acqua di Parma”, per citare qualcuno, ossia il mercato di riferimento del nostro frutto è il mercato del lusso. Relegarlo o volerlo trattare esclusivamente come prodotto ortofrutticolo (cosa che gli appartiene solo da qualche anno), oltretutto senza garantirgli la massima tutela della dop, significherebbe assoggettarlo alle logiche e alle imposizioni schiaccianti della GDO (e la protesta dei trattori in tutta Europa lo grida a gran voce) che sono, va da sé, molto più soffocanti di quelle dell’attuale mercato di riferimento.

E non diciamoci addosso che le politiche di prezzo sono proprio uno dei grandi problemi del bergamotto perché, al netto del fatto che tutti i produttori, ed io per prima, vorrebbero guadagnare sempre di più dal frutto del loro sudore, è verissimo che la remunerabilità a livelli sostenibili il bergamotto l’ha raggiunta a fatica proprio da qualche anno (sennò mi spiegate perché solo adesso tutti parlano e coltivano quel bergamotto che fino a 10 anni fa veniva espiantato?). Poi… è la prima legge di mercato, ossia quella della domanda e dell’offerta, che regola certe dinamiche che certamente possono essere migliorate.

Ma pensare che a salvare il prezzo di un prodotto, che non ha bisogno di essere salvato (è uno dei frutti più pagati sul mercato-arichecchesenedica), ma certamente sostenuto, sia la massaia di Bordighera piuttosto che lo chef di Torino o il salutista di Napoli che acquistano il frutto al kg al mercato, è un grande errore di valutazione.

Ultima cosa, ma di non minore importanza, è che qui si sono fatti, male, i conti senza l’oste. La solita guerra dei poveri reggina.
E cioè che è l’Unione Europea a decidere sui riconoscimenti o i marchi di tutela e una delle prime regole è quella che impedisce l’accavallamento di denominazione. In parole povere, essendoci già una Dop, l’EU potrebbe bloccare un iter che è tutt’altro che concluso (come si vuol far credere), quando la strada più logica, per le regole di Bruxelles, è la modifica del disciplinare esistente.
Ah, dimenticavo … solo per fare una precisazione, la maggior parte dei produttori con cui mi sono soffermata a parlare di questo scottante argomento è per la DOP.
C’è qualche numero dichiarato che non mi torna“, conclude il post di Giovanna Pizzi.

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