Domenico Alvaro, classe 1977, è tra gli imputati del processo Eyphemos, che ha portato a 30 assoluzioni e alla condanna di 20 imputati in primo grado di giudizio. Della difesa di Alvaro si è occupato l’avvocato Girolamo La Rosa, insieme al collega Cesare Placanica. Non una posizione semplice, quella di Alvaro, non tanto per i fatti a lui ascritti, tutti confutabili, ma per il cognome che troppi, soprattutto a queste latitudini, associano solo alla criminalità organizzata, come se le colpe fossero un’eredità familiare dalla quale è impossibile liberarsi.
E lo stesso avvocato La Rosa, ai microfoni di StrettoWeb, dice: “mi preoccupava il nome, perché l’operazione Eyphemos era incentrata proprio sulla cosca Alvaro, riconosciuta in quanto tale da vecchie sentenze. Il mio assistito viene iscritto nel registro degli indagati per ultimo, il 14 gennaio 2020, come Domenico Creazzo. La posizione di Alvaro“, che viene fatta rientrare nel filone ‘politico’ dell’indagine, “era però sfumatissima. In tutta l’indagine questo ragazzo compare solo ad ottobre 2019, mentre parla con Nino Creazzo per il quale lavora“. “Domenico Alvaro – racconta l’avvocato – aveva scontato una pena ed era uscito nel 2018. In seguito si era messo in cerca di un lavoro e aveva trovato impiego per una società che si occupa di sicurezza e di corsi in questo settore. Nino Creazzo gli aveva proposto una postazione nel proprio studio. Le prime volte in cui, durante le intercettazioni, si sente la voce di Alvaro è quando il trojan intercetta il telefono di Nino Creazzo. Il ‘cavallo di battaglia’ degli inquirenti è la questione della politica, ma è evidente come Alvaro se ne stia ben lontano da quelle questioni“, precisa l’avvocato. “Io non voglio e non posso parlare di politica. Sono 12 anni per me e 8 anni per te” dice in un’intercettazione Alvaro a Nino Creazzo. Una frase, questa, che da sola basterebbe a confermare l’innocenza di Alvaro in questa inchiesta, ma secondo l’interpretazione del pm, Alvaro pronuncia quella frase perché sa di essere intercettato. “La verità, però, è che se uno sa di essere intercettato non parla. Non dice nulla“, chiosa l’avvocato La Rosa.
La figura di Domenico Alvaro è cruciale perché, secondo gli inquirenti, grazie a lui Creazzo, che era stato eletto consigliere regionale con oltre ottomila voti, avrebbe incrementato il proprio bacino di preferenze nel territorio preaspromontano, in particolare a San Procopio. Ma non è così, e ci sono le prove, come spiega l’avvocato La Rosa. “L’incremento di voti per Creazzo a San Procopio, ad esempio, deriva da varie circostanze: innanzitutto la gente inizia a riconoscere le sue capacità politiche e si diffonde sempre più la convinzione che sia uno dei migliori politici che abbiamo sul territorio. Basti pensare – precisa La Rosa – che è stato l’unico sindaco di Sant’Eufemia ad essere stato rieletto facendo il bis del proprio mandato. Lui e il vicedindaco Idà sono ottimi amministratori e la gente lo sa. Ma non solo. Quando entrano i commissari in Comune trovano i conti a posto”, ci spiega il legale. I cittadini di San Procopio decidono dunque di premiare le capacità del sindaco di Sant’Eufemia, racconta l’avvocato, “oltre al fatto che lo stesso Creazzo ha parenti in quel comune. Ma poi scopriamo anche un’altra cosa, perché la matematica non è un’opinione. Il candidato Peppe Neri, alle elezioni del 2014, aveva avuto in quel comune 42 voti, anche alla luce di parentele proprio a San Procopio. Nel 2020, invece, Neri prende solo 6 voti in quel comune, mentre Mimmo Creazzo ne prende 33 in più della volta precedente” e i motivi, tutti emersi nel corso del dibattimento, esulano da dimaniche illecite e sono stati facilmente spiegati. “Altro che il presunto boss Domenico Alvaro! Alvaro non poteva dare nemmeno il suo voto, visto che aveva il diritto di voto sospeso. E anche l’accusa mossa a Domenico Alvaro di avere barattato con Nino Creazzo il posto di lavoro è assurda, perché il 12 dicembre 2018, quando Domenico entra a lavorare nell’ufficio di Creazzo, di elezioni regionali non si parla ancora minimamente“.
Domenico Alvaro, insomma, è un uomo consapevole di rischiare ad ogni passo che compie solo per il cognome che porta e dunque tra l’ottobre 2018, giorno della fine della sua condanna precedente, e il 25 febbraio 2020, giorno del suo arresto nel contesto di Eyphemos, “non ha fatto nulla, a volte nemmeno usciva da casa, per non incontrare persone pregiudicate e anche per non incontrare incensurati“, racconta amareggiato l’avvocato, perché ha paura di rovinarli senza motivo. “L’unica persona che Alvaro frequenta con assiduità è Nino Creazzo – spiega La Rosa – in virtù anche della conoscenza di vecchia data tra le mogli”. Alvaro, insomma, si priva di qualsiasi rapporto sociale per non ledere sé stesso, la sua famiglia e gli altri, nonostante abbia già pagato il suo conto con la giustizia.
La doccia fredda, per Alvaro, per sua moglie e per il loro bambino, arriva quando il pm chiede per lui una condanna a 30 anni di carcere. Quella richiesta, la più alta di tutto il processo, getta nello sconforto l’imputato, la sua famiglia e lo stesso avvocato. “Quando è stata fatta la richiesta di 30 anni io ho pensato ‘o non ho capito nulla o forse c’è qualcosa che non va'”, racconta ora l’avvocato La Rosa. Dalla richiesta di 30 anni si è poi clamorosamente passati alla sentenza di assoluzione con formula piena “perché il fatto non sussiste”. Una grande vittoria della giustizia che però, se non fosse stato per la scoperta delle intercettazioni secretate, non sarebbe probabilmente finita allo stesso modo. “Ci hanno detto che quelle intercettazioni cruciali sono state secretate perché dovevano servire per altri provvedimenti, ma dovevano necessariamente servire anche per questo provvedimento. In teoria, in una qualsiasi inchiesta, il pm deve andare alla ricerca anche delle prove a favore dell’imputato, ma in Eyphemos questo non è mai stato fatto. Tutte le intercettazioni che provavano l’estraneità ai fatti dei miei assistiti o non venivano considerate o venivano travisate“, conclude La Rosa.
“Ora cerchiamo di riprendere in mano la nostra vita e di trovare un pò di serenità, ma lontano da qui”, ci dice a margine del processo la moglie di Alvaro, anch’essa avvocato. Una considerazione amara, ma comprensibile alla luce di quanto vissuto dalla famiglia di Domenico Alvaro negli ultimi tre anni.


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