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I dati della ricerca “Giovani e Quarantena”: il futuro è tra le preoccupazioni maggiori dei ragazzi

Associazione Nazionale Di.Te.

È uno degli aspetti emersi dall’indagine promossa dall’Associazione Nazionale Di.Te. in collaborazione con il portale Skuola.net: più del 35% dei 9.145 ragazzi intervistati tra gli 11 e i 21 anni dichiara di non riuscire a immaginare un domani

L’emergenza sanitaria che stiamo attraversando ha messo a dura prova tutti. Ha generato un grado di stress piuttosto elevato nelle famiglie, colpendo in modo significativo i ragazzi che hanno perso il gruppo scuola, la possibilità di frequentare l’attività sportiva abituale e di vedere gli amici negli ultimi mesi della pandemia. Sono alcuni degli aspetti che ha sondato l’indagine “Giovani e Quarantena”, promossa dall’Associazione Nazionale Di.Te. (Dipendenze tecnologiche, Gap, Cyberbullismo) in collaborazione con il portale Skuola.net, che ha intervistato 9.145 giovani in età scolare tra gli 11 e i 21 anni.

Tra le preoccupazioni maggiori dei ragazzi c’è quella riguardo al futuro: lo rivela il 35% del campione. “Questo è un dato su cui dobbiamo porre attenzione”, sottolinea Giuseppe Lavenia, psicologo, psicoterapeuta e Presidente dell’Associazione Nazionale Di.Te.: “I ragazzi, in questo momento di isolamento, non hanno certezze, non riescono a sognare come sarà il loro domani. Avere la capacità di desiderare è il motore della vita. Se lo si tiene spento, si rischia di non andare da nessuna parte e di alimentare situazioni spiacevoli mosse dall’aggressività o sopite dall’apatia. Stiamo rilevando l’aumento dei disturbi d’ansia e degli stati depressivi tra gli adolescenti. Alcuni giovani chiamano anche al nostro numero verde raccontandoci i sintomi di un attacco di panico. I ragazzi si sentono soli, e nessuno li sta aiutando, nessuno si sta occupando della loro salute mentale”, osserva l’esperto.

Durante il periodo di distanziamento fisico-sociale è cambiato anche il modo di gestire il tempo da parte dei giovani. Il 77% del campione dichiara di aver cambiato gli orari in cui si sveglia e in cui va a dormire, il 70% dice di non saper gestire i momenti di libertà all’interno delle mura domestiche. Per l’80% degli intervistati è diventata prassi andare a letto più tardi la sera, il 49% di loro dice di avere risvegli notturni e di sentirsi molto stanco la mattina seguente, mentre il 42% indugia nel letto faticando ad alzarsi e il 46% ha difficoltà ad addormentarsi. Ma non è tutto: più della metà dei sondati dall’indagine ha cambiato le proprie abitudini alimentari. Di questi, il 58% dice di mangiare di più e di concedersi qualche strappo alla regola, il 40% mangia a qualsiasi orario mentre il 45% non presta attenzione ciò che porta a tavola e solo il 27% ha iniziato a seguire un regime nutrizionale più salutare. «I ragazzi passano molto, troppo, tempo con le tecnologie: nel 90% dei casi è l’unico modo per mantenere un contatto con gli amici in questo periodo. Il 35% di loro afferma di essere sempre connesso. Ma seppur questi strumenti aiutino a mantenere i contatti, il senso di solitudine percepito dal 74% dei ragazzi ci dice che la tecnologia è si social ma non è per nulla socializzante. Fa sentire soli e non contiene le ansie», aggiunge Lavenia: “Certo, in questo momento non hanno altri mezzi per socializzare, ma non dobbiamo essere assecondanti su questo aspetto, nonostante il periodo difficile. Sappiamo quanto un uso massiccio degli strumenti tecnologici possa indurre a disturbi del sonno o dell’alimentazione. Gli studi scientifici in merito ce lo hanno dimostrato. I device, inoltre, attivano il circuito della ricompensa e hanno la capacità di diventare magnetici, dando il via in alcuni casi a vere e proprie dipendenze”, sottolinea Lavenia.

La tecnologia offre a tutti i ragazzi la possibilità di condividere momenti con gli amici. “Questi dati non fanno che confermare quanto intuivamo già: la tecnologia sta in qualche modo ‘salvando la vita’ ai ragazzi in quarantena. Internet li sta aiutando nella scuola, nei rapporti con gli amici, nel riempire i momenti vuoti della giornata. Smartphone, tablet e computer da strumenti quasi demonizzati, in una situazione così particolare, si sono trasformati in un punto di riferimento per un’intera generazione. Certo, questo non vuol dire che non ci siano problemi. Anzi, ce ne sono di nuovi: dall’iperconnessione (si sta quasi sempre online) al rischio di confondere la dimensione analogica con quella digitale. Non considerarli potrebbe rendere, una volta terminata l’emergenza, ancora più difficoltoso del previsto il loro ritorno alla vita reale”, osserva Daniele Grassucci, direttore e co-founder di Skuola.net.

Per il 46% del campione, internet e i device sono anche un buon mezzo per continuare a fare attività didattica. Anche se il 30% del restante 54% degli intervistati dice di fare fatica a concentrarsi durante le lezioni online e il 15,4% ammette che la possibilità di accendere pc e smartphone lo tenta a fare altro, distraendolo. «Pur non essendo stata una scelta ponderata ma una soluzione di ripiego, la didattica ‘a distanza’ in poche settimane è riuscita a raggiungere la quasi totalità degli studenti italiani. Ma è solo un primo passo verso il cambiamento della nostra scuola. Perché un conto è la quantità, un altro è la qualità. Se più della metà dei ragazzi è insoddisfatta di come svolge lezione da casa significa che siamo ancora all’inizio di un percorso. In futuro bisognerà lavorare tanto sui contenuti, per rendere la didattica più coinvolgente: il metodo è rimasto lo stesso adottato in classe. Così come occorrerà rendere le infrastrutture più diffuse e affidabili. Quella che si è presentata è una grande occasione, da non accantonare alla fine di questa brutta esperienza bensì da potenziare. La scuola di domani non può fare a meno della tecnologia», continua Grassucci.

Come si fa a rassicurare i ragazzi e a fargli riprendere a immaginare un futuro? “Innanzitutto, aiutiamoli. A partire da quello che possiamo fare in questo periodo di distanziamento sociale, dove siamo tutti a casa. Tra i nostri intervistati, molti di loro denunciano un peggioramento dei rapporti con i familiari. Era un dato che avevamo già, e che si conferma ancora una volta stabile anche in questo momento. Questo vuol dire che stiamo perdendo un’altra opportunità per lavorare sul miglioramento delle relazioni. I ragazzi faticano a condividere le emozioni con i genitori, perché anche gli adulti sono distratti dalle nuove tecnologie. In più, in questo momento, molti sono in smartworking e la gestione degli spazi diventa più complessa. Questo genera frustrazione e maggiore chiusura sia per gli adulti che per i giovani. In questo momento, per esempio, oltre a tentare di sanare il dialogo in famiglia, anche con l’aiuto degli esperti che si sono messi a disposizione in questo tempo di emergenza da Covid, la scuola potrebbe creare dei gruppi aula virtuali, aperti, senza gli insegnanti, magari con all’interno uno psicologo che li aiuti a gestire le loro emozioni, creando temi di discussione”, suggerisce Lavenia.